Racconti Piccanti
Racconti Piccanti

“Nessuno mi ha mai amata così bene, tesoro”

“Nessuno mi ha mai amata così bene, tesoro”

08 Aprile 2026·7 min di lettura

Sono in ginocchio, il pavimento freddo della cucina sotto di me, le gambe di mia madre aperte davanti al mio viso. Il tavolo di legno scuro, quello su cui abbiamo mangiato insieme per anni, ora è il nostro altare. La sua pelle è calda, morbida, e il suo profumo mi riempie i polmoni: un misto di sapone, sudore e qualcosa di più profondo, più intimo, che mi fa pulsare il sangue nelle tempie. Ho 24 anni, lei 47, ma in questo momento non esistono età, ruoli, regole. Esisto solo io, con la lingua che scivola lenta e profonda dentro di lei, e lei, che con una mano mi accarezza i capelli, tirandoli appena quando il piacere la travolge, mentre con l’altra si copre la bocca per soffocare i gemiti.

“Piano, tesoro,” sussurra, la voce roca, spezzata. “Se fai così… non riesco a stare zitta.”

Non rispondo. Non voglio. La mia bocca è impegnata, e ogni parola che potrei dire sarebbe inutile rispetto a quello che sto facendo. Le mie mani le tengono ferme le cosce, le dita che affondano nella carne morbida, mentre la mia lingua esplora ogni piega, ogni angolo di lei. È bagnata, tanto, e il suo sapore è acre, salato, vivo. Mi riempie la bocca, mi scivola sulla lingua, e io lo bevo come se fosse l’unica cosa che mi tiene in vita. Forse lo è.

Tutto è iniziato mesi fa, dopo il divorzio. Mio padre se n’è andato lasciandola a pezzi, e lei, che aveva sempre portato la maschera della madre perfetta, ha iniziato a crollare. La vedevo piangere in silenzio, la sera, seduta sul divano con un bicchiere di vino in mano. Io non sopportavo quella sofferenza. Ero cresciuto con l’idea di proteggerla, di essere il suo scudo, ma col tempo quel bisogno si è trasformato in qualcosa di diverso, di più oscuro. La volevo salvare, sì, ma anche venerarla, adorarla, darle qualcosa che nessuno le aveva mai dato. Una sera, mentre la stringevo tra le braccia per consolarla, le sue lacrime sul mio collo, ho sentito il suo corpo tremare contro il mio. E poi, senza che nessuno dei due lo dicesse ad alta voce, è successo. Le mie labbra sono scese lungo il suo corpo, le sue mani non mi hanno fermato, e per ore la mia bocca è stata tra le sue cosce, facendola gemere piano, facendola venire fino a farla tremare.

“Ti prego, non smettere,” dice ora, la voce un sussurro disperato mentre spingo la lingua più a fondo. La sento contrarsi, i muscoli delle sue cosce che si tendono sotto le mie mani. La guardo dal basso, i suoi occhi semichiusi, le labbra socchiuse mentre si morde il labbro inferiore per non urlare. I suoi capelli castani sono spettinati, qualche ciocca le cade sul viso, e il suo petto si alza e abbassa veloce, i seni che premono contro il tessuto leggero della camicia da notte che non si è tolta.

“Non smetto,” le dico, la voce bassa, quasi un ringhio, prima di tornare a lei. Le mie labbra si chiudono intorno al suo clitoride, lo succhio piano, poi più forte, e sento il suo corpo irrigidirsi. Un gemito le sfugge, acuto, e la sua mano nei miei capelli tira con più forza.

“Oddio… sì, così,” ansima, e io obbedisco. La servo. È il mio unico scopo in questo momento. La mia lingua si muove in cerchi lenti, poi veloci, scivolando su e giù, dentro e fuori, mentre le sue anche si spingono contro la mia bocca, come se volesse fondersi con me. Il suo odore è più forte ora, il suo sapore più intenso, e io lo voglio tutto. Voglio ogni goccia di lei.

Le mie mani risalgono lungo le sue cosce, fino ai fianchi, e la tiro più vicina al bordo del tavolo. Le sue gambe si spalancano di più, e io mi perdo in lei. La mia lingua la penetra, profonda, lenta, e poi esce per stuzzicarla, per farla impazzire. La sento gemere, un suono basso, gutturale, che mi fa indurire nei pantaloni. Ma non importa. Non è per me. È per lei. Tutto è per lei.

“Guardami,” mi dice, la voce tremante ma autoritaria. Alzo gli occhi, la mia bocca ancora su di lei, e incontro il suo sguardo. I suoi occhi sono lucidi, pieni di qualcosa che non riesco a definire, ma che mi fa sentire necessario, indispensabile. “Sei così bravo, tesoro,” sussurra, e quelle parole mi colpiscono come un pugno, facendomi desiderare di darle ancora di più.

