Tra pipette e becher
Sono le undici di sera e il laboratorio di chimica dell’università è immerso in un silenzio irreale. Le luci al neon ronzano sopra di me, gettando riflessi freddi sulle superfici di acciaio e vetro. Sto finendo di annotare i risultati dell’ultimo esperimento, un lavoro lungo e tedioso su una reazione di sintesi che sembra non voler funzionare. Sono stanca, ma non posso permettermi di mollare. Sono una dottoranda al secondo anno e ogni dato conta per la mia tesi.
Davide, il ricercatore senior che mi segue, è dall’altra parte del bancone, chino su un blocco di appunti. Ha una decina d’anni più di me, capelli brizzolati e un’aria sempre concentrata, quasi severa. Ma c’è qualcosa nei suoi occhi, un lampo che ho notato più volte nelle ultime settimane. Uno sguardo che mi fa battere il cuore più forte, anche se cerco di ignorarlo. Non dovrei pensarci. Non qui, non con lui. Eppure, ogni volta che mi parla, che mi sfiora per passarmi uno strumento, sento un calore che non ha niente a che fare con le reazioni chimiche che studiamo.
“Chiara, hai controllato i valori del pH della soluzione B?” La sua voce mi scuote dai pensieri. È bassa, un po’ rauca, come se fosse stanco anche lui.
“Sì, è stabile a 6.8,” rispondo, alzando lo sguardo dal quaderno. Lo trovo a fissarmi, con un’intensità che mi fa deglutire a fatica. Non sta guardando il quaderno, sta guardando me.
“Bene,” dice, ma non distoglie gli occhi. Si avvicina lentamente, lasciando cadere la penna sul bancone. Il rumore del metallo contro il legno mi fa sobbalzare. “Sai, non ti ho mai vista così concentrata. Quasi… sexy, con quella matita tra le labbra.”
Sento le guance avvampare. Non so cosa rispondere. “Davide, dai, siamo in laboratorio,” mormoro, ma la mia voce trema. Non è una protesta seria, e lo sa.
“E allora?” Si avvicina ancora, ora è a un passo da me. Sento il suo odore, un misto di colonia leggera e sudore, dopo ore di lavoro. “Non c’è nessuno. Solo tu, io, e questi dannati becher.” La sua mano si posa sul bancone, vicino alla mia. Le sue dita sono lunghe, leggermente ruvide, e immagino come sarebbero sulla mia pelle.
“E se arriva qualcuno? Il professore fa i controlli notturni, lo sai,” dico, ma il cuore mi martella nel petto. Non sto davvero cercando di fermarlo. La verità è che lo voglio. Lo voglio da settimane.
“Il rischio è parte del gioco, no?” Sorride, un sorriso storto che mi fa venir voglia di baciarlo subito. “Non dirmi che non ci hai mai pensato. Io sì. Ogni volta che ti vedo chinata su quel microscopio, con quel camice che ti stringe i fianchi.”
Le sue parole mi colpiscono come una scarica elettrica. Mi mordo il labbro, incerta, ma il calore che sento tra le gambe è innegabile. “Sei pazzo,” sussurro, ma non mi muovo. Lo lascio avvicinarsi ancora, finché il suo corpo non è a pochi centimetri dal mio. Sento il suo respiro caldo sul collo, e il profumo acre dei reagenti nell’aria si mischia al suo odore, rendendo tutto più reale, più urgente.
“Pazzo di te,” mormora, e prima che possa dire altro, la sua mano scivola dietro la mia nuca e mi tira verso di lui. Le sue labbra si schiantano sulle mie, dure, affamate. Il bacio è ruvido, pieno di una tensione che è cresciuta per troppo tempo. Sento il sapore del caffè che deve aver bevuto poco fa, amaro e forte, e il calore della sua lingua che si intreccia con la mia. Le mie mani si aggrappano al suo camice, stringendo il tessuto mentre il mondo intorno a me svanisce. Non c’è più il laboratorio, non ci sono provette o appunti. Solo lui.
