Non ti ho mai dimenticato
Elena spingeva il carrello lungo il corridoio dei surgelati, gli occhi distratti sulle etichette, quando una voce familiare la fece sobbalzare. “Elena? Ma sei proprio tu?” Si voltò di scatto e lo vide: Massimo, in piedi con un pacchetto di pizza surgelata in mano, un sorriso largo e un po’ imbarazzato. Era invecchiato, qualche ruga in più agli angoli degli occhi, ma il fisico era ancora quello di un tempo, scolpito sotto la polo aderente. Lavoravano insieme anni prima, in un ufficio grigio e noioso, e lei non aveva mai avuto il coraggio di dirgli quanto le piacesse. Ogni volta che lui passava vicino alla sua scrivania, con quel profumo di dopobarba speziato, lei sentiva un calore tra le gambe che cercava di ignorare.
“Massimo! Non ci credo, quanto tempo!” rispose, cercando di sembrare tranquilla mentre il cuore le martellava nel petto. Lui si avvicinò, posò la pizza nel carrello e le diede due baci sulle guance, sfiorandola appena. La sua pelle era ruvida di barba corta, e quel contatto le fece correre un brivido lungo la schiena.
“Che ci fai qui? Pensavo fossi sparito dalla circolazione,” disse Elena, incrociando le braccia per nascondere il tremito nelle mani. Lui rise, una risata bassa e roca che le ricordava le pause caffè di un tempo, quando lo ascoltava fantasticando su come sarebbe stato sentirlo gemere.
“Abito poco lontano, e tu? Sempre la stessa zona?” chiese Massimo, guardandola con occhi che sembravano studiarla, scendere lungo il suo corpo. Indossava una gonna al ginocchio e una camicetta leggera, niente di provocante, ma sotto quello sguardo si sentiva nuda.
“Sì, non mi sono mossa. Dai, raccontami, cosa fai ora?” continuò lei, solo per tenere la conversazione in piedi, mentre la sua mente già correva altrove. Lo immaginava vicino, troppo vicino. E quando lui si avvicinò davvero, per prendere qualcosa dallo scaffale alle sue spalle, il suo braccio le sfiorò il fianco. Fu un attimo, ma bastò. Elena trattenne il fiato, il calore che le saliva dal basso ventre.
“E se ci prendessimo un caffè? Tanto non ho fretta,” propose Massimo, con un tono che sembrava innocente ma aveva un sottofondo che lei colse subito. Non era solo un caffè. Lo sapeva. E lo voleva.
“Va bene, ma non qui. Troppa gente,” rispose, abbassando la voce. Lui annuì, un lampo di intesa negli occhi. “Seguimi, ho la macchina fuori.”
Pochi minuti dopo erano seduti nella sua berlina nera, parcheggiata in un vicolo isolato dietro il supermercato, dove i lampioni non arrivavano e le finestre delle case vicine erano tutte buie. L’aria dentro l’auto era pesante, carica di tensione. Elena si voltò verso di lui, le mani sulle cosce, il respiro già corto. “Non pensavo di rivederti,” mormorò, cercando di sembrare calma, ma la sua voce tradiva il desiderio.
“Neanch’io. Ma sai una cosa? Non ti ho mai dimenticato,” disse Massimo, guardandola dritto negli occhi. Poi si avvicinò, lento, dandole il tempo di tirarsi indietro. Ma lei non lo fece. La sua mano le sfiorò la guancia, poi scese lungo il collo, mentre le loro labbra si incontrarono. Il bacio fu subito vorace, lingue che si cercavano, sapori che si mescolavano: lui sapeva di menta, lei di qualcosa di dolce, forse il rossetto. Le mani di Massimo si spostarono sulla sua camicetta, slacciando i primi bottoni con una fretta che non nascondeva nulla.
“Ti voglio, Elena. Da sempre,” ringhiò lui contro la sua bocca, il fiato caldo. Lei gemette piano, le mani che già cercavano la zip dei suoi jeans. “Anch’io. Non sai quante volte ti ho immaginato,” confessò, la voce spezzata mentre sentiva il rigonfiamento sotto la stoffa. Era duro, già pronto, e lei non riuscì a trattenersi. Si chinò verso di lui, il sedile che scricchiolava sotto il suo peso, e gli abbassò i jeans insieme ai boxer, liberando il suo cazzo. Era grosso, più di quanto avesse immaginato, con vene sporgenti e la punta già lucida di precum. L’odore muschiato la colpì, forte e reale, facendola rabbrividire.
