Racconti Piccanti
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Non svegliare papà

Non svegliare papà

24 Marzo 2026·9 min di lettura

Mi chiamo Pierpaolo, ho 21 anni e vivo in una casa che sembra un campo di battaglia. I miei genitori sono separati in casa da anni, ma nessuno dei due ha i soldi per andarsene. Mio padre, un ubriacone che torna a casa solo per dormire o litigare, e mia madre, Monica, 47 anni, che cerca di tenere tutto insieme anche se è stanca morta. Io sto in mezzo, lavoro in un magazzino di giorno e la sera studio per un corso online. Non è una vita facile, ma ci arrangiamo. O almeno, ci provavo, fino a quando non è successo quello che sto per raccontare.

Era un sabato sera, uno di quei fine settimana in cui mio padre rientra dopo aver bevuto troppo con i suoi amici. Lo sento urlare ancora prima che apra la porta. Monica, mia madre, è in cucina, sta lavando i piatti con le mani che tremano dalla rabbia. Indossa una vecchia vestaglia azzurra, consumata, che le arriva appena sopra il ginocchio. Non è truccata, i capelli castani sono legati in una coda disordinata, ma c’è qualcosa nel modo in cui si muove, nella curva della schiena mentre si piega sul lavello, che mi fa distogliere lo sguardo. Non è la prima volta che lo noto, e questo mi fa sentire uno schifo, ma non riesco a farci nulla.

“Sei una buona a nulla, Monica! Non fai mai un cazzo in questa casa!” urla mio padre entrando. È rosso in faccia, barcolla, puzza di birra e sudore. Lei non risponde subito, ma vedo le sue spalle irrigidirsi.

“E tu che fai, eh? Torni solo per rompermi le palle!” ribatte, voltandosi di scatto. I suoi occhi sono lucidi, ma non di lacrime, di pura incazzatura. Io sono in salotto, seduto sul divano, con il telefono in mano, fingendo di non ascoltare. Ma è impossibile ignorarli.

“Non parlarmi così, stronza!” Mio padre si avvicina, alzando un dito minaccioso, ma non arriva a toccarla. Non lo farebbe mai, non fisicamente, ma le parole pesano come schiaffi. Continuano a litigare per dieci minuti, finché lui non crolla sul divano accanto a me, russando come un trattore. Monica lo guarda con disgusto, poi i suoi occhi incontrano i miei.

“Scusa, Pierpaolo. Non dovresti vedere queste cose,” mormora, passandosi una mano sul viso. Sembra esausta, ma c’è anche qualcos’altro, un’energia nervosa che le fa tremare le mani.

“Non è colpa tua, ma’,” rispondo, cercando di tenere la voce ferma. Mi alzo, faccio un passo verso di lei. “Vuoi che ti aiuti con qualcosa?”

Lei scuote la testa, ma non si allontana. “No, sto bene. Vai a dormire, domani lavori.”

Non mi muovo. C’è qualcosa nell’aria, un silenzio pesante che non riesco a spiegare. La guardo meglio, la vestaglia è leggermente aperta sul davanti, mostra un accenno di pelle chiara, il bordo di un reggiseno nero. Deglutisco. Non dovrei nemmeno pensarci, ma il cuore mi batte più forte. Lei se ne accorge, credo, perché i suoi occhi si stringono appena.

“Che c’è, Pierpaolo? Perché mi guardi così?” chiede, la voce bassa, quasi un sussurro per non svegliare mio padre.

“Non lo so, ma’,” dico, sincero. Mi avvicino ancora, sono a un metro da lei. Sento il suo profumo, un misto di sapone e sudore, niente di artificiale, solo lei. “È che… non ce la faccio più a vederti così, sempre incazzata, sempre stanca.”

Monica fa un passo indietro, ma non scappa. “Non dire stronzate. Sei mio figlio, non devi preoccuparti di me.”

“Ma io mi preoccupo,” insisto. La mia voce è roca, non la controllo. “E non solo per questo.” Non so nemmeno perché lo dico, ma è troppo tardi per tornare indietro. Lei sgrana gli occhi, ma non sembra arrabbiata. Sembra… curiosa.

