Racconti Piccanti
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“Non lo dire a nessuno”

“Non lo dire a nessuno”

26 Marzo 2026·9 min di lettura

Massimo camminava con passi pesanti lungo il sentiero di montagna, il fiato corto e il sudore che gli colava lungo la schiena sotto lo zaino. La giornata era iniziata con una semplice escursione organizzata da sua moglie Clara e un gruppo di amici, ma ora il sole stava calando e lui si era perso. Non era solo, però. Accanto a lui c’era Giulia, la sorella minore di Clara, con i capelli castani legati in una coda spettinata e il viso arrossato per lo sforzo. Si erano allontanati dal gruppo per cercare un punto panoramico migliore, convinti di ritrovare la strada in pochi minuti. Errore stupido.

“Massimo, siamo fottuti, vero?” disse Giulia, fermandosi a riprendere fiato. La sua voce era roca, un misto di stanchezza e preoccupazione. Indossava una maglietta aderente e dei leggings neri che le fasciavano le cosce, e Massimo non poté fare a meno di notare come il tessuto si tendesse mentre lei si chinava per appoggiare le mani sulle ginocchia.

“Non ancora,” rispose lui, cercando di mantenere un tono calmo. “Dobbiamo solo trovare un punto più alto per vedere il sentiero. Non possono essere lontani.” Ma dentro di sé sapeva che erano nei guai. Il bosco intorno era fitto, un groviglio di pini e rovine di rocce, e il silenzio era rotto solo dal rumore dei loro passi e dal fruscio delle foglie.

Giulia si raddrizzò, incrociando le braccia sotto il petto. “Clara mi ucciderà se scopre che ci siamo persi. E tu? Non sei preoccupato?” Lo guardò con un sorrisetto ironico, ma c’era una scintilla nei suoi occhi verdi, qualcosa che Massimo aveva notato altre volte. Un misto di sfida e curiosità.

“Preoccupato sì, ma non di Clara,” ribatté lui, sostenendo il suo sguardo un po’ troppo a lungo. Sentì una stretta allo stomaco, non solo per la situazione. Giulia era sempre stata un tipo diretto, sfacciato, e in quel momento, isolati da tutto e tutti, quella sua aria provocatoria lo colpiva più del dovuto.

Continuarono a camminare per un’altra mezz’ora, ma invece di trovare il gruppo, si ritrovarono in una radura nascosta, circondata da alberi alti. Il terreno era morbido, coperto di aghi di pino, e c’era un grosso tronco caduto al centro. Giulia si sedette sopra, togliendosi lo zaino con un gemito. “Basta, non ce la faccio più. Facciamo una pausa.”

Massimo annuì, sedendosi accanto a lei. Erano vicini, troppo vicini. Sentiva il calore del suo corpo e l’odore leggermente salato del suo sudore misto a un vago profumo di crema solare. La tensione che aveva cercato di ignorare per tutto il giorno iniziò a montare, palpabile come l’aria umida del bosco.

“Non dovremmo essere così vicini, lo sai,” disse Giulia all’improvviso, voltandosi verso di lui. La sua voce era bassa, quasi un sussurro, ma non c’era imbarazzo. Solo una consapevolezza cruda.

“Lo so,” rispose Massimo, senza distogliere gli occhi. Il cuore gli batteva forte, non per la fatica. “Ma siamo qui. E nessuno ci vede.”

Giulia rise piano, un suono gutturale. “Sei un bastardo, Massimo. Clara è mia sorella. Ma… cazzo, lo vuoi quanto lo voglio io, vero?” Non aspettò una risposta. Si avvicinò di più, appoggiando una mano sulla sua coscia. La pressione delle sue dita era decisa, quasi possessiva.

Massimo sentì un’ondata di calore attraversarlo. Non si tirò indietro. “Sì. Ma non lo dire a nessuno.” La sua voce uscì più rauca di quanto volesse. Le prese la mano e la strinse, tirandola verso di sé. Le loro bocche si trovarono in un istante, un bacio duro, famelico, con i denti che si scontravano e le lingue che si cercavano senza esitazione. Sapeva di sbagliato, ma il gusto della sua saliva, leggermente dolce, e il calore del suo respiro gli fecero perdere ogni pensiero razionale.

