Il maestro di musica
Michele aveva ventun anni e un dono naturale per il pianoforte che però sembrava maledetto dall’ansia. Ogni volta che doveva suonare davanti a qualcuno, le mani gli diventavano di ghiaccio, il respiro corto, e le note più belle si trasformavano in errori stupidi. Dopo l’ennesimo esame universitario andato male, sua madre aveva deciso di intervenire e gli aveva trovato «il migliore».
Claudio Rossi, 38 anni, era una leggenda tra gli insegnanti privati. Alto, spalle larghe, barba curata di tre giorni, voce calda e profonda da baritono. Quando Michele entrò per la prima lezione nel suo appartamento, rimase colpito dal silenzio elegante della casa: parquet scuro, grandi finestre, librerie stracolme di spartiti e, al centro del salone, un magnifico Steinway nero che sembrava brillare sotto la luce morbida.
Claudio lo accolse con un sorriso sincero e una stretta di mano ferma ma gentile.
«Michele, finalmente. Siediti pure. Ho ascoltato il tuo provino. Hai un tocco molto sensibile… solo che lo soffochi.»
Le prime quattro lezioni furono rigorosamente professionali. Claudio correggeva la postura delle mani, la respirazione, l’attacco dei tasti. Era esigente ma mai aggressivo. Ogni tanto posava una mano grande e calda sulla spalla di Michele per fargli sentire il ritmo giusto, o gli sfiorava la schiena bassa per ricordargli di stare dritto.
Michele iniziò a notare cose che non avrebbe dovuto notare.
Il modo in cui la camicia di Claudio si tendeva sul petto quando si sporgeva verso di lui. Il profumo leggero di legno di sandalo e pelle che emanava. E soprattutto la voce: bassa, calma, quasi ipnotica quando diceva «Bravissimo… così… lascia che esca».
Alla quinta lezione, qualcosa cambiò nell’aria.
Michele stava suonando un notturno di Chopin. Era arrivato a metà quando Claudio si alzò dalla poltrona e si sedette accanto a lui sulla larga panchetta del pianoforte. Le loro cosce si toccarono.
«Fermati un secondo» disse Claudio dolcemente. «Senti come sei rigido nelle spalle? Respira con me.»
Michele obbedì. Claudio gli posò una mano aperta sulla schiena, proprio sopra la curva delle reni. Il calore di quel palmo attraversò subito la maglietta sottile.
«Ecco… così. Lascia scendere il respiro più in basso.»
Mentre Michele riprendeva a suonare, Claudio non tolse la mano. Anzi, la fece scivolare lentamente verso il basso, fermandosi appena sopra il bordo dei jeans. Michele sbagliò una nota. Claudio ridacchiò piano, un suono basso e divertito.
«Vedi? Quando ti tocco qui, il corpo si irrigidisce… ma la musica vuole fluire. Interessante.»
Michele sentì il viso andare a fuoco. Il cuore gli batteva fortissimo. Claudio lasciò la mano lì ancora qualche secondo, poi la ritirò con calma, come se niente fosse.
Da quel giorno le lezioni diventarono più… fisiche.
Claudio cominciò a sedersi sempre più vicino. A volte gli correggeva la postura mettendogli entrambe le mani sui fianchi. Altre volte, mentre Michele suonava un passaggio difficile, Claudio gli posava una mano sulla coscia, stringendola leggermente ogni volta che sbagliava una nota.
Una sera, verso la fine della settima lezione, Michele stava eseguendo un brano di Liszt particolarmente impegnativo. Era sudato, concentrato, le dita che volavano sui tasti. Claudio era seduto proprio dietro di lui sulla panchetta, il petto quasi contro la sua schiena.
A un certo punto Michele sentì chiaramente qualcosa di duro premere contro il suo sedere.
Un rigonfiamento. Caldo. Pesante. Che pulsava leggermente a tempo con la musica.
Michele sbagliò due note di fila. Le dita gli si bloccarono.
Claudio non si spostò. Anzi, si avvicinò ancora di più, le labbra vicinissime all’orecchio di Michele.
«Continua» mormorò con voce bassa e calda. «Non fermarti. Senti quanto sei teso… e quanto io sono calmo.»
Il rigonfiamento divenne più evidente. Michele sentiva il cazzo di Claudio, duro dentro i pantaloni eleganti, premere esattamente tra le sue chiappe. Ogni volta che premeva un tasto più forte, Claudio rispondeva con una leggera spinta del bacino, come se stesse marcando il tempo.
Michele aveva il viso in fiamme. Il suo stesso cazzo stava diventando dolorosamente duro nei jeans. Non osava dire niente. Claudio invece sembrava perfettamente a suo agio.
«Bravissimo…» sussurrò il maestro quando Michele arrivò alla fine del brano, anche se con qualche errore. «Stai migliorando. Il corpo sta imparando a lasciarsi andare.»
Claudio rimase seduto ancora qualche secondo, premendo deliberatamente il cazzo contro il culo di Michele, poi si alzò con naturalezza, come se avesse semplicemente corretto una postura.
«Per oggi basta. Ci vediamo giovedì. E porta lo spartito di Debussy… quello lento. Voglio che tu sia molto… rilassato.»
Michele uscì dall’appartamento con le gambe molli, il culo che ancora sentiva il calore di quel contatto, il cazzo che premeva contro i boxer. Non riusciva a pensare ad altro.
Quella notte, mentre si masturbava nel suo letto, l’unica immagine che aveva in testa era la voce calda di Claudio che gli sussurrava all’orecchio: «Continua… non fermarti».
E il peso insistente di quel rigonfiamento contro di lui.
