Semaforo rosso e bocca piena
C’era una volta – no, scherzo, non è una fiaba per bambini. Questa è la storia di due deficienti su una macchina scassata, un cazzo in tiro e un semaforo rosso che sembrava durare un’eternità. Protagonisti: Luca, il classico “macho etero” che non si farebbe mai toccare da un altro uomo, e il suo migliore amico, Marco, che invece non vedeva l’ora di dimostrare che la teoria dell’eterosessualità ferrea è solo una stronzata da bar.
Luca, 28 anni, era il tipo che passava le serate a vantarsi di quante fighe rimorchiava, con quei muscoli da palestra discount e la faccia da bullo di periferia. Marco, invece, era il suo opposto: magro, occhiali da nerd, ma con una lingua che avrebbe potuto scrivere poesie – o, come vedremo, fare ben altro. Erano amici da una vita, di quelli che si insultano per sport e si coprono le spalle quando serve. Ma quella sera, qualcosa doveva cambiare, e non per un cazzo di motivo profondo. Solo perché entrambi erano ubriachi, arrapati e con zero possibilità di trovare una scopata decente in quel buco di città.
Erano le undici di sera, e stavano tornando da una festa di merda dove l’unica cosa eccitante era stato il punch corretto con vodka da due soldi. Luca guidava la sua Punto del ’98, un catorcio che vibrava come un dildo scarico a ogni buca della strada. Marco era sul sedile del passeggero, con una birra in mano che ormai sapeva di piscio caldo. Parlavano di cazzate, come al solito, quando Luca, con quella sua voce da spaccone, se ne uscì con una frase che puzzava di provocazione.
“Oh, Marcolino, ma tu lo sai fare un pompino come si deve o parli solo per dare aria alla bocca?”
Marco lo fissò, con un sorrisetto che diceva tutto e niente. “Vuoi proprio vedere? Guarda che ti faccio venire in dieci secondi e poi mi devi pagare da bere per un mese.”
Luca rise, una di quelle risate grasse che fanno tremare i finestrini. “Cazzo, fai sul serio? Dai, provaci. Tanto non ci riesci, sei tutto chiacchiere e distintivo.”
Marco non se lo fece dire due volte. “Frena un attimo, campione. Se vuoi lo spettacolo, lo hai. Ma non piangere se ti faccio perdere la testa.”
E così, tra una risata e un insulto, la sfida era partita. Luca, con quel ghigno da coglione sicuro di sé, rallentò appena la macchina, tanto la strada era deserta a quell’ora. Marco si slacciò la cintura, si chinò verso il sedile del guidatore e, senza tanti complimenti, gli abbassò la zip dei jeans. Luca fece finta di protestare, ma il rigonfiamento nei boxer raccontava un’altra storia. “Oh, cazzo, fai sul serio? Guarda che se ci beccano, ti mollo un ceffone.”
“Sta’ zitto e guida, che ci penso io a te,” rispose Marco, tirandogli fuori l’uccello con una mossa da prestigiatore. E, diciamocelo, non era niente male: un bel cazzo grosso, di quelli che ti fanno pensare che madre natura sia stata generosa con certi stronzi. Duro come il marmo, con le vene che sembravano corde, e una cappella rossa che quasi brillava sotto la luce fioca dell’abitacolo.
Marco non perse tempo. Glielo prese in mano, stringendolo alla base, e ci sputò sopra senza tanti convenevoli. “Così non si appiccica,” disse, con una risata che sembrava quella di un pervertito da film porno anni ’80. Luca, che ancora fingeva di essere il duro della situazione, emise un grugnito che era un misto di imbarazzo e goduria. “Cazzo, fai piano, che se sbandiamo finiamo nel fosso.”
Ma Marco non aveva nessuna intenzione di andare piano. Glielo prese in bocca senza preavviso, avvolgendolo con le labbra fino a metà asta. Il sapore era quello tipico di un cazzo non lavato da qualche ora: salato, pungente, con un retrogusto di sudore che non era proprio afrodisiaco, ma che in quel momento sembrava la cosa più arrapante del mondo. Luca strinse il volante così forte che le nocche gli diventarono bianche. “Porca puttana, Marcolino, ma dove cazzo hai imparato?”
Marco non rispose, troppo occupato a succhiare come se fosse il suo ultimo pasto. La lingua gli girava intorno alla cappella, leccando ogni millimetro, mentre con la mano gli massaggiava la base, tirando la pelle su e giù. Il suono era osceno, un misto di risucchi e gemiti soffocati che riempiva l’abitacolo come una colonna sonora da film hard. Luca, che cercava di tenere gli occhi sulla strada, iniziava a sudare come un maiale al macello. “Cazzo, rallento, che non ci vedo un tubo.”