Si alzarono dal tronco senza smettere di baciarsi, le mani che si muovevano rapide. Massimo le afferrò i fianchi, spingendola contro di sé, sentendo la curva del suo culo attraverso i leggings. Lei gli infilò le mani sotto la maglietta, graffiandogli la schiena con le unghie corte. “Toglitela,” gli ordinò tra un bacio e l’altro, ansimando. Lui obbedì, strappandosi la maglietta di dosso e lasciandola cadere a terra. La pelle di Giulia era calda, appiccicosa di sudore, e quando le sollevò la maglietta, scoprendo il reggiseno sportivo nero, non poté fare a meno di fissare i suoi seni, pieni e sodi, che spingevano contro il tessuto.

“Ti piace quello che vedi?” lo provocò lei, con un sorrisetto mentre si toglieva il reggiseno da sola, lasciandolo cadere accanto alla maglietta. I capezzoli erano turgidi, scuri contro la pelle arrossata dal sole. Massimo non rispose a parole. Si chinò e ne prese uno in bocca, succhiandolo con forza, mentre con la mano stringeva l’altro seno, sentendo la carne morbida cedere sotto le dita. Giulia gemette, inclinando la testa all’indietro. “Cazzo, sì, continua così. Più forte.”

La spinse contro il tronco, facendola sedere di nuovo, e le abbassò i leggings con un gesto brusco, insieme alle mutandine di cotone grigio. L’odore del suo sesso lo colpì subito, intenso e muschiato, mescolato al profumo terroso del bosco. Era bagnata, le labbra gonfie e lucide, e quando lui ci passò sopra le dita, lei sussultò, stringendogli il polso. “Non perdere tempo. Leccami, dai.”

Massimo non se lo fece ripetere. Si inginocchiò tra le sue gambe, affondando il viso tra le sue cosce. La lingua trovò subito il clitoride, duro e sensibile, e iniziò a lavorarci sopra con movimenti decisi, alternando succhiate e piccoli colpi. Giulia gli afferrò i capelli, tirandoli con forza. “Oh, porca troia, sì, così. Non ti fermare, cazzo.” Il suo bacino si muoveva contro di lui, spingendosi più vicino, e il sapore acido e salato di lei gli riempiva la bocca, facendolo indurire ancora di più nei pantaloni.

Dopo qualche minuto, lei lo spinse via, ansimando. “Basta, voglio sentirti dentro. Togliti quei cazzo di pantaloni.” Massimo si alzò, slacciandosi la cintura con mani tremanti. Quando abbassò i boxer, il suo uccello balzò fuori, già duro, con la punta lucida di liquido preseminale. Giulia lo fissò per un momento, mordendosi il labbro. “Non male. Vieni qui, fammi vedere come lo usi.”

Si sdraiò sul tronco, appoggiando la schiena contro il legno ruvido, e allargò le gambe. Massimo si posizionò sopra di lei, sostenendosi con le braccia, e guidò la sua erezione contro di lei, strofinandola prima lungo le labbra bagnate. “Ti piace stuzzicare, eh?” ringhiò lei, afferrandogli i fianchi per tirarlo dentro. “Smettila di giocare e scopami.”

Lui spinse dentro con un colpo deciso, sentendo il calore stretto e umido che lo avvolgeva. Entrambi gemettero, i loro respiri che si mescolavano nell’aria. Era stretta, più di quanto si aspettasse, e ogni movimento lo faceva impazzire. Iniziò a muoversi, prima piano, poi con spinte più profonde e veloci, il rumore della loro carne che sbatteva insieme che riecheggiava nella radura. “Cazzo, Giulia, sei così bagnata,” grugnì lui, sentendo il sudore colargli lungo la fronte.

“E tu sei duro come un bastone, non fermarti,” rispose lei, avvolgendogli le gambe intorno alla vita per tirarlo più dentro. Le sue unghie gli graffiavano le spalle, lasciandogli segni rossi sulla pelle. “Più forte, dai, fammi sentire tutto.”

