Racconti Piccanti
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Una nuova “speciale” amicizia

Una nuova “speciale” amicizia

09 Aprile 2026·12 min di lettura

Ho conosciuto Giuseppe a Pasquetta, durante una di quelle grigliate tra amici troppo affollate per i miei gusti. Sono un ragazzo molto timido e, quando mi trovo in mezzo a tante persone che non conosco, finisco sempre per sentirmi a disagio. In più sono gay, anche se non tutti lo sanno, e ritrovarmi circondato da maschi rumorosi che parlano di calcio e di figa mi fa sentire inevitabilmente un po’ fuori posto. Anche se, nelle mie fantasie, quei maschi rumorosi sono, diciamo… onnipresenti. Giuseppe era uno di loro, eppure aveva qualcosa di diverso: meno superficiale, più attento agli altri, e soprattutto a me. Sembrava essersi accorto subito del mio disagio. Alla grigliata conoscevo soltanto due ragazze, due care amiche che mi avevano praticamente trascinato lì. Giuseppe, ogni tanto, si avvicinava per chiedermi se andasse tutto bene, se volessi altro vino, che poi mi versava lui, se desiderassi ancora un po’ di carne, che lavoro facessi, cosa avessi studiato… e così via. Io rispondevo quasi sempre a monosillabi, per timidezza, ma lui sorrideva, e dopo un po’ tornava ancora da me, come se si ricordasse sempre della mia presenza. Alla fine ci siamo scambiati il numero.

Mentre tornavamo a casa, le mie amiche cominciarono subito a prendermi in giro: ti piace Giuseppe? Ti ha dato il numero? Non pensavo fosse gay! Ma no, ribatté l’altra, non è gay, ha una fidanzata, solo che vive in un’altra città. Quando Debora disse che Giuseppe era fidanzato fui attraversato da una punta di delusione. Non che mi fossi fatto grandi aspettative, ma mi era sembrato strano che volesse scambiarsi il numero proprio con me… lo sfigato della festa. Così decisi che non gli avrei scritto.

Qualche giorno dopo, però, fu lui a scrivermi. Un semplice: ciao, come stai. Chattammo su WhatsApp per una decina di minuti, poi mi disse che gli scocciava scrivere e mi chiese se mi andasse di fare aperitivo con lui. Quando arrivò, mi sembrò ancora più bello di quanto ricordassi. Alto, spalle larghe, fisico tonico, occhi verdi, capelli un po’ ricci, quell’aria appena trasandata unita però al portamento di un maschio molto sicuro di sé. Mi disse che sì, aveva una fidanzata, ma che la loro relazione era in crisi da tempo, per via della distanza e della gelosia di lei. Era tossica, possessiva in modo assurdo. Lui non la sopportava praticamente più. Lo ascoltai a lungo: parlava come un fiume in piena. Io, come sempre, dicevo poco, ma sembrava piacergli avere davanti qualcuno disposto ad ascoltarlo davvero. Poi, all’improvviso, me lo chiese senza alcun giro di parole: sei gay? Gli risposi di sì, e lui disse che lo aveva immaginato. La cosa, lo ammetto, mi offese un po’. Nel senso: va bene, non sarò il massimo della virilità, ma non sono nemmeno un tipo effemminato. Si accorse subito del cambiamento nella mia espressione, si scusò e mi disse che non voleva offendermi, anzi… ha sempre sognato di avere un amico gay. Io risi. In che senso, scusa?, gli chiesi. Lui esitò, improvvisamente in imbarazzo, come se sapesse benissimo cosa rispondere ma non fosse sicuro di quale potesse essere la mia reazione. Poi cambiò discorso. Finimmo l’aperitivo e ci salutammo promettendoci di rivederci.

Quella sera ripensai a lungo a quell’incontro. Non riuscivo a smettere di interrogarmi su quella frase: ho sempre sognato di avere un amico gay. Ero convinto che avesse qualcosa di preciso in testa. Probabilmente, pensai, era curioso di farlo con un ragazzo. Cercai comunque di non farmi troppi film. Eppure il giorno dopo sentii il desiderio di scrivergli. Di provarci. Mi rispose quasi subito e poi mi chiese se il giorno seguente mi andasse di fare aperitivo a casa sua, stavolta. Viveva con due coinquilini, ma quella sera avrebbe avuto l’appartamento tutto per sé e, se volevo, potevo anche fermarmi a cena.

