Racconti Piccanti
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Sobbalzi

Sobbalzi

30 Marzo 2026·9 min di lettura

Sono seduta su questo treno notturno, circondata dai colleghi del team, con le gambe incrociate e il laptop aperto per fingere di lavorare. La trasferta a Milano è stata lunga, due giorni di riunioni interminabili, ma ora, mentre il convoglio taglia la pianura oscura, l’unica cosa a cui penso è lui. Marco, del reparto logistica. Non è il classico belloccio da ufficio, ma ha uno sguardo che ti inchioda, un modo di guardarti che sembra dirti “so cosa vuoi” senza bisogno di aprire bocca. E io lo voglio. Da settimane ci scambiamo occhiate, battute ambigue davanti alla macchinetta del caffè, messaggi che nessuno dei due ha il coraggio di rendere troppo espliciti. Ma stasera, su questo treno affollato, sento che qualcosa sta per succedere.

Siamo in uno scompartimento di seconda classe, stretti come sardine. L’odore di sudore e caffè freddo impregna l’aria, le voci dei colleghi si mescolano al rumore monotono delle rotaie. Marco è seduto poco più in là, di fianco a una finestra appannata. Ogni tanto i nostri occhi si incrociano, e ogni volta è come se una scarica elettrica mi attraversasse la schiena. Non dice niente, ma a un certo punto si alza, si stiracchia con noncuranza e passa davanti a me, diretto verso il corridoio. Mi lancia un’occhiata, un mezzo sorriso che è più un invito che una provocazione. Il cuore mi batte più forte. So dove sta andando. E so che vuole che lo segua.

Aspetto un paio di minuti, giusto per non dare nell’occhio. Chiudo il laptop, mi alzo e mormoro a Laura, la mia vicina di posto, che ho bisogno di sgranchirmi le gambe. Lei annuisce senza nemmeno guardarmi, troppo impegnata a giocare col telefono. Mi avvio lungo il corridoio, il pavimento che trema sotto i piedi per i sobbalzi del treno. Passo davanti agli altri scompartimenti, vedo colleghi che dormono, altri che chiacchierano. Il cuore mi martella nel petto, un misto di eccitazione e paura. E se qualcuno mi vede? E se capiscono? Ma è proprio questo rischio che mi fa sentire viva, che rende ogni passo verso il bagno un gioco pericoloso.

Arrivo davanti alla porta del bagno, una di quelle piccole e squallide, con la scritta “occupato” che si illumina di rosso. Busso piano, due colpetti secchi. La porta si socchiude appena, e vedo gli occhi di Marco, scuri e affamati. “Entra,” sussurra, la voce bassa ma decisa. Non me lo faccio ripetere. Mi infilo dentro, e lui chiude la porta a chiave con un gesto rapido. Lo spazio è minuscolo, a malapena ci stiamo in due. C’è un lavandino incrostato, uno specchio crepato, l’odore di disinfettante che pizzica il naso. Ma non mi importa. Sono qui, con lui, e il resto del mondo può aspettare.

Mi guarda per un istante, poi sorride, un sorriso che è quasi una sfida. “Pensavo non venissi,” dice, la voce roca. Si avvicina, il suo corpo a pochi centimetri dal mio. Sento il calore della sua pelle, l’odore del suo dopobarba mescolato a un lieve sentore di sudore. “E invece eccomi,” rispondo, cercando di mantenere un tono sicuro, anche se dentro sto tremando. Le sue mani si posano sui miei fianchi, decise, e mi spingono contro il bordo del lavandino. Il metallo freddo mi preme sulla schiena, un contrasto netto con il calore delle sue dita che stringono la stoffa della mia gonna.