Massimo accelerò il ritmo, ogni spinta più violenta, il tronco sotto di loro che scricchiolava a ogni movimento. Sentiva il piacere montare, un calore che gli stringeva i testicoli, ma si trattenne, non voleva finire troppo presto. Lei, però, era già al limite. “Sto per venire, cazzo, non smettere,” ansimò, con la voce spezzata. Lui continuò a spingere, concentrandosi sul suo viso contorto dal piacere, sugli occhi socchiusi e sulla bocca aperta che lasciava sfuggire gemiti gutturali. Quando lei raggiunse l’orgasmo, il suo corpo si irrigidì, le pareti interne che si stringevano intorno a lui in spasmi violenti. “Oh, merda, sììì,” urlò, senza preoccuparsi di chi potesse sentire.

Massimo rallentò per un momento, lasciandola riprendere fiato, ma non uscì da lei. Le baciò il collo, assaporando il gusto salato della sua pelle, mentre il suo respiro tornava normale. “Non abbiamo finito,” le sussurrò all’orecchio, con un tono che non ammetteva repliche.

Giulia rise, un suono stanco ma eccitato. “Lo spero bene. Girami, voglio che mi prendi da dietro.”

Si alzarono dal tronco, e lei si posizionò a quattro zampe sul terreno morbido, il culo sollevato verso di lui, la schiena inarcata. Massimo si inginocchiò dietro di lei, afferrandole i fianchi con entrambe le mani. La pelle delle sue natiche era liscia, con qualche segno rosso dove l’aveva stretta prima. Spinse di nuovo dentro, questa volta con più facilità, e il calore lo accolse come una morsa. “Cazzo, così è ancora meglio,” gemette lei, voltandosi a guardarlo da sopra la spalla. “Dammi tutto quello che hai.”

Lui non si fece pregare. Le spinte erano profonde, ritmiche, ogni movimento accompagnato dal suono bagnato dei loro corpi che si incontravano. Le sue mani scivolarono lungo la sua schiena sudata, poi tornarono sui fianchi per tenerla ferma. “Ti piace così, eh? Dimmi quanto ti piace,” le disse, con la voce roca per lo sforzo.

“Mi piace da morire, cazzo. Non fermarti, sto per venire di nuovo,” rispose lei, spingendosi indietro contro di lui per incontrare ogni spinta. Il suo respiro era un rantolo, e Massimo sentiva il proprio piacere montare di nuovo, irresistibile. Le afferrò una manciata di capelli, tirandoli leggermente, e lei gemette più forte. “Sì, così, tirami i capelli, fammi tua.”

Quelle parole lo mandarono oltre il limite. “Sto per venire, Giulia,” grugnì, sentendo il calore esplodergli dentro. Lei si mosse più veloce, incoraggiandolo. “Dentro, vieni dentro, non mi importa.” Massimo si lasciò andare, riversandosi in lei con spinte irregolari, il corpo che tremava per l’intensità dell’orgasmo. Anche lei venne di nuovo, un urlo soffocato che si perse nel bosco, il corpo che si contraeva sotto di lui.

Rimasero così per un momento, ansimando, con il sudore che gocciolava dai loro corpi. Massimo uscì piano, guardandola mentre si voltava e si sedeva a terra, le gambe tremanti. Il suo sesso era ancora lucido, un rivolo del suo seme che le colava lungo la coscia. Nessuno dei due parlò per qualche secondo, il silenzio del bosco che tornava a avvolgerli.

“Dobbiamo tornare indietro,” disse infine Massimo, raccogliendo i vestiti sparsi. La sua voce era piatta, ma dentro sentiva un misto di appagamento e tensione. Sapeva che quello che avevano fatto non sarebbe mai potuto uscire da quella radura.

Giulia si rivestì lentamente, con un sorrisetto storto. “Non lo dire a nessuno, hai ragione. Ma… non è stata la cosa peggiore che potevamo fare mentre siamo persi, no?”

Lui non rispose, limitandosi a guardarla mentre si sistemava i capelli. Sapevano entrambi che il bosco avrebbe tenuto il loro segreto, almeno per ora. Raccolsero gli zaini e ripresero a camminare, cercando il sentiero, con il peso di quello che era successo che li seguiva come un’ombra.

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