Puttana da cantiere
Il cantiere puzzava di cemento fresco, polvere e sudore maschile. Era quasi l’una di pomeriggio e il sole di fine giugno picchiava senza pietà. Gli operai erano andati a mangiare all’ombra dei container, lasciando il piazzale quasi deserto.
Fabio, il capocantiere, stava controllando l’ultima gettata quando vide Simone uscire dal bagno chimico con passo strano, rigido, come se camminasse sui carboni ardenti.
«Ehilà, architettino,» chiamò con quella voce bassa e graffiante che Simone ormai conosceva fin troppo bene. «Vieni qui un secondo.»
Simone si bloccò. Il cuore gli schizzò in gola. Si avvicinò lentamente, cercando di mantenere un’espressione neutra. Fabio era in canotta bianca sporca di polvere, i bicipiti tatuati lucidi di sudore, i jeans bassi sui fianchi potenti. Lo fissava con quel mezzo sorriso crudele che gli faceva sempre cedere le ginocchia.
Quando furono abbastanza vicini, Fabio abbassò la voce, quasi un ringhio.
«Girati.»
Simone deglutì. Obbedì. Sentì le mani grandi e callose di Fabio afferrargli i fianchi da dietro, poi scendere decise sul culo. Un pollice premette proprio al centro, sopra i pantaloni da lavoro.
«Ancora dentro, eh?» mormorò Fabio, soddisfatto. «Bravo. Ti sei tenuto il plug tutto il mattino come ti avevo detto.»
Simone chiuse gli occhi, le guance in fiamme. Il plug anale di silicone nero, spesso e con la base larga, gli riempiva il retto da ore. Ogni movimento, ogni passo, ogni volta che si chinava a raccogliere qualcosa, gli mandava scariche di piacere umiliante dritte al cazzo, che teneva semi-duro e intrappolato nelle mutande bagnate di pre-eiaculato.
Fabio lo spinse dentro il container più vicino, chiudendo la porta metallica con un tonfo sordo. L’interno era caldo, soffocante, odorava di olio e attrezzi.
«Togliti i pantaloni e piegati sul banco,» ordinò secco.
Simone tremava mentre ubbidiva. Abbassò i pantaloni da lavoro e le mutande fino alle ginocchia, offrendo il culo pallido e liscio, ancora stretto intorno alla base nera del plug. Si chinò in avanti, le mani aperte sul banco di legno grezzo.
Fabio si avvicinò. Con due dita afferrò la base del plug e lo tirò fuori lentamente, godendosi il gemito strozzato che sfuggì dalle labbra di Simone quando il giocattolo uscì con un piccolo suono osceno, lasciando il buco rosa leggermente aperto e luccicante di lubrificante.
«Guardati,» disse Fabio con disprezzo divertito. «Laureato con lode in Architettura… e ora eccoti qua, con il culo dilatato sul posto di lavoro come una puttanella da cantiere.»
Simone nascose il viso tra le braccia, la voce rotta dall’imbarazzo e dall’eccitazione.
«Ti prego… non dirlo così forte…»
Fabio rise piano, bassa e crudele. Si aprì i jeans, tirò fuori il cazzo già duro, spesso, venoso, con la cappella grossa e scura. Lo strofinò tra le natiche di Simone, facendogli sentire quanto fosse caldo e pesante.
«Raccontami,» disse all’improvviso, spingendo solo la punta contro l’anello ancora rilassato. «Raccontami tutto dall’inizio. Voglio sentirti mentre ti scopo. Voglio che mi dici con la tua vocina da intellettuale quanto ti piace essere ridotto così da uno come me.»
Simone ansimò quando Fabio entrò in lui con una spinta lunga e implacabile, riempiendolo completamente fino alle palle. Il bruciore era intenso, bellissimo, degradante.
«Io… io non volevo…» iniziò, la voce spezzata dai colpi profondi e regolari. «Mi sono laureato con 110 e lode… ma il settore è fermo… mio padre ha parlato con il tuo… e mi hanno messo qui come stagista…»
Fabio grugnì di piacere, accelerando il ritmo, una mano stretta sulla nuca di Simone per tenerlo fermo.