“Che vuoi dire?” chiede, incrociando le braccia. La vestaglia si apre ancora un po’, vedo la curva del seno, pieno, che spinge contro il tessuto. Mi mordo il labbro, il sangue mi ribolle nelle vene.

“Voglio dire che ti vedo, ma’. Ti vedo davvero. E… cazzo, non dovrei nemmeno dirlo, ma mi fai impazzire.” Le parole escono da sole, e mi aspetto che mi tiri uno schiaffo. Invece, resta ferma, respira più veloce.

“Pierpaolo, smettila. Non è giusto,” dice, ma la sua voce trema. Non è un no convinto. Faccio un altro passo, ora siamo vicinissimi. Sento il calore del suo corpo, il suo respiro sulla mia faccia.

“Dimmi che non vuoi,” le dico, guardandola dritto negli occhi. “Dimmi di andarmene e lo faccio.”

Lei non risponde. Mi guarda, le sue labbra si socchiudono appena, e poi succede. Si avvicina, mi bacia. Non è un bacio dolce, è disperato, affamato. Le sue labbra sono calde, morbide, sanno di caffè e di qualcosa di salato. Le sue mani si aggrappano alla mia maglietta, io la stringo per la vita, spingendola contro il bancone della cucina. Il rumore dei piatti che sbattono mi riporta alla realtà per un attimo, ma non mi fermo. Non posso.

“Non qui,” sussurra lei, ansimando. “Se tuo padre si sveglia…”

“Non si sveglia, è morto al mondo,” rispondo, ma so che ha ragione. La prendo per mano, la porto verso il corridoio, in camera mia. Chiudo la porta dietro di noi, senza fare rumore. La luce è spenta, ma vedo il suo viso illuminato dalla poca luce che filtra dalla finestra. È rossa in volto, gli occhi lucidi di desiderio.

“Pierpaolo, siamo sicuri?” chiede, ma già si sta slacciando la vestaglia. La lascia cadere a terra, resta in reggiseno nero e mutandine dello stesso colore. Il suo corpo non è perfetto, ha smagliature, un po’ di pancia, ma è reale, morbido, e mi fa perdere la testa. I suoi seni sono grossi, pesanti, il reggiseno li contiene a fatica. Scendo con lo sguardo, le sue cosce sono piene, la pelle chiara è tesa, invitante.

“Sì, sono sicuro,” dico, togliendomi la maglietta. Lei mi guarda, il mio petto, le braccia, poi scende più in basso, dove i jeans sono già tesi per l’erezione. “E tu?”

“Non lo so, ma non mi fermo adesso,” risponde. Si avvicina, mi spinge sul letto. Mi ritrovo seduto, lei in piedi davanti a me. Si sfila il reggiseno, i suoi seni si liberano, i capezzoli scuri e duri. Li tocco, li stringo, sono caldi, morbidi, più di quanto immaginassi. Lei geme piano, un suono che mi arriva dritto all’inguine.

“Cazzo, ma’, sei bellissima,” dico, senza filtri. Lei ride, un suono basso, quasi roco.

“Non dire cazzate, sono una vecchia,” risponde, ma si vede che le piace. Si inginocchia tra le mie gambe, mi slaccia i jeans. Li tira giù insieme ai boxer, il mio cazzo scatta libero, duro come pietra, la cappella già bagnata. Lei lo guarda, sembra sorpresa.

“Porca miseria, Pierpaolo, ce l’hai grosso,” dice, e c’è una nota di stupore nella sua voce. È lungo, spesso, con vene che pulsano. Lei lo prende in mano, lo stringe, la sua pelle è calda, ruvida per i lavori di casa. Muove la mano su e giù, lentamente, guardandomi negli occhi.

“Ti piace, ma’?” chiedo, la voce spezzata dal piacere. Lei sorride, un sorriso sporco, che non le ho mai visto.

“Mi piace, sì. Ma voglio di più.” Si china, lo prende in bocca. La sua lingua è bollente, bagnata, mi lecca la punta, poi scende lungo l’asta. Sento il suo respiro caldo, l’odore del suo shampoo, il suono della sua bocca che lavora su di me. Succhia forte, le sue labbra strette, e io devo stringere le lenzuola per non venire subito.