“Fammi vedere quanto lo vuoi,” disse Massimo, la voce bassa e carica di attesa, mentre le infilava una mano tra i capelli, guidandola ma senza forzare. Lei lo guardò per un istante, gli occhi pieni di fame, poi si chinò e lo prese in bocca. La sensazione era intensa, la pelle liscia e calda contro la lingua, il sapore salato che le inondava il palato. Cominciò a succhiare, prima piano, assaporandolo, poi con più decisione, muovendo la testa su e giù. Sentiva i gemiti di lui, profondi e irregolari, e il modo in cui le sue dita si stringevano nei suoi capelli.
“Cazzo, Elena, sei incredibile,” mormorò Massimo, il bacino che si sollevava appena per andare incontro ai suoi movimenti. Lei alzò lo sguardo, senza fermarsi, vedendo il suo viso contratto dal piacere, la bocca socchiusa. “Ti piace, vero? Dimmi quanto ti piace,” lo provocò, staccandosi per un attimo, la voce rauca, mentre una goccia di saliva le colava lungo il mento. Lui la fissò, gli occhi scuri e intensi. “Mi fai impazzire. Continua, non ti fermare, succhiamelo tutto.”
Quelle parole la accesero ancora di più. Riprese a lavorarlo con la bocca, alternando movimenti lenti e profondi a succhiate rapide sulla punta, le labbra strette intorno alla base. La mano libera scese a stringergli le palle, massaggiandole piano, sentendo quanto fossero piene e pesanti. Il respiro di Massimo si fece più affannoso, i gemiti più forti, riempiendo l’abitacolo. “Sì, così, proprio così. Sei una fottuta dea,” grugnì, spingendo i fianchi verso di lei, ma senza mai forzarla. Elena sentiva il suo cazzo pulsare contro la lingua, il sapore che si intensificava a ogni movimento. Lo prese più a fondo, fino a sentirlo in gola, gli occhi che le lacrimavano per lo sforzo, ma non si fermò. Il suono umido dei suoi movimenti, il rumore della sua bocca che lo accoglieva, si mescolava ai rantoli di lui, creando un ritmo osceno e incalzante.
“Ti sto per venire, cazzo, non ce la faccio più,” la avvertì Massimo, la voce spezzata, le mani che le stringevano i capelli con più forza. Lei non si tirò indietro, continuando a succhiare, a leccare, a stringere con le labbra. “Fallo, vieni per me,” mormorò contro di lui, prima di riprendere a muovere la testa, più veloce, più decisa. Sentì il suo corpo tendersi, un gemito lungo e profondo che sembrava venirgli dal petto, e poi l’esplosione. Il primo schizzo le colpì il palato, caldo e denso, seguito da altri, mentre lei cercava di deglutire, il sapore forte e amarognolo che le riempiva la bocca. Qualche goccia le sfuggì, scivolandole lungo il mento, mentre continuava a succhiare piano, aiutandolo a cavalcare l’orgasmo.
Quando lui si rilassò, ansimando, Elena si tirò su, pulendosi la bocca con il dorso della mano. Lo guardò, il viso ancora arrossato, il petto che si alzava e abbassava rapidamente. “Porca miseria, non ho mai provato nulla del genere,” disse Massimo, passandosi una mano tra i capelli, ancora incredulo. Lei sorrise, un sorriso malizioso, mentre si sistemava la camicetta. “Nemmeno io. Ma non pensare che sia finita qui,” lo sfidò, la voce ancora carica di desiderio.
Lui la fissò, un fuoco che si riaccendeva negli occhi. “Oh, non ho nessuna intenzione di lasciarti andare così facilmente.” Le sue mani tornarono su di lei, slacciando gli ultimi bottoni della camicetta, esponendo il reggiseno di pizzo nero. Le accarezzò i seni, i pollici che sfregavano sui capezzoli attraverso il tessuto, facendola gemere piano. “Sei bagnata, vero? Lo so che lo sei,” disse, la voce bassa e provocante, mentre una mano scivolava sotto la sua gonna, trovando le mutandine già fradice. Elena trattenne il fiato, le gambe che si aprivano istintivamente per dargli accesso. Le sue dita la sfiorarono sopra la stoffa, poi scivolarono dentro, trovandola scivolosa e pronta.