“Sei sicura che nessuno ci ha visti?” chiedo, il fiato corto, mentre il treno sobbalza e mi fa perdere per un attimo l’equilibrio. Lui ride piano, un suono profondo che mi fa vibrare qualcosa dentro. “E che importa? Se ci beccano, diremo che stavamo discutendo di lavoro.” Mi strizza l’occhio, poi si china verso di me, le sue labbra a un soffio dalle mie. “Ma ora non parliamo di lavoro, vero?” Non aspetto la risposta. Lo bacio, un bacio affamato, disperato quasi. La sua bocca sa di menta e di qualcosa di più forte, forse il whisky che ha bevuto prima di salire sul treno. Le sue mani scivolano sotto la gonna, sollevandola con un movimento brusco. Sento le sue dita sulla pelle, ruvide e sicure, mentre mi stringe i fianchi e mi tira più vicina.

“Non abbiamo molto tempo,” mormora contro il mio orecchio, il suo respiro caldo che mi fa venire i brividi. “Allora muoviti,” ribatto, la voce spezzata dall’eccitazione. Lo spingo leggermente indietro, giusto il tempo di slacciargli la cintura. Il suono della fibbia che si apre è quasi assordante in questo spazio ristretto, sovrastato solo dal rumore del treno che corre sui binari. Lui mi guarda, gli occhi che brillano di desiderio puro, mentre abbasso la zip dei suoi pantaloni. Sento la sua erezione sotto la stoffa dei boxer, dura, pronta. Non perdo tempo, glieli tiro giù quel tanto che basta. È grosso, più di quanto immaginassi, e la vista mi fa stringere lo stomaco in una morsa di desiderio.

“Ti piace quello che vedi?” chiede con un ghigno, la voce carica di arroganza. Non rispondo, mi limito a guardarlo negli occhi mentre lo tocco, stringendolo piano con la mano. Lui inspira bruscamente, un suono che mi fa sorridere. “Non fare il presuntuoso,” gli dico, ma la mia voce tradisce l’eccitazione. Le sue mani tornano su di me, sollevano la gonna fino alla vita, scoprendo le mutandine di pizzo nero che indosso. “Cazzo, sei uno spettacolo,” mormora, e prima che possa dire altro, mi spinge indietro, facendomi appoggiare al lavandino. Il bordo mi preme contro le natiche, un fastidio che sparisce non appena sento le sue dita scivolare sotto l’elastico e abbassarmi le mutandine fino alle ginocchia.

Il treno sobbalza di nuovo, facendoci perdere l’equilibrio per un istante. Rido, una risata nervosa, mentre lui mi sostiene con un braccio. “Attenta, non voglio che cadi prima di aver finito con te,” dice, e il tono è così diretto, così crudo, che mi fa bagnare ancora di più. “Allora fai in fretta,” ribatto, spalancando le gambe per invitarlo. Lui non si fa pregare. Si posiziona tra le mie cosce, il suo membro che preme contro di me, caldo e insistente. Sento ogni dettaglio, la pelle liscia, la durezza che spinge piano all’inizio, come per testare la mia reazione. Ansimo, le mani che si aggrappano al bordo del lavandino, le unghie che graffiano il metallo.

“Piano, non siamo in un letto a cinque stelle,” gli dico, ma il tono è più un incoraggiamento che una protesta. Lui ride, un suono gutturale, e spinge più forte, entrando in me con un movimento deciso. Il dolore iniziale si mescola al piacere, un mix che mi fa gemere piano, mordendomi il labbro per non farmi sentire. Il bagno è così piccolo che ogni movimento sembra amplificato, il suono della sua pelle contro la mia, il suo respiro pesante vicino al mio orecchio, l’odore del suo corpo che mi avvolge. Ogni spinta è accompagnata da un sobbalzo del treno, che rende tutto più intenso, più caotico. Mi sento completamente esposta, vulnerabile, e allo stesso tempo non riesco a pensare ad altro che al piacere che mi sta dando.