Ci stacchiamo per un attimo, ansimando. “Davide, non possiamo…” inizio, ma lui mi interrompe con un altro bacio, più profondo, più disperato. La sua mano scivola lungo la mia schiena, sotto il camice, e sento le sue dita calde sulla pelle. Mi spinge contro il bancone, e il freddo del legno contro i miei fianchi mi fa rabbrividire.
“Possiamo eccome,” ringhia, la voce bassa e carica di desiderio. “Ti voglio qui, adesso. Non me ne frega niente di chi potrebbe entrare.” Mi solleva con facilità, facendomi sedere sul bancone. Le provette e le pipette tintinnano mentre le spingo via con un movimento del braccio. Non mi importa se qualcosa si rompe. Non ora.
Le sue mani sono ovunque, slacciano il mio camice con gesti rapidi, impazienti. Sento il tessuto scivolare via dalle spalle, esponendo la mia pelle all’aria fresca del laboratorio. I suoi occhi si posano sul mio reggiseno, un semplice modello nero, e un grugnito di apprezzamento gli sfugge dalle labbra. “Cazzo, Chiara, sei bellissima,” dice, e la sua voce è così cruda che mi fa venire la pelle d’oca.
Gli tiro via il camice a mia volta, scoprendo la sua camicia stropicciata. Non perdo tempo, slaccio i bottoni con dita tremanti, rivelando il suo petto largo, coperto da una leggera peluria scura. La sua pelle è calda sotto le mie mani, e sento i muscoli tendersi mentre lo tocco. “Anche tu non sei male, per un vecchio ricercatore,” lo stuzzico, cercando di mantenere un tono leggero, ma la mia voce è spezzata dal desiderio.
“Vecchio, eh?” Ride, un suono profondo che mi fa vibrare dentro. “Ti faccio vedere io chi è vecchio.” Mi spinge indietro, facendomi sdraiare sul bancone. La superficie è fredda contro la mia schiena, un contrasto brutale con il calore del suo corpo che si china su di me. Le sue mani scivolano sotto la mia gonna, tirandola su fino ai fianchi. Sento le sue dita sfiorare l’interno delle mie cosce, e un gemito mi sfugge prima che possa trattenermi.
“Shh, non vorrai che ci sentano, no?” sussurra, ma nei suoi occhi c’è un divertimento perverso. Sa che il rischio ci eccita entrambi. Le sue dita raggiungono l’orlo delle mie mutandine, e con un gesto deciso le tira giù, lasciandole cadere sul pavimento. Sono esposta, vulnerabile, e il modo in cui mi guarda, con pura fame, mi fa sentire potente allo stesso tempo.
“Davide, sbrigati,” ansimo, incapace di aspettare oltre. Il mio corpo brama il suo tocco, il suo calore. Sento l’odore pungente dei solventi chimici che aleggia ancora nell’aria, mescolato al profumo della sua pelle sudata. È una combinazione strana, ma in questo momento mi eccita da morire.
“Non così in fretta,” dice, con un sorriso malizioso. Si china tra le mie gambe, e prima che possa capire cosa sta succedendo, sento la sua bocca su di me. Il calore umido della sua lingua mi colpisce come un fulmine, facendomi inarcare la schiena. “Oh, cazzo,” gemo, stringendo i bordi del bancone con le mani. La sua lingua si muove con precisione, esplorando ogni punto sensibile, mentre le sue mani mi tengono ferme le cosce, impedendomi di chiudermi. Il suono dei suoi respiri pesanti, del leggero schiocco della sua bocca, mi manda fuori di testa.
“Ti piace, eh? Dimmi quanto ti piace,” mormora contro la mia pelle, la sua voce vibrante che mi fa tremare.
“Sì, mi piace… non fermarti, ti prego,” lo supplico, la voce rotta. Non mi riconosco nemmeno, ma non mi importa. Voglio solo di più. Lui continua, alternando movimenti lenti e deliberati a rapidi colpi che mi fanno vedere le stelle. Sento il piacere montare dentro di me, un’onda che cresce sempre di più, ma prima che possa raggiungere il culmine, si tira indietro.