“Cazzo, sei un lago,” mormorò lui, infilando due dita dentro di lei senza esitazione, muovendole con decisione. Elena si abbandonò contro il sedile, la testa all’indietro, un gemito che le sfuggiva dalle labbra. “Sì, toccami, non smettere,” lo incitò, il bacino che si muoveva contro la sua mano, cercando di più. Massimo non si fece pregare, spingendo le dita più a fondo, il pollice che le strofinava il clitoride con cerchi precisi. Il suono umido dei suoi movimenti, il profumo del suo desiderio che riempiva l’auto, tutto contribuiva a farla impazzire. Sentiva il piacere montare, rapido e inarrestabile, mentre lui la guardava, gli occhi pieni di lussuria.
“Voglio sentirti venire, Elena. Fammi sentire come urli,” disse, la voce che era quasi un ordine. E lei non poté resistere. Il piacere esplose, un’onda che la travolse, facendola tremare e gridare il suo nome, mentre le sue dita continuavano a muoversi dentro di lei, prolungando l’orgasmo fino a farle quasi male. Quando finalmente si fermò, lei era un fascio di nervi, il respiro corto, il corpo molle contro il sedile.
Massimo tirò fuori le dita, lucide dei suoi umori, e se le portò alla bocca, succhiandole con un’espressione soddisfatta. “Sai di paradiso,” disse, e quelle parole le fecero correre un altro brivido lungo la schiena. Poi si chinò su di lei, baciandola con forza, facendole sentire il suo stesso sapore sulla lingua. Elena ricambiò, le mani che gli afferravano la nuca, ancora affamata di lui nonostante tutto.
“Non è ancora finita,” mormorò lui contro le sue labbra, e lei seppe che aveva ragione. Si spostarono sul sedile posteriore, lo spazio ristretto che li costringeva a stare vicini, i corpi che si sfregavano mentre si toglievano i vestiti rimasti. La gonna di lei finì alzata fino alla vita, le mutandine strappate via, mentre Massimo si posizionava tra le sue gambe, il cazzo di nuovo duro, pronto. La punta sfiorò la sua apertura, scivolosa e calda, e lei gemette, impaziente. “Prendimi, ti prego, non farmi aspettare,” lo supplicò, la voce disperata.
Lui non disse nulla, solo un grugnito mentre spingeva dentro di lei, lento all’inizio, lasciandola sentire ogni centimetro. Era grosso, la riempiva completamente, e lei si aggrappò alle sue spalle, le unghie che gli graffiavano la pelle. “Cazzo, sei stretta, mi fai impazzire,” ringhiò Massimo, iniziando a muoversi, prima con spinte lente e profonde, poi più veloci, più dure. Il suono dei loro corpi che sbattevano insieme, il rumore umido del sesso, riempiva l’auto, mescolandosi ai loro gemiti e rantoli.
“Più forte, dammi tutto,” lo incitò Elena, le gambe che gli avvolgevano i fianchi, spingendolo più a fondo. Lui obbedì, il ritmo che diventava selvaggio, i movimenti che facevano oscillare l’auto. Sentiva ogni dettaglio, il modo in cui lui la apriva, la frizione della sua pelle contro la sua, il sudore che gli colava lungo il collo, l’odore intenso del loro desiderio. Ogni spinta le strappava un gemito, il piacere che montava di nuovo, ancora più intenso di prima.
“Sto per venire di nuovo, non ci credo,” ansimò lei, le mani che gli stringevano il culo, incitandolo a non fermarsi. Massimo grugnì, il viso contratto, il respiro pesante. “Anch’io, cazzo, insieme a te.” Le sue spinte si fecero erratiche, disperate, mentre lei si abbandonava, l’orgasmo che la travolgeva di nuovo, facendola tremare sotto di lui. Lo sentì venire dentro di lei, caldo e abbondante, un ultimo gemito profondo che le vibrò contro l’orecchio.
Rimasero così per un momento, ansimanti, i corpi ancora intrecciati, il calore che li avvolgeva. Poi Massimo si tirò indietro, sedendosi accanto a lei, il petto che si alzava e abbassava. Elena si sistemò, il respiro ancora irregolare, un sorriso soddisfatto sulle labbra. “Non pensavo che un supermercato potesse portare a questo,” disse, con una risata leggera.
Lui ricambiò il sorriso, passandosi una mano sul viso. “Nemmeno io. Ma sai una cosa? Valeva ogni secondo.” Si guardarono, un’intesa silenziosa tra loro, sapendo che, qualunque cosa fosse successa dopo, quel momento sarebbe rimasto indelebile.