E proprio in quel momento, il primo semaforo rosso. La macchina si fermò con un sussulto, e Marco non si staccò di un millimetro. Anzi, se lo spinse più a fondo in gola, fino a sentire la cappella che gli premeva contro il palato. Luca guardò fuori dal finestrino, con il cuore che gli batteva a mille. “Merda, c’è una macchina accanto. Se guardano dentro, siamo fottuti.”
Marco alzò gli occhi, con quel cazzo ancora in bocca, e biascicò qualcosa che suonava come: “Frega un cazzo, goditela.” Poi riprese a pompare con la bocca, su e giù, con una velocità che avrebbe fatto invidia a una pornostar navigata. Ogni movimento era rumoroso, bagnato, con la saliva che gli colava lungo il mento e finiva sui jeans di Luca. L’odore nell’abitacolo era un misto di sudore, eccitazione e birra versata, una combinazione che ti faceva girare la testa.
Luca, con un occhio sulla strada e l’altro che cercava di non chiudersi per il piacere, iniziò a spingere i fianchi verso l’alto, come se volesse scopargli la bocca. “Cazzo, Marco, mi fai venire così. Rallenta o schizzo tutto.” Ma Marco non rallentò per niente. Anzi, glielo prese ancora più a fondo, fino a sentire i peli pubici che gli grattavano il naso. Il sapore era sempre più forte, un mix di pre-sperma e sudore che gli riempiva la bocca come un cocktail di merda.
Il semaforo diventò verde, e Luca diede gas con un gemito che sembrava un ruggito. “Porca troia, sei un demonio.” Ma non c’era tempo per fare i complimenti, perché un altro semaforo rosso era a pochi metri. La macchina si fermò di nuovo, e stavolta c’era un gruppo di persone sul marciapiede, proprio a due passi. Luca li riconobbe subito: erano i loro amici, quelli con cui avevano passato la serata. Stavano lì, a ridere e fumare, e uno di loro, un coglione di nome Davide, alzò la mano per salutarli. “Ehi, Luca! Tutto bene?”
Luca, con il cazzo in gola al suo migliore amico, fece un sorriso tirato e alzò la mano per ricambiare il saluto. “Tutto ok, ci vediamo dopo!” La voce gli uscì strozzata, e non era difficile capire perché. Marco, sotto il cruscotto, non si fermava un secondo. Glielo succhiava con una forza che sembrava volesse strapparglielo via, con le labbra strette come una morsa e la lingua che non dava tregua. Ogni tanto si staccava appena, solo per riprendere fiato, e il filo di saliva che gli collegava la bocca al cazzo di Luca sembrava una ragnatela oscena.
“Sei un bastardo, lo sai?” grugnì Luca, cercando di non guardare gli amici fuori dal finestrino. Uno di loro, una ragazza con l’occhio lungo, sembrava fissare la macchina con un’espressione curiosa. “Cazzo, se ci vedono, ci prendono per il culo fino alla morte.”
Marco, con la bocca piena, emise una risata soffocata che mandò una vibrazione dritta lungo l’asta di Luca. E fu la goccia che fece traboccare il vaso. Luca si irrigidì, le mani strette sul volante come se stesse per strapparlo via, e con un grugnito che sembrava venire dall’inferno, esplose. “Cazzo, vengo! Prendilo tutto, stronzo!”
E Marco lo prese, eccome. Il primo schizzo gli colpì il fondo della gola, caldo e appiccicoso, con un sapore amaro che gli fece quasi venire un conato. Ma non si tirò indietro. Continuò a succhiare, lasciando che ogni getto gli riempisse la bocca, fino a quando non fu costretto a deglutire per non soffocare. Il suono era disgustoso, un misto di gorgoglii e gemiti, mentre Luca, con la testa appoggiata al poggiatesta, cercava di riprendere fiato. “Porca puttana, Marcolino. Mi hai distrutto.”
Marco si tirò su, pulendosi la bocca con il dorso della mano, e gli lanciò un’occhiata da stronzo soddisfatto. “Te l’avevo detto che ti facevo venire in dieci secondi. Ora mi devi quella birra.”
Luca, ancora con il fiato corto, scoppiò a ridere. “Cazzo, sei un pervertito. Ma sai che c’è? Ne è valsa la pena.”
Il semaforo tornò verde, e la macchina ripartì, lasciando gli amici sul marciapiede a chiacchierare ignari di quello che era appena successo. Ma dentro l’abitacolo, l’aria era ancora carica di quell’odore di sesso e sudore, e i due non smisero di insultarsi e ridere per il resto del tragitto. Perché, in fondo, che cazzo importa? Una pompata tra amici non ha mai ucciso nessuno. E se qualcuno li avesse visti, beh, avrebbero avuto una storia da raccontare per anni.
