Racconti Piccanti
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Urla pure, qui non ti sente nessuno

Urla pure, qui non ti sente nessuno

23 Marzo 2026·8 min di lettura

Sono le undici di sera, e il bar è finalmente vuoto. Lavoro come barista part-time in questo locale alla periferia della città, un posto piccolo, con i tavoli di legno graffiati e l’odore di birra stantia che non se ne va mai. Ho 26 anni, e questo lavoro mi serve per pagare l’affitto e poco altro. La serata è stata lunga, i piedi mi fanno male dentro le scarpe da ginnastica consumate, e non vedo l’ora di chiudere tutto e tornarmene a casa. Spazzo il pavimento, passo lo straccio sul bancone unto e controllo che le spillatrici siano spente. È tutto tranquillo, solo il ronzio del frigo rompe il silenzio.

Mentre sistemo le ultime bottiglie vuote nel retro, sento la porta d’ingresso che si apre con un cigolio. Mi giro di scatto, un po’ infastidita, perché ho già messo il cartello “chiuso”. È lui, Matteo, un cliente abituale. Ha 27 anni, una barba lunga e incolta, i capelli scuri spettinati sotto un berretto nero. È sempre in giro con la sua moto, una di quelle grosse, rumorose, che parcheggia proprio davanti al bar. Indossa una giacca di pelle consumata e jeans strappati. Mi guarda con quel suo sorriso storto, come se sapesse qualcosa che io non so.

“Scusa, so che stai chiudendo,” dice, appoggiandosi al bancone con un gomito. “Ma ho bisogno di una mano con delle casse. Le ho lasciate nel furgone qui fuori, sono pesanti. Mi aiuti?”

Lo guardo per un attimo, incerta. Non è la prima volta che mi chiede un favore, ma di solito si tratta di banalità, tipo tenere d’occhio la sua giacca mentre va in bagno. Stasera, però, c’è qualcosa di diverso nel suo tono, nei suoi occhi che non si staccano dai miei. Sono stanca, voglio solo andare a dormire, ma non so perché non riesco a dirgli di no. Forse è il modo in cui mi fissa, o il fatto che, in fondo, mi ha sempre incuriosita. Annuisco, anche se dentro di me qualcosa mi dice che non è solo per le casse.

“Va bene, ma facciamo in fretta,” rispondo, cercando di sembrare decisa. Prendo la giacca, chiudo la porta a chiave e lo seguo fuori. Il parcheggio è deserto, illuminato solo da un lampione tremolante. Il suo furgone è parcheggiato un po’ più in là, vicino al vicolo che porta al vecchio magazzino abbandonato dietro il bar. Non ci sono casse in vista.

“Dove sono?” chiedo, incrociando le braccia. Fa freddo, e il vento mi fa rabbrividire sotto la maglietta leggera del lavoro.

“Nel magazzino lì dietro,” risponde lui, indicando il vicolo con un cenno della testa. “Ho dovuto spostarle prima, c’era poco spazio. Vieni, te le mostro.”

Esito. Quel posto è un rudere, pieno di scatoloni polverosi, ragnatele e chissà cos’altro. Non ci entra mai nessuno, è solo un deposito dimenticato. Ma Matteo ha già iniziato a camminare, con passo sicuro, come se non avesse dubbi che lo seguirò. E io, come un’idiota, lo faccio. Il cuore mi batte un po’ più forte, ma non so se è paura o qualcos’altro.

Entriamo nel magazzino da una porta laterale mezza scardinata. Dentro è buio, puzza di muffa e birra vecchia. La luce del lampione filtra a malapena da una finestra rotta, illuminando pile di cassette di birra e scatole ammucchiate in disordine. Mi guardo intorno, sempre più tesa. “Dove sono queste casse?” chiedo, voltandomi verso di lui.

Ma non ho il tempo di dire altro. Matteo mi si avvicina in un attimo, con uno sguardo che non lascia spazio a dubbi. Mi spinge con forza contro una pila di cassette di birra, il legno ruvido che mi graffia la schiena attraverso la maglietta. Il cuore mi schizza in gola, ma non è solo paura. C’è qualcosa nel suo modo di guardarmi, nella sua sicurezza, che mi blocca, mi tiene lì. “Che cazzo fai?” riesco a dire, ma la voce mi trema.

“Lo sai che cazzo faccio,” risponde lui, con un tono basso, quasi un ringhio. Le sue mani sono già sui miei fianchi, stringono forte. Mi tira verso di sé, e sento il suo respiro caldo sul collo. “Non fare la santarellina, ti ho vista come mi guardi quando servo le birre.”

Non so cosa rispondere. Ha ragione, in un certo senso. L’ho sempre trovato attraente, con quella sua aria da duro, la barba che gli incornicia il viso, le braccia muscolose che si intravedono sotto la giacca. Ma non pensavo che sarebbe arrivato a questo. Cerco di spingerlo via, ma è una finta, lo so anch’io. Non voglio davvero che smetta. “Non è vero,” mento, ma la voce mi tradisce.

“Sì, invece,” dice lui, e mi bacia con forza, la sua barba che mi graffia la pelle. La sua lingua spinge nella mia bocca, invadente, e io non resisto. Ricambio il bacio, sentendo il calore che mi sale dal petto. Le sue mani scivolano sotto la maglietta, sulla mia pelle nuda, e io rabbrividisco. Non è dolce, non c’è nulla di romantico, ma non mi importa. È crudo, diretto, e in questo momento è esattamente quello che voglio.

