Tanto lo so che ti piace
Sono Stefano, ho 41 anni e ultimamente mi sento un rottame. Il lavoro mi sta distruggendo: scadenze impossibili, capi che urlano, notti insonni davanti al computer. La schiena è un fascio di nodi, il collo non lo muovo da giorni. Ho bisogno di staccare, di qualcosa che mi sciolga, anche solo per un’ora. Così, su consiglio di un amico che non ha voluto darmi troppi dettagli, prenoto un massaggio “rilassante” a domicilio. “Vedrai, ti cambia la vita,” mi ha detto con un ghigno. Non ho fatto domande, ero troppo stanco per pensarci.
Il campanello suona alle 20 in punto. Apro la porta e mi trovo davanti Martina. È alta, imponente, sui 35 anni, con spalle larghe e un sorriso che sembra dire “so cosa vuoi, anche se non lo sai ancora”. Indossa una tuta aderente, grigia, che non lascia molto spazio all’immaginazione. Sotto i pantaloni si intravede una protuberanza che mi fa distogliere lo sguardo, un po’ a disagio. Ha mani grandi, forti, con unghie corte e curate. Porta con sé un lettino da massaggio pieghevole e una borsa piena di oli e asciugamani.
“Ciao, Stefano. Sono Martina. Pronto a rilassarti?” dice con una voce calda, leggermente roca, mentre entra senza aspettare invito.
“Sì, direi di sì. Sono distrutto,” rispondo, cercando di sembrare a mio agio. La guardo mentre monta il lettino in salotto con movimenti precisi, veloci. Ogni tanto i suoi occhi mi scrutano, come se mi stesse studiando.
“Spogliati e sdraiati a pancia in giù. Niente mutande, tanto non servono,” ordina senza giri di parole. Mi blocco per un secondo, ma poi obbedisco. Mi sento esposto, vulnerabile, ma c’è qualcosa nel suo tono che non ammette esitazioni. Mi sdraio sul lettino, il tessuto freddo contro la pelle, e aspetto.
Sento il rumore di una bottiglia che si apre, poi il profumo intenso di un olio speziato, forse sandalo misto a qualcosa di più acre. Martina si posiziona dietro di me e le sue mani si posano sulle mie spalle. Sono calde, ruvide, con una forza che mi fa quasi sobbalzare. Inizia a lavorare sui muscoli tesi, premendo con i pollici in punti che non sapevo nemmeno di avere. Fa male, ma è un dolore che si trasforma subito in sollievo.
“Cazzo, sei tutto un nodo. Da quanto non ti prendi cura di te?” mi chiede, mentre le sue dita scavano nella carne.
“Non lo so, mesi, forse anni,” ammetto, con la voce soffocata contro il lettino.
“Tranquillo, ci penso io. Ma devi lasciarti andare, capito?” dice, e c’è una nota di comando che mi fa rabbrividire. Le sue mani scendono lungo la schiena, lente, decise, fino alla base della colonna. Ogni tanto le sue dita sfiorano i fianchi, la pelle sensibile appena sopra il culo, e io mi irrigidisco senza volerlo.
“Rilassati, Stefano. Non mordo. Non subito, almeno,” ride piano, e quel suono mi fa stringere i denti. Non so se scherza o no, ma il calore delle sue mani mi sta mandando fuori di testa. Sento il sangue pompare più forte, un’eccitazione che non mi aspettavo e che non so come gestire.
Le sue mani arrivano al culo, e senza chiedermi niente inizia a massaggiarlo con movimenti circolari, forti, che mi fanno quasi gemere. L’olio caldo scivola tra le natiche, e il profumo speziato mi riempie le narici. Ogni tanto le sue dita si avvicinano troppo, sfiorano zone che non dovrebbero, e io stringo i muscoli d’istinto.
“Ehi, che fai? Non irrigidirti. Lascia fare a me,” dice, e il suo tono è più duro ora. Sento il suo corpo più vicino, il calore che emana, e poi un movimento: si sta togliendo la giacca della tuta. Giro appena la testa e vedo la sua pelle liscia, il torace scolpito, e sotto i pantaloni quella protuberanza che ora sembra più evidente. Deglutisco a fatica.
“Martina, io… non so se sono pronto per… cioè…” balbetto, ma lei mi interrompe.
“Zitto. Ti ho detto di rilassarti. Fidati di me.” Le sue mani tornano sul mio culo, e questa volta non si fermano. Un dito scivola dentro, lentamente, unto di olio, e io sussulto, un misto di shock e piacere che mi fa girare la testa. È stretto, brucia un po’, ma c’è qualcosa di incredibilmente intenso nel modo in cui si muove, sicuro, esperto.
“Cazzo, Martina, che fai?” riesco a dire, con la voce spezzata.
“Ti sto sciogliendo, no? Non dirmi che non ti piace, lo sento da come ti contrai,” risponde, e il suo dito va più a fondo, poi ne aggiunge un secondo. Il bruciore aumenta, ma si mischia a un piacere che non ho mai provato. Mi mordo il labbro per non gemere troppo forte, ma lei lo nota.