“Ti piace, eh?” sussurra, la voce spezzata dallo sforzo. Le sue mani mi stringono i fianchi, tenendomi ferma mentre spinge più a fondo. “Non fare troppe domande,” rispondo, ansimando, ma non posso nascondere il gemito che mi sfugge quando colpisce un punto che mi fa vedere le stelle. “Oh, cazzo, continua così,” aggiungo, incapace di trattenermi. Lui sorride, un sorriso predatorio, e accelera il ritmo. Ogni affondo è più forte, più profondo, e io mi aggrappo a lui, le gambe che tremano per lo sforzo di rimanere in piedi. Sento il sudore sulla sua fronte, il calore del suo petto contro il mio mentre mi spinge contro il lavandino, il metallo che mi segna la pelle.

“Dio, sei stretta,” mormora, e le sue parole mi fanno arrossare, anche se non so perché. “E tu sei… insistente,” ribatto, cercando di mantenere un briciolo di controllo, ma la verità è che sto perdendo la testa. Il rumore del treno copre a malapena i nostri suoni, i gemiti che mi scappano nonostante cerchi di soffocarli, il suo respiro che si fa sempre più irregolare. Ogni tanto sento voci nel corridoio, passi che si avvicinano, e il cuore mi salta in gola. “E se qualcuno bussa?” chiedo, la voce spezzata, mentre lui non rallenta nemmeno per un secondo. “Che bussi pure, non mi fermo adesso,” risponde, e la sua sicurezza mi fa rabbrividire.

Le sue mani scivolano sotto la mia camicetta, slacciando un paio di bottoni con gesti impazienti. Sento le sue dita sulla pelle, calde, mentre mi stringe un seno attraverso il reggiseno, pizzicando il capezzolo fino a farmi sobbalzare. “Marco, cazzo,” sibilo, ma non voglio che smetta. La combinazione di tutto – il rischio, la scomodità, il suo corpo che si muove dentro di me – mi sta portando al limite. Sento l’odore della mia stessa eccitazione mescolarsi al suo, un odore intenso, reale, che rende tutto ancora più crudo. Il sapore del suo bacio è ancora sulla mia lingua, salato, mentre le sue labbra scendono sul mio collo, mordendo piano la pelle.

“Non resisto più,” dice all’improvviso, la voce tesa, e capisco che è vicino. “Nemmeno io,” rispondo, e non sto mentendo. Ogni spinta mi porta più vicina al bordo, il piacere che si accumula come una tempesta pronta a esplodere. Il treno sobbalza di nuovo, più forte questa volta, e il movimento mi fa stringere intorno a lui, un riflesso che lo fa gemere rumorosamente. “Cazzo, fai piano o ci sentono tutti,” lo rimprovero, ma sto ridendo, e anche lui. “Se ci sentono, pazienza. Voglio che tu venga, ora,” dice, e le sue parole sono come una spinta finale. Spinge ancora, una, due, tre volte, e sento tutto crollare. L’orgasmo mi travolge, un’onda che mi fa tremare, le gambe che cedono mentre mi aggrappo a lui per non cadere. Ansimo, la testa appoggiata al suo petto, mentre sento il suo respiro accelerare, il suo corpo che si irrigidisce.

“Sto per…” inizia a dire, ma non finisce la frase. Lo sento uscire da me all’ultimo secondo, caldo e bagnato sulla mia coscia, un gesto rapido per evitare complicazioni. Il suo gemito è profondo, quasi animalesco, e per un istante restiamo così, ansimanti, appoggiati l’uno all’altra in questo bagno minuscolo che puzza di disinfettante e sesso. Il treno continua a correre, i sobbalzi che ci riportano alla realtà. Mi sistemo la gonna con mani tremanti, mentre lui si tira su i pantaloni, un sorriso soddisfatto sul volto.

“Dobbiamo tornare indietro prima che qualcuno si insospettisca,” dico, cercando di riprendere fiato. Lui annuisce, ma prima di aprire la porta mi tira a sé per un ultimo bacio, rapido ma intenso. “Alla prossima trasferta,” sussurra, e io non posso fare a meno di sorridere. Usciamo uno alla volta, con cautela, tornando ai nostri posti come se niente fosse successo. Ma ogni sobbalzo del treno mi ricorda quello che abbiamo appena fatto, e so che non dimenticherò facilmente questa notte.

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