Mi tira via la maglietta in un gesto rapido, lasciandomi in reggiseno. L’aria fredda del magazzino mi fa venire la pelle d’oca, ma le sue mani sono calde, ruvide, mentre mi toccano dappertutto. Mi slaccia il reggiseno con una mano sola, facendolo cadere a terra, e mi guarda i seni con un ghigno. “Cazzo, sei proprio come ti immaginavo,” dice, prima di chinarsi a succhiarmi un capezzolo. Stringo i denti per non gemere, ma il calore della sua bocca mi fa impazzire. Con l’altra mano mi stringe l’altro seno, pizzicando forte, e io non riesco a trattenere un verso.

“Ti piace, eh?” mi provoca, alzando lo sguardo su di me. Ha gli occhi lucidi, pieni di desiderio. Non rispondo, ma il mio respiro corto parla per me. Lui ride, una risata bassa, e mi spinge di nuovo contro le cassette, facendomi girare di spalle. Sento il legno freddo contro il petto nudo, mentre lui mi slaccia i pantaloncini da lavoro e me li tira giù insieme alle mutande. Rimango nuda, esposta, con il freddo che mi morde la pelle e il cuore che mi martella nel petto.

“Guarda che bel culo,” dice, dandomi una pacca forte su una natica. Il bruciore mi fa sobbalzare, ma c’è anche un’ondata di calore che mi attraversa. Sento che si abbassa, le sue mani che mi allargano le cosce, e poi la sua bocca è lì, sulla mia pelle, leccando e succhiando in posti che mi fanno tremare le gambe. Stringo le cassette davanti a me, cercando di non crollare, mentre lui continua, implacabile. “Sei già fradicia, troia,” mormora contro di me, e io arrossisco, ma non posso negarlo.

Dopo un po’, si rialza. Lo sento armeggiare con la cintura, il rumore della zip che si apre. Mi giro appena, e lo vedo tirarsi fuori l’uccello, già duro, grosso, con le vene in evidenza. Mi fissa con un sorriso cattivo, e io deglutisco, un misto di ansia e voglia che mi stringe lo stomaco. “Non ti preoccupare, ci andrò piano,” dice, ma so che mente.

Si sputa sulle dita e me le passa dietro, sul buco, massaggiando con movimenti circolari. La sensazione è strana, ma non sgradevole, e io mi mordo il labbro per non fare rumore. Poi si sputa di nuovo, stavolta direttamente su di me, e io sobbalzo per il freddo. “Rilassati,” ordina, e io ci provo, ma sono tesa. Sento la punta del suo uccello che preme contro di me, lenta ma insistente, e poi entra, poco alla volta. Fa male, un bruciore acuto, ma c’è anche qualcos’altro, un piacere che non mi aspettavo. Stringo i denti, le mani aggrappate alle cassette, mentre lui spinge più a fondo.

“Cazzo, sei stretta,” grugnisce, afferrandomi i fianchi con forza. “Ti piace, vero? Dimmi che ti piace.”

Non rispondo subito, troppo concentrata a respirare, a sopportare. Ma poi lo sento muoversi, un ritmo lento ma deciso, e il dolore si trasforma in qualcosa di diverso. “Sì… mi piace,” ammetto, con la voce rotta. Lui ride di nuovo, e accelera, i suoi fianchi che sbattono contro di me con un rumore secco. Le cassette tremano sotto di me, le bottiglie di birra vuote dentro sbattono tra loro, coprendo i miei gemiti. “Urla pure, qui non ti sente nessuno,” dice, e la sua voce è un misto di comando e sfida.

Non riesco a trattenermi. Gemo forte, i versi che mi escono dalla gola senza controllo, mentre lui mi scopa sempre più forte. Mi tiene per i capelli con una mano, tirandomi la testa indietro, mentre con l’altra mi stringe il fianco, le dita che affondano nella carne. Sento il suo respiro affannoso, il suo odore di sudore e pelle, e il calore del suo corpo contro il mio. Le gambe mi tremano, quasi non mi reggono, ma non voglio che smetta. Non so come, ma sento un’ondata che mi travolge, un orgasmo che mi fa stringere intorno a lui, e grido, il corpo che si contrae senza controllo.

“Brava, così,” dice, con la voce roca. “Vieni ancora, dai.” E non smette, continua a spingere, cambiando leggermente angolo, colpendo un punto che mi fa vedere le stelle. Non ci credo, ma succede di nuovo, un altro orgasmo, ancora più forte, che mi lascia senza fiato. Lui rallenta un attimo, ma non si ferma, e io mi aggrappo alle cassette come se fossero l’unica cosa che mi tiene ancorata alla realtà.

Alla fine, lo sento irrigidirsi, il suo respiro che si spezza. “Cazzo, sto per venire,” grugnisce, e poi esce da me di colpo, schizzando caldo sulle mie cosce e sul culo. Rimango lì, appoggiata alle cassette, il corpo che trema, il respiro corto. Sento il suo seme che cola sulla mia pelle, appiccicoso, e il bruciore dove mi ha scopata. Lui si tira su i pantaloni, ansimando, e mi guarda con un sorrisetto soddisfatto.

“Sei stata brava,” dice, dandomi un’ultima pacca sul culo, che mi fa sobbalzare. “Ci vediamo alla prossima chiusura, magari mi aiuti ancora con le casse.”

Non rispondo, ma dentro di me so che lo aspetto già. Mi tiro su i pantaloncini con mani tremanti, sentendo ancora il suo calore sulla pelle, e lo guardo andare via, uscendo dal magazzino senza voltarsi indietro. Rimango lì per un attimo, il cuore che batte ancora forte, e so che ogni volta che chiuderò il bar, spererò che torni a chiedermelo.

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