Racconti Piccanti
Racconti Piccanti

La sfida del climbing: Nico mi trasforma (parte 5)

La sfida del climbing: Nico mi trasforma (parte 5)

23 Marzo 2026·6 min di lettura

Sono ancora appeso alla corda, con il corpo che trema e il respiro pesante che si calma a fatica. Il sudore mi cola lungo la schiena, mischiandosi al resto, e il disagio fisico è nulla rispetto al caos che ho nella testa. Nico è seduto sotto di me, sul materasso, con la bottiglia d’acqua in mano e quello sguardo che mi trapassa. Non parla, ma so che sta aspettando. Non mi tira giù subito, e io non ho la forza di protestare. Resto lì, penzolante, con i muscoli che bruciano e una sensazione strana che mi si annida dentro: non è più solo umiliazione, c’è qualcosa di liberatorio nel non dover decidere nulla.

Dopo un tempo che sembra infinito, si alza e inizia ad allentare la corda. “Scendi piano,” dice, con quel tono calmo ma fermo che ormai mi è familiare. Atterro sul materasso con le gambe che cedono un po’, ma mi tengo in piedi, più per orgoglio che per forza. La palestra è silenziosa, vuota. È tardi, le luci al neon sono dimezzate, e l’odore di magnesio e sudore è l’unica cosa che riempie l’aria. Siamo solo noi due, e questo mi fa sentire ancora più esposto.

“Non abbiamo finito,” dice Nico, guardandomi dritto negli occhi. Non c’è un sorriso, non c’è sarcasmo, solo una sicurezza che mi fa rabbrividire. “Ho preparato una cosa per te. Un circuito di fiducia, l’ultimo. Ti va?”

Non so cosa intende, ma il modo in cui lo dice non lascia spazio a un no. Annuisco, la gