La vigilia di Natale sporca con zio Alberto
Sono Chiara, ho 24 anni, e non so nemmeno io come cazzo sono finita a pensare a mio zio Alberto in quel modo. È la vigilia di Natale, siamo tutti stipati a casa di nonna, il solito casino di parenti che urlano, bambini che corrono e l’odore di pandoro e vino che impregna l’aria. Io sono lì, con un vestitino rosso aderente che mi arriva appena sopra il ginocchio, e ogni tanto lo tiro giù perché mi sento gli occhi di tutti addosso. Ma quello che mi frega davvero è Alberto. Ha 42 anni, separato da un pezzo, con quella barba corta brizzolata e un modo di fare che ti fa sentire piccola, ma in senso buono. O cattivo, non so.
È tutta la sera che lo guardo. Lui sta seduto in un angolo con una birra in mano, ogni tanto ride con mio padre, ma i suoi occhi finiscono sempre su di me. Non so se me lo immagino, ma giuro che mi fissa le gambe. Mi fa venire un caldo strano, un misto di vergogna e voglia che non riesco a togliermi dalla testa. Dopo cena, mentre tutti sono distratti a giocare a tombola, mi avvicino a lui con una scusa del cazzo. “Zio, puoi aiutarmi a prendere una cosa in macchina? Ho dimenticato un regalo per nonna.” Lui mi guarda, un sopracciglio alzato, ma annuisce e si alza senza dire molto. Io già sento il cuore che mi batte nelle orecchie.
Usciamo di casa, fa un freddo cane, e il fiato ci esce in nuvolette bianche. La sua macchina è parcheggiata poco lontano, un SUV scuro con i vetri un po’ appannati dal gelo. Saliamo dentro, e io chiudo la portiera con un colpo secco. “Allora, dov’è ‘sto regalo?” mi chiede, con un tono che sembra già sapere che non c’è un cazzo di regalo. Io non rispondo subito, mi mordo il labbro e lo guardo. “Niente, zio. Volevo solo stare un attimo da sola con te.” Lui resta fermo, ma vedo che stringe un po’ il volante. “Chiara, non fare cazzate,” dice, ma la voce gli trema appena. Io mi avvicino, gli metto una mano sulla gamba, proprio sopra il ginocchio. “Non ti piaccio?” gli chiedo, e sento la mia voce che sembra quasi un lamento. Lui inspira forte, guarda fuori dal finestrino, poi torna su di me. “Sei mia nipote, cazzo. Non si fa.” Ma non mi sposta la mano.
La tensione è un macigno. Io non mi muovo, ma la mia mano sale piano lungo la sua coscia. Lui non mi ferma. Il suo respiro si fa più pesante, e io mi sento bagnata solo a pensarci. “Zio, lo so che mi vuoi. Ti ho visto come mi guardi.” Lui si passa una mano sulla faccia, come se volesse mandare via i pensieri, ma poi si gira e mi prende il viso con una mano. “Sei una stronzetta, lo sai?” dice, e mi bacia. Un bacio duro, con la lingua che mi entra in bocca senza chiedere permesso. Io gemo piano, gli afferro la giacca per tirarlo più vicino. Ma poi si stacca, ansimando. “Cazzo, non dobbiamo.” Io lo guardo, con il fiatone. “Non dire stronzate. Lo vuoi quanto me.”
Ci guardiamo per un secondo, poi ci buttiamo l’uno sull’altra. Le sue mani mi afferrano i fianchi, mi tirano sopra di lui, a cavalcioni sul sedile del guidatore. Il volante mi preme sulla schiena, ma non me ne frega niente. Gli slaccio la camicia mentre lui mi alza il vestito fino alla vita. “Cazzo, Chiara, sei uno spettacolo,” mormora, guardandomi le mutandine nere di pizzo. Mi accarezza sopra il tessuto, e io mi spingo contro la sua mano, già fradicia. Lui mi sposta le mutande di lato, mi sfiora con le dita, e io butto la testa indietro con un gemito. “Zio, ti prego,” sussurro. Lui ride piano, un suono basso e sporco. “Ti prego cosa, nipotina? Dimmi che vuoi.” Io arrossisco, ma lo dico: “Voglio la tua bocca lì sotto.” Lui non se lo fa ripetere. Mi sposta sul sedile del passeggero, si piega su di me, mi divarica le gambe con le mani. Sento il suo fiato caldo sulla pelle, poi la sua lingua mi lecca, lenta, dal basso verso l’alto. “Cazzo, sei dolce,” grugnisce, e poi si mette a succhiare come un matto, con la barba che mi graffia l’interno coscia. Io mi aggrappo al sedile, gemo forte, non riesco a stare ferma. “Zio, oh cazzo, sì, così,” balbetto, mentre lui mi lavora con la lingua e mi infila anche due dita dentro, spingendo piano ma deciso. L’odore del sesso mi riempie la testa, il rumore della sua bocca che succhia è osceno, e io sto per venire, ma lui si ferma di colpo. “Non ancora,” dice, con la voce roca.
Si tira su, si slaccia i pantaloni, e io vedo il rigonfiamento nei boxer. “Togliteli,” gli ordino, e lui ride mentre li tira giù, liberando il cazzo, duro e grosso. Io mi lecco le labbra, ma lui mi ferma. “Dopo, nipotina. Ora ti voglio sentire intorno a me.” Mi tira di nuovo sopra di lui, io mi posiziono a cavalcioni, con le ginocchia ai lati dei suoi fianchi. Mi abbasso piano, sentendo la punta del suo cazzo che mi entra dentro, centimetro per centimetro. “Cazzo, sei stretta,” geme lui, afferrandomi i fianchi per guidarmi. Io scendo fino in fondo, lo sento tutto dentro, e inizio a muovermi, su e giù, lentamente. Ogni spinta mi fa tremare, il sedile cigola sotto di noi, l’odore di sudore e sesso ci circonda. “Ti piace, vero, nipotina?” mi dice, con la voce spezzata dal piacere. “Sì, zio, cazzo sì,” rispondo, ansimando, mentre accelero il ritmo. Lui mi stringe il culo, mi guida nei movimenti, e io sento che sto per venire. “Sto per…” inizio a dire, ma non finisco la frase: vengo con un urlo strozzato, stringendolo dentro di me. Lui grugnisce, spinge ancora un paio di volte e poi viene anche lui, caldo dentro di me, tenendomi ferma contro di sé.
Restiamo così per un minuto, ansimando, sudati, con i finestrini appannati come se fossimo in un film porno. Poi mi sposto piano, mi sistemo il vestito, e lui si tira su i pantaloni. “Cazzo, Chiara,” dice solo, passandosi una mano nei capelli. Io rido piano, ancora con il fiatone. “Buon Natale, zio.” Lui scuote la testa, ma sorride. Torniamo a casa separati, come se niente fosse, con ancora il sapore l’uno dell’altra in bocca. E non c’è niente da dire, niente da spiegare. È andata così, e va bene così.
