Il maestro di musica (parte 3)
Nei mesi successivi le lezioni di Michele cambiarono completamente natura.
Quello che era iniziato come un semplice corso di perfezionamento divenne una relazione segreta, intensa e profondamente dipendente. Claudio non aveva fretta. Non impose mai regole rigide. Semplicemente, ogni giovedì sera Michele entrava in casa sua sapendo che avrebbe suonato con il cazzo del maestro dentro di sé.
All’inizio era solo durante le lezioni. Poi diventò anche dopo le lezioni.
Claudio aveva un modo di dominarlo che sembrava quasi casuale, affettuoso, ironico. Non lo umiliava mai. Lo “guidava”.
Una sera di fine ottobre, dopo averlo scopato per quasi quaranta minuti sul pianoforte, Claudio lo tenne seduto su di sé mentre il suo cazzo si ammosciava lentamente dentro di lui.
«Sai cosa penso?» disse con voce bassa, baciandogli la spalla. «Penso che dovresti venire a suonare anche il martedì. Solo per allenarti a stare rilassato.»
Michele, ancora ansimante e pieno di sperma, riuscì solo a ridere debolmente. «Maestro… sei incorreggibile.»
Claudio gli diede una piccola spinta dal basso, facendo gemere Michele. «Chiamami Claudio quando hai il mio cazzo nel culo. “Maestro” lo dici quando suoni.»
Da quel momento le lezioni diventarono due a settimana.
Claudio cominciò a sperimentare. A volte lo faceva suonare seduto su di lui in modo classico, con Michele che si muoveva lentamente sul suo cazzo mentre eseguiva pezzi difficili. Altre volte lo legava dolcemente con due cravatte di seta ai polsi, fissandoli alla testata del pianoforte, e lo scopava da dietro mentre Michele cercava di tenere il ritmo con le mani legate.
Una sera di novembre, dopo averlo fatto venire due volte senza toccarsi, Claudio gli sussurrò all’orecchio:
«Stai diventando bravissimo a prendere il mio cazzo. Il tuo culo ormai mi riconosce. Si apre da solo quando entri in casa.»
Michele arrossì violentemente, ma non riuscì a negarlo. Era vero. Il suo corpo aveva imparato a rilassarsi al solo suono della voce di Claudio.
Col passare dei mesi il rapporto si fece più intimo e quotidiano. Michele cominciò a fermarsi a dormire da Claudio sempre più spesso. La mattina si svegliava con il maestro che gli preparava il caffè, lo baciava sul collo e, se ne aveva voglia, lo piegava sul tavolo della cucina per una scopata lenta e pigra prima di mandarlo all’università.
Claudio era sempre dolce, ma il suo controllo era totale.
Una volta, dopo un esame universitario andato male, Michele arrivò a casa distrutto. Claudio non disse niente. Lo spogliò, lo portò sotto la doccia, lo lavò con calma, poi lo fece sdraiare sul letto e lo scopò per quasi un’ora con spinte lente e profonde, baciandolo continuamente.
«Lascia andare la tensione» gli sussurrava tra un bacio e l’altro. «Il mondo fuori può aspettare. Qui dentro ci sono solo io e te.»
Michele veniva sempre più spesso senza toccarsi, solo grazie al cazzo di Claudio che gli massaggiava la prostata con precisione chirurgica. Aveva imparato a riconoscere i diversi tipi di scopata del maestro:
- Quella “didattica”: lenta, profonda, mentre suonava.
- Quella “consolatoria”: dolce, avvolgente, piena di baci.
- Quella “punitiva” (ma sempre gentile): quando Claudio lo faceva aspettare in ginocchio per mezz’ora prima di prenderlo, solo per fargli sentire quanto aveva bisogno di lui.
A febbraio, durante una lezione particolarmente intensa, Claudio gli legò le mani dietro la schiena con una delle sue cravatte di seta nera e lo fece sedere sul cazzo guardandolo in faccia.
«Suona il Preludio di Rachmaninov» ordinò con voce calda. «E non venire finché non te lo dico io.»
Michele suonò con il cazzo di Claudio piantato fino in fondo, il corpo che tremava, il sudore che gli colava sul petto. Quando arrivò all’ultima parte del brano, stava implorando.
«Claudio… ti prego… non ce la faccio più…»
Claudio sorrise, gli accarezzò il viso e finalmente gli diede il permesso.
Michele venne così forte che per qualche secondo perse completamente il controllo del corpo. Claudio lo tenne stretto mentre anche lui si svuotava dentro di lui, gemendo piano contro il suo collo.
Dopo, mentre Michele era ancora seduto su di lui, Claudio gli accarezzò i capelli e disse con tono ironico e affettuoso:
«Stai diventando una dipendenza, lo sai? Ormai suono meglio quando ce l’hai dentro.»
Michele rise debolmente, esausto e felice.
«Sei tu la dipendenza, Claudio.»
I mesi passarono così: tra lezioni, scopate sensuali, notti passate insieme, piccoli gesti di dominio quotidiano (Claudio che decideva cosa Michele doveva indossare per la lezione, o che gli proibiva di toccarsi per giorni interi) e una tenerezza crescente.
Michele non era più solo lo studente ansioso. Era diventato “il suo ragazzo”.
E Claudio, con quel suo sorriso calmo e sicuro, lo trattava esattamente come tale: con affetto, con ironia, e con un controllo assoluto e dolcissimo.