Mi concentro sul suo clitoride, succhiandolo con ritmo, mentre due dita scivolano dentro di lei, lente, poi più veloci. È stretta, calda, e si contrae intorno a me, come se volesse tenermi lì per sempre. La sento ansimare, i suoi gemiti che diventano più forti, più disperati. “Sì, sì, così… non fermarti,” mi ordina, e io non lo faccio. Le mie dita si muovono dentro di lei, trovando quel punto che la fa tremare, mentre la mia lingua non le dà tregua. Il suono dei suoi respiri, dei suoi gemiti, del mio succhiare e del mio toccarla riempie la cucina, un concerto osceno che mi fa girare la testa.

“Sto per venire,” dice, la voce spezzata, e io accelero. Voglio sentirla esplodere sulla mia bocca, voglio assaporare il momento in cui perde il controllo. Le sue gambe si stringono intorno alla mia testa, i suoi fianchi si sollevano dal tavolo, e poi succede. Un grido soffocato le sfugge, il suo corpo si irrigidisce, e un’ondata di calore mi investe mentre viene, forte, lunga, infinita. Il suo sapore si intensifica, dolce e salato insieme, e io lo lecco tutto, senza lasciarne neanche una goccia, mentre lei trema sotto di me.

“Oddio… tesoro,” ansima, la mano che mi accarezza i capelli ora più dolce, più lenta. Mi guarda, gli occhi ancora lucidi, e sorride appena. “Nessuno mi ha mai amata così bene,” dice, e quelle parole mi riempiono di un calore che non so spiegare.

Non mi alzo subito. Resto lì, tra le sue cosce, baciando piano la sua pelle, lasciando che il suo respiro torni normale. Ma non è finita. Lo so. Lei lo sa. Dopo un momento, mi tira su, le sue mani sulle mie spalle, e mi guarda negli occhi. “Voglio di più,” sussurra, e io annuisco.

Mi alzo, i pantaloni tesi in modo quasi doloroso, e la aiuto a scendere dal tavolo. Le sue gambe sono ancora deboli, ma si regge a me, le mani sul mio petto. “Toglili,” mi ordina, indicando i miei vestiti, e io obbedisco senza esitazione. In pochi secondi sono nudo davanti a lei, il mio desiderio evidente, duro, pronto. Lei lo guarda per un istante, poi sorride, un sorriso che è allo stesso tempo dolce e predatorio.

“Vieni qui,” dice, tirandomi verso di lei. Mi spinge contro il tavolo, invertendo i ruoli, e si inginocchia davanti a me. La sua bocca si chiude intorno a me, calda, bagnata, e io devo afferrare il bordo del tavolo per non perdere l’equilibrio. La sua lingua si muove lenta, poi veloce, succhiando con una pressione che mi fa gemere. “Ti piace?” mi chiede, alzando gli occhi su di me, la voce roca, e io riesco solo ad annuire, la gola stretta.

“Sì… tanto,” riesco a dire, e lei sorride prima di tornare a me, prendendomi più a fondo. La sento, la sua bocca che mi avvolge, le sue mani che mi stringono, e il piacere è quasi insostenibile. Ma non voglio che finisca così. La tiro su, la giro, e la spingo di nuovo contro il tavolo, il suo ventre premuto sul legno, le gambe leggermente divaricate.

“Fallo,” mi dice, guardandomi da sopra la spalla, e io non aspetto. Mi posiziono dietro di lei, le mani sui suoi fianchi, e scivolo dentro, lento ma deciso. È stretta, calda, e un gemito mi sfugge mentre la sento avvolgermi. “Oh, sì,” ansima lei, spingendosi indietro contro di me, e io inizio a muovermi, ogni spinta profonda, ritmica, che ci fa gemere entrambi.

Il suono dei nostri corpi che si incontrano, il rumore della pelle contro la pelle, è l’unica cosa che esiste. Le mie mani le stringono i fianchi, poi risalgono sotto la camicia da notte, trovando i suoi seni, i capezzoli duri sotto le dita. Li pizzico piano, e lei inarca la schiena, gemendo più forte. “Più forte,” mi ordina, e io obbedisco, spingendo con più forza, più velocità, sentendo il piacere montare dentro di me, ma trattenendomi. Voglio che venga di nuovo, prima di me.

Le mie dita scivolano davanti, trovando il suo clitoride, e lo strofino mentre continuo a muovermi dentro di lei. La sento contrarsi, i suoi gemiti che diventano urla soffocate, e poi viene di nuovo, il suo corpo che trema contro il mio. “Oddio, tesoro,” ansima, e quelle parole mi spingono oltre il limite. Con un’ultima spinta, esplodo dentro di lei, il piacere che mi travolge, lasciandomi senza fiato.

Rimaniamo così per un momento, ansimanti, sudati, i nostri corpi ancora uniti. Poi mi ritiro piano, e lei si gira, abbracciandomi. La sua pelle è calda contro la mia, il suo respiro irregolare. “Grazie,” sussurra contro il mio petto, e io non dico niente. Non ce n’è bisogno. La stringo e basta, sapendo che questo, per noi, è tutto ciò che conta.

Lascia un commento