“Cazzo, ma’, vai piano o finisco ora,” le dico, ansimando. Lei alza lo sguardo, senza smettere.

“Non vuoi venire nella bocca della tua mamma?” chiede, la voce maliziosa, prima di riprendere a succhiare. Quelle parole mi mandano fuori di testa, ma voglio di più. La tiro su, la faccio alzare. Le tolgo le mutandine, sono bagnate, l’odore del suo sesso mi colpisce subito, forte, muschiato. La sua figa è rasata, le labbra gonfie, lucide. La tocco, è scivolosa, calda. Lei geme, si morde un labbro.

“Scopami, Pierpaolo. Non fare lo stronzo, non farmi aspettare,” dice, spingendomi sul letto. Mi stendo, lei si mette sopra di me, a cavalcioni. Prende il mio cazzo, lo guida dentro di sé. È stretta, bollente, mi avvolge completamente. Scende piano, centimetro per centimetro, fino a prendermi tutto. Il suo peso sul mio bacino, la sensazione di essere dentro di lei, mi fa quasi perdere la testa.

“Cristo, ma’, sei una morsa,” dico, afferrandole i fianchi. Lei inizia a muoversi, su e giù, il suo respiro si fa più veloce, i seni ballano a ogni movimento. Li stringo, pizzico i capezzoli, e lei geme più forte.

“Shh, non svegliare papà,” sussurro, ridendo, ma sono serio. Lei ride piano, ma non rallenta.

“Se si sveglia, gli dico che sto solo cavalcando il mio stallone,” risponde, e cazzo, quelle parole mi fanno indurire ancora di più. La tengo per i fianchi, spingo verso l’alto, incontro i suoi movimenti. Il letto cigola appena, cerchiamo di fare piano, ma è difficile. Il suono della sua figa bagnata che sbatte contro di me, i suoi gemiti soffocati, il calore del suo corpo, tutto mi manda in tilt.

“Girati, ma’. Voglio prenderti da dietro,” dico, con il fiato corto. Lei annuisce, si alza, si mette a quattro zampe sul letto. Il suo culo è pieno, tondo, la pelle segnata da qualche smagliatura, ma non mi importa. Mi metto dietro di lei, le spalanco le gambe, vedo la sua figa aperta, lucida di umori. Ci entro di colpo, tutto dentro, e lei caccia un urlo che soffoca nel cuscino.

“Porca puttana, Pierpaolo, mi spacchi,” dice, la voce spezzata, ma spinge indietro contro di me. La scopo forte, ogni spinta fa tremare il letto, le sue natiche sbattono contro il mio bacino con un suono sordo. Le stringo i capelli nella coda, tiro piano, la sua testa si alza, il collo esposto. Le mordo la spalla, non forte, ma abbastanza da farla gemere.

“Ti piace così, eh? Ti piace quando tuo figlio ti scopa come una troia?” le dico, senza pensare. Lei si volta appena, gli occhi pieni di lussuria.

“Sì, cazzo, mi piace. Scopami più forte, fammi sentire tutto,” risponde, e io aumento il ritmo. La sua figa si stringe intorno a me, sento che è vicina. Le metto una mano davanti, trovo il clitoride, lo strofino con il pollice mentre continuo a spingere. Lei trema, il suo corpo si irrigidisce.

“Vengo, Pierpaolo, cazzo, vengo!” sussurra, il tono disperato. La sento contrarsi, un’ondata di calore mi avvolge il cazzo, i suoi gemiti sono soffocati dal cuscino. Io non resisto più, il piacere mi travolge. Esco appena in tempo, vengo sul suo culo, schizzi caldi che le colano sulla pelle. Il mio respiro è pesante, il cuore mi scoppia nel petto.

Ci sdraiamo, entrambi esausti. Lei si pulisce con un angolo del lenzuolo, poi mi guarda. Non c’è imbarazzo, solo una strana calma. “Non dobbiamo parlarne, ok?” dice, la voce bassa.

“Ok, ma’,” rispondo. Ma so che non sarà l’ultima volta. Non possiamo tornare indietro, e una parte di me non vuole nemmeno provarci. Restiamo lì, in silenzio, mentre il russare di mio padre arriva attutito dal salotto. Non dobbiamo svegliarlo. Non ancora.

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