Quando entrai, rimasi folgorato. Indossava una canottiera bianca attillata, dei pantaloncini cortissimi e ai piedi solo delle infradito con lunghi calzini di spugna. Sembrava il classico ragazzo sportivo, un po’ stronzo, che popolava da sempre le mie fantasie. Mi fece entrare, mi offrì una birra e ci sedemmo sul divano. Lui bello spaparanzato, con i piedi appoggiati al tavolino davanti a noi; io con le gambe accavallate, un po’ distante da lui. Parlammo a lungo, bevendo la birra, e piano piano mi sciolsi. Riuscii ad aprirmi con lui più di quanto non fossi stato capace di fare fino a quel momento. Gli raccontai dei miei ex, dei miei sogni, delle mie paure, dei miei progetti per il futuro… Ma mentre parlavo, mi resi conto che sembrava distratto, come se in realtà non mi stesse ascoltando fino in fondo. Più che altro mi osservava, con attenzione, seguendo ogni mio movimento. A un certo punto prese dal cassetto del tavolino un sacchettino d’erba e mi chiese se volessi fumare. Scoppiai a ridere e gli dissi che non lo avevo mai fatto. Lui rise ancora più forte, come se non potesse crederci. Gli spiegai che mi aveva sempre fatto un po’ paura. Mi disse di stare tranquillo, che aiutava a rilassarsi. Così rollò la canna, la accese, fumò per primo e poi me la passò. Tossii subito. Il sapore era fortissimo, ma lui mi incoraggiava, mi spiegava come si fumava, come tirare, come trattenere l’aria nei polmoni. Aveva il tono paziente e sicuro di un fratello maggiore.

Passammo così una buona mezz’ora, tra risate, colpi di tosse e quella strana sensazione di calore che saliva piano dal petto. La testa mi girava un po’, ma in modo piacevole, come se tutti i fili tesi dentro di me si stessero allentando uno dopo l’altro. Giuseppe mi guardava con un mezzo sorriso, gli occhi verdi un po’ più lucidi del solito.

A un certo punto spense il mozzicone nel posacenere e si girò verso di me, appoggiando un braccio sullo schienale del divano. La canottiera si tese sul petto, mettendo in evidenza i pettorali. Io cercai di non fissare troppo.

«Senti…» disse, e la voce gli uscì più bassa del solito, «prima, all’aperitivo, quando ti ho detto che ho sempre sognato di avere un amico gay… non era una cazzata.»

Mi irrigidii leggermente. Il cuore, che fino a un secondo prima batteva lento e ovattato per via dell’erba, accelerò di colpo.

«In che senso?» chiesi, cercando di mantenere un tono neutro.

Giuseppe si passò una mano tra i capelli ricci, come se stesse scegliendo le parole con cura. Poi sospirò e andò dritto al punto, senza giri di parole, con quel suo modo diretto che mi aveva già colpito la prima volta.

«Intendevo… uno che si prenda cura di certi miei bisogni. Come farebbe una ragazza, capisci? Ma senza tutte quelle rotture di coglioni. Senza gelosie, senza “dove sei stato”, senza musi lunghi se non ho voglia di parlare. Solo… stare bene insieme. Io ti tratto da amico, tu mi dai una mano quando mi serve. Niente drammi.»

Le sue parole rimasero sospese nell’aria per qualche secondo. Io sentii il viso andare a fuoco. Un’ondata di imbarazzo mi travolse così forte che per un attimo pensai di alzarmi e andarmene. Le orecchie mi bruciavano. Abbassai lo sguardo sulle mie mani, che stringevano la bottiglia di birra ormai calda.

«Cioè… vuoi dire che…» balbettai, senza riuscire a finire la frase.

Lui scrollò le spalle, ma notai che anche lui era un po’ teso. Non era più il ragazzo spavaldo di prima. «Sì. Esattamente quello che ho detto. Non sto dicendo che devi per forza. È solo… quello che ho sempre pensato. Un amico gay che capisce certe cose, che non si fa problemi, che magari ci sta anche volentieri. Senza trasformarla in una storia complicata.»

Silenzio.

Dentro di me si scatenò un casino tremendo. Da una parte sentivo un calore improvviso all’inguine, un’eccitazione traditrice che mi saliva dallo stomaco e mi faceva formicolare la pelle. L’immagine di Giuseppe spaparanzato sul divano, con quei pantaloncini cortissimi e le gambe muscolose, si mescolava alle sue parole e diventava qualcosa di pericolosamente concreto. Potevo quasi visualizzare la scena che stava descrivendo. E una parte di me la voleva. Subito.

Dall’altra parte, però, c’era una paura fredda, tagliente. Questo ragazzo mi piaceva davvero. Non solo fisicamente. Mi piaceva come mi aveva notato alla grigliata, come mi scriveva, come mi ascoltava (o almeno ci provava). Per la prima volta da tanto tempo mi sembrava di aver trovato qualcuno con cui potevo essere me stesso senza dover recitare. E adesso rischiavo di rovinare tutto. Se avessi accettato, sarei diventato “quello che gli fa i pompini quando la fidanzata è lontana”? Se avessi rifiutato, magari si sarebbe sentito a disagio e avrebbe smesso di cercarmi?

«Giuseppe…» mormorai, la voce un po’ incrinata, «io… non so che dire. Cioè, mi hai preso alla sprovvista.»

Lui mi guardò dritto negli occhi. C’era tensione, sì, ma anche una strana dolcezza. «Lo so. Non devi rispondermi adesso. Non voglio che ti senti obbligato o che pensi che ti ho invitato qui solo per questo. Mi stai simpatico davvero, cazzo. Mi piace parlare con te. Solo che… quando ti ho visto la prima volta, ho pensato: “Ecco, lui potrebbe essere quel tipo di amico”. E non riesco a togliermi l’idea dalla testa.»

Mi morsi il labbro inferiore. Il cuore mi batteva così forte che ero sicuro lo sentisse anche lui. L’erba rendeva tutto più intenso: l’imbarazzo, il desiderio, la confusione. Avrei voluto avvicinarmi e toccarlo. Avrei voluto anche alzarmi e correre via prima di rovinare tutto.

«Mi fai sentire strano» ammisi alla fine, con un mezzo sorriso nervoso. «Da una parte mi eccita da morire quello che dici… dall’altra ho paura che se facciamo qualcosa, poi finisce che non siamo più amici. E io… io un amico come te non lo trovo tutti i giorni.»

Giuseppe rimase in silenzio per qualche secondo, poi annuì lentamente.

«Capisco» disse piano. «Nemmeno io voglio rovinare le cose. Però non riesco a fare finta di niente.»

Si stiracchiò sul divano, e quel semplice movimento fece salire ancora di più la tensione nell’aria. Nessuno dei due parlò per un po’. Io continuavo a sentire quel conflitto dentro: il desiderio che mi spingeva verso di lui e la paura che mi tirava indietro, come due corde che mi stavano strappando in direzioni opposte.

La serata era ancora lunga, e nessuno dei due sembrava sapere esattamente come sarebbe andata a finire.

Giuseppe sembrò accorgersi che l’atmosfera si era fatta troppo pesante. Si alzò dal divano con un movimento fluido, stiracchiandosi la schiena, e andò verso il frigo. «Ok, basta con queste facce serie» disse con un mezzo sorriso. «Ci vuole un’altra birra. E un’altra canna. Altrimenti finiamo per fare i filosofi tutta la sera.»

Tornò con due bottiglie fredde e il sacchettino d’erba. Io mi sentivo ancora il viso caldo per l’imbarazzo, le mani un po’ sudate. Una parte di me voleva cambiare discorso, fingere che non avesse detto niente, ma un’altra parte – quella più bassa, più insistente – non riusciva a smettere di ripensare alle sue parole.

Accettò la birra che mi porgeva. «Va bene» dissi alla fine, la voce un po’ incerta. «Ci sto… forse dobbiamo scioglierci un po’.»