“Non ancora,” dice, alzandosi. Il suo volto è arrossato, le labbra lucide, e il modo in cui mi guarda mi fa quasi venire solo con lo sguardo. Si slaccia i pantaloni con gesti veloci, lasciandoli cadere insieme ai boxer. La sua erezione è evidente, dura e grossa, e sento una fitta di desiderio così forte che mi fa male. “Ti voglio dentro di me,” sussurro, senza vergogna.
“Lo avrai,” risponde, posizionandosi tra le mie gambe. Mi tira verso il bordo del bancone, facendomi scendere un po’ per adattarmi alla sua altezza. Sento la punta di lui sfiorarmi, e il contatto mi fa gemere. “Sei pronta?” chiede, ma non aspetta davvero una risposta. Con un movimento lento ma deciso, mi penetra, riempiendomi completamente. È grosso, mi allarga, e la sensazione è un misto di piacere e leggero dolore che mi fa stringere i denti.
“Cristo, sei stretta,” grugnisce, iniziando a muoversi. Le sue spinte sono profonde, ritmiche, e ogni colpo mi fa sobbalzare contro il bancone. Il rumore dei nostri corpi che si scontrano, il tintinnio delle provette che si muovono con i nostri movimenti, tutto si mischia in una sinfonia caotica. L’odore dei reagenti è ancora forte, ma ora c’è anche il profumo salato del suo sudore, della mia eccitazione. È un mix che mi inebria.
“Più forte, Davide,” lo incito, afferrandogli le spalle. Le mie unghie si conficcano nella sua pelle mentre lui accelera, ogni spinta più intensa della precedente. Mi tiene per i fianchi, le sue dita che affondano nella mia carne, lasciando segni che probabilmente vedrò domani. Non mi importa. Voglio solo sentirlo, tutto di lui.
“Ti piace così, vero? Sul bancone, come una cazzo di cavia da laboratorio,” dice, la voce spezzata dallo sforzo. Le sue parole mi colpiscono, sporche ma perfette in questo momento. “Sì, mi piace… non smettere,” rispondo, ansimando. Il rischio che qualcuno possa entrare da un momento all’altro mi fa stringere di più intorno a lui, il piacere che si intensifica ad ogni pensiero.
Lui cambia posizione, sollevandomi una gamba per poggiarla sulla sua spalla. La nuova angolazione mi fa urlare, ma mi mordo il labbro per non fare troppo rumore. Ogni spinta tocca un punto dentro di me che mi fa perdere la testa, e sento il piacere montare di nuovo, stavolta inarrestabile. “Sto per venire,” gemo, le mani che si aggrappano al bancone, alle sue braccia, a qualsiasi cosa.
“Anch’io,” ringhia, il ritmo che diventa frenetico. I suoi movimenti sono irregolari ora, disperati, e il suo respiro è un rantolo. Lo sento pulsare dentro di me, e con un ultimo colpo profondo, esplodo. L’orgasmo mi travolge, un’onda che mi fa tremare dalla testa ai piedi. Grido il suo nome, incapace di trattenermi, mentre lui si svuota dentro di me con un gemito rauco, il suo corpo che si tende contro il mio.
Restiamo così per un lungo momento, ansimando, sudati, i corpi ancora uniti. Il freddo del bancone sotto di me mi riporta lentamente alla realtà, così come il ronzio delle luci al neon e l’odore dei reagenti che mi pizzica il naso. Davide si tira indietro, sistemandosi i pantaloni con mani tremanti. Mi porge una mano per aiutarmi a scendere dal bancone, e io la prendo, le gambe che ancora tremano.
“Dobbiamo pulire tutto,” dico, guardandomi intorno. Le provette sono sparse, alcune rovesciate, e il mio camice è sgualcito sul pavimento. Ma non riesco a smettere di sorridere.
“Già,” risponde lui, passandosi una mano tra i capelli. “Ma ne è valsa la pena, no?”
Non rispondo. Mi limito a guardarlo, sapendo che questo non sarà l’ultimo esperimento che faremo insieme tra pipette e becher.