“Non trattenerti. Fammi sentire quanto ti piace,” dice, e le sue parole mi fanno arrossire, ma anche eccitare ancora di più. I suoi movimenti sono ritmici, precisi, e sento ogni millimetro di quelle dita che entrano ed escono, lubrificate, calde. L’odore dell’olio si mescola a quello del mio sudore, e il suono dei suoi respiri si fa più pesante.
Dopo qualche minuto, che sembra un’eternità, tira fuori le dita e io mi sento improvvisamente vuoto. Sento un fruscio, il suono di un tessuto che scivola via. Giro appena la testa e vedo che si è abbassata i pantaloni. Il suo cazzo è lì, duro, grosso, con vene che pulsano visibilmente. È più grande di quanto immaginassi, almeno 20 centimetri, e la cappella è lucida, già umida. Mi viene un nodo allo stomaco, un misto di paura e desiderio che non so spiegare.
“Martina, aspetta, io non ho mai…” inizio, ma lei mi zittisce di nuovo.
“Rilassati, tanto lo so che ti piace. E lo vuoi, lo vedo da come mi guardi,” dice, con un sorrisetto che mi fa sentire nudo in tutti i sensi. Si spalma dell’olio sul cazzo, lo vedo brillare sotto la luce del salotto, poi si posiziona dietro di me. Sento la punta premere contro di me, calda, insistente, e io stringo le mani sul bordo del lettino.
“Respira. Piano. Fammi entrare,” ordina, e io cerco di obbedire, anche se il cuore mi batte all’impazzata. Spinge, lento ma deciso, e la sensazione è un mix di dolore e piacere che mi fa quasi urlare. È enorme, mi sento pieno, teso, ma lei non si ferma. Continua a spingere, centimetro dopo centimetro, fino a che non è dentro del tutto. Il lettino cigola sotto di noi, un rumore secco che sembra scandire ogni movimento.
“Cazzo, sei stretto. Ma ci stai, vero? Lo prendi tutto,” dice, e la sua voce è roca, carica di eccitazione. Inizia a muoversi, prima piano, poi più veloce, e ogni spinta mi fa tremare. Il dolore si attenua, lasciando spazio a un piacere profondo, che mi scuote da dentro. Sento il suo bacino sbattere contro il mio culo, il suono della pelle contro la pelle, l’odore del sudore che si mescola a quello dell’olio. Ogni tanto si china su di me, il suo respiro caldo sul mio collo, e mi sussurra: “Ti piace, eh? Dillo che ti piace.”
“Sì, cazzo, mi piace,” ammetto, con la voce spezzata, e lei ride, soddisfatta. Mi afferra i fianchi con quelle mani forti, le unghie che si conficcano appena nella pelle, e spinge più forte. Il lettino cigola pericolosamente, sembra sul punto di cedere, ma non ci importa. Il ritmo è incalzante, ogni spinta più profonda della precedente, e io non riesco più a trattenermi. Geme forte, i suoni che escono dalla mia bocca sono crudi, istintivi.
“Così, bravo, fammi sentire. Sei mio adesso,” dice, e quelle parole mi mandano fuori di testa. Mi sposta leggermente, facendomi piegare di più, e la posizione cambia l’angolazione. Ogni spinta colpisce un punto dentro di me che mi fa vedere le stelle, un piacere acuto che mi fa tremare le gambe. Sento il suo cazzo pulsare, caldo, duro, e il suono dei suoi gemiti si mischia ai miei.
“Dio, Martina, non ce la faccio più,” dico, con il fiato corto. Sono al limite, ogni movimento mi porta più vicino, e lei lo capisce.
“Vieni per me, Stefano. Fammi vedere come godi,” ordina, e aumenta il ritmo, spingendo con una forza che mi fa quasi perdere i sensi. Sento il suo cazzo gonfiarsi, il calore che aumenta, e poi esplodo. Un orgasmo violento, che mi scuote tutto il corpo, mi fa urlare senza ritegno. Il piacere mi travolge, caldo, intenso, e sento il mio seme schizzare sul lettino sotto di me.
Martina rallenta, ma non si ferma. “Bravo, così. Ora tocca a me,” dice, e con poche spinte decise arriva anche lei. Sento il calore del suo seme dentro di me, un fiotto caldo che mi riempie, e i suoi gemiti sono profondi, gutturali. Si ferma, ansimando, ancora dentro di me, e il suo peso sul mio corpo è quasi confortante.
Restiamo così per qualche istante, il respiro pesante, il lettino che smette finalmente di cigolare. Poi si tira fuori piano, e io sento un vuoto strano, un misto di sollievo e desiderio. Mi giro a guardarla, e lei mi sorride, soddisfatta, mentre si pulisce con un asciugamano.
“Allora, ti senti più rilassato ora?” chiede, con quel tono ironico che mi fa arrossire di nuovo.
“Sì, direi di sì,” rispondo, con un mezzo sorriso. Non so cosa dire, non so nemmeno cosa pensare. Ma una cosa è certa: questa non sarà l’ultima volta che la chiamo.