Lui annuì, soddisfatto, e si rimise a rollare. Questa volta la canna venne più grossa, più carica. La accese, tirò due boccate lunghe e me la passò. Fumammo in silenzio per qualche minuto, bevendo a intervalli. Lentamente l’effetto arrivò di nuovo, più forte della prima volta. Le risate diventarono più facili, più sguaiate. Le parole uscivano senza filtri. Giuseppe iniziò a raccontare aneddoti stupidi della grigliata di Pasquetta, imitando i suoi amici che parlavano solo di figa e di motori. Io ridevo fino alle lacrime, gesticolando in modo esagerato, sentendomi finalmente sciolto, vivo, in compagnia di un vero amico.

Per un bel pezzo fu bellissimo. Parlavamo di tutto e di niente: del suo lavoro, dei miei film preferiti, di quanto facesse schifo il calcio ultimamente. Ridevamo per sciocchezze. In quel momento mi sentivo davvero bene accanto a lui, come se avessimo trovato un equilibrio perfetto.

Poi, mentre stavamo ancora ridendo per una battuta idiota sui coinquilini, Giuseppe si appoggiò di nuovo allo schienale, mi guardò con quegli occhi verdi un po’ arrossati e riprese il discorso, stavolta in modo più sfacciato, ma sempre con quel tono gentile, quasi affettuoso.

«Sai… ho sempre pensato che i gay fossero più audaci in queste cose» disse, con un sorrisetto. «Tra maschi ci si intende meglio, no? Niente giri di parole, niente “non mi va stasera”, niente scenate. Tu mi guardi, io ti guardo… e se c’è voglia si fa. Semplice. Tu sembri proprio il tipo che potrebbe essere bravo in questo.»

Arrossii di nuovo, ma questa volta non abbassai lo sguardo. «Ma che cazzo dici?» risposi, cercando di suonare indignato, anche se la voce mi uscì un po’ tremante. «Non è mica vero. I gay non sono tutti uguali, e non è che siamo delle macchinette del sesso solo perché siamo gay. È una stronzata enorme.»

Lui rise piano, per niente offeso. «Lo so, lo so… però ammettilo: ti sto facendo un po’ effetto.» Si sporse leggermente verso di me. «Ti vedo come ti muovi, come mi guardi quando pensi che non me ne accorga. Secondo me ti piacerebbe. E a me piacerebbe da morire. Ci guadagneremmo entrambi, no? Io avrei qualcuno che mi capisce senza stress, tu… be’, avresti me quando ti va.»

Continuai a controbattere, elencando ragioni razionali una dopo l’altra: che non volevo essere solo un “amico di comodo”, che rischiavamo di rovinare tutto, che non ero quel tipo di persona. Eppure, mentre parlavo, sentivo il corpo tradirmi. Il cuore batteva forte, l’inguine pulsava con un calore insistente, e ogni volta che lui abbassava la voce o mi guardava in quel modo diretto, mi eccitavo di più. Quel suo essere così sfacciato, così sicuro di volermi convincere a diventare una specie di “amico speciale”, mi stava mandando in tilt. Razionale ero sicuro di avere ragione. Emotivamente e fisicamente, invece, stavo perdendo terreno velocemente.

Giuseppe se ne accorse. Lo vidi dal modo in cui il suo sorriso diventava più caldo, più complice. Spinse ancora un po’, con gentilezza ma senza mollare.

«Dai… non devi decidere niente di definitivo stasera. Però ammetti almeno che l’idea ti incuriosisce. Che ti eccita un po’. Sarebbe solo tra noi. Nessun dramma, nessuna etichetta. Solo due amici che si fanno stare bene.»

Le sue parole continuavano a girarmi nella testa, mescolate al fumo e alla birra. Il mio cervello diceva no, il mio corpo diceva sì. Alla fine, dopo un lungo silenzio in cui lui mi guardava senza pressione ma con chiara aspettativa, sospirai.

«Ok…» dissi semplicemente, la voce bassa e un po’ rauca. «Ci sto.»

Giuseppe non disse niente per un secondo. Mi fissò, come per assicurarsi che avessi capito bene. Poi annuì lentamente, con un’espressione soddisfatta ma ancora cauta.

L’aria tra noi era diventata elettrica. Nessuno dei due si mosse ancora.

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