«Vai avanti.»
«Fin dal primo giorno… mi guardavi male. Mi davi i lavori più umili… pulire i bagni chimici, portare le secchiate di malta… e davanti agli altri mi chiamavi “principino”, “figlio di papà”… mi umiliavi…»
Il cazzo di Fabio lo martellava senza pietà, colpendo la prostata a ogni affondo. Simone sentiva le gambe tremare, il cazzo che gli gocciolava sul pavimento sporco del container.
«E poi… una sera che eravamo rimasti soli a finire la gettata… mi hai spinto contro il muro… mi hai abbassato i pantaloni e… mi hai infilato le dita dentro senza nemmeno chiedermelo…»
Fabio rise, rauco. «E tu hai aperto le gambe come una troia in calore, vero?»
«Sì…» ammise Simone, le lacrime di vergogna che gli bruciavano gli occhi. «Non avevo mai fatto niente del genere… ero vergine lì… ma tu mi hai detto che se non ti facevo divertire mi avresti fatto licenziare… e io… io mi sono eccitato da morire…»
Fabio gli afferrò i fianchi con più forza, scopandolo più violento, il rumore bagnato della carne che sbatteva riempiva il container.
«Dimmi del plug.»
«Me l’hai dato tu… due settimane fa… mi hai detto che da quel momento in poi dovevo tenerlo dentro tutto il giorno di lavoro… che solo tu potevi toglierlo… Ogni volta che mi chino, che cammino, che parlo con gli altri operai… lo sento… mi ricorda che sotto i vestiti sono il tuo giocattolo… che il mio culo è tuo…»
Fabio ringhiò di piacere, una mano che scendeva a stringere il cazzo di Simone, masturbandolo con movimenti rudi.
«E ti piace, vero? Ti piace sapere che mentre tuo padre racconta a tutti quanto sono bravo a “formarti”, io ti sto usando come una puttana da cantiere. Ti piace il rischio… che qualcuno possa entrare e vederti con il culo aperto e il mio cazzo dentro.»
Simone singhiozzò di piacere, spingendo il culo indietro contro ogni affondo.
«Sì… Dio, sì… mi terrorizza… ma non riesco a fermarmi… mi eccita da impazzire… essere quello che non dovrei essere… l’intellettuale… il ragazzo colto… ridotto a farmi scopare nei bagni chimici, dietro le impalcature, con il rischio che arrivi qualcuno…»
Fabio accelerò, il respiro pesante, i colpi sempre più profondi e brutali.
«Brava troietta,» grugnì. «Vieni. Vieni mentre ti riempio.»
Simone esplose con un gemito strozzato, schizzando sul pavimento del container mentre Fabio gli veniva dentro con potenti getti caldi, marchiandolo nel profondo.
Per qualche secondo rimasero così, ansimanti, uniti.
Poi Fabio si ritrasse lentamente, guardando soddisfatto il buco di Simone che pulsava, rosso e colmo di sborra bianca che cominciava a colare lungo le cosce pallide.
«Rimettiti il plug,» ordinò, porgendoglielo. «Devi tenerlo dentro fino a stasera. E stasera, quando tutti se ne saranno andati… ti scopo di nuovo nei bagni. E tu mi racconterai un’altra volta quanto ti vergogni… quanto ti piace essere la mia puttana segreta.»
Simone, con le mani che tremavano, prese il plug ancora caldo e lo spinse di nuovo dentro di sé, sigillando lo sperma di Fabio nel suo corpo.
Mentre si rivestiva, sentì la voce di Fabio, bassa e carica di promessa:
«Ricordati, architettino. Qui non sei nessuno. Sei solo il mio buco da usare quando mi gira.»
E Simone, nonostante la vergogna che gli bruciava il petto, sentì il cazzo che gli si induriva di nuovo contro i pantaloni.
Sapeva che non sarebbe mai riuscito a dire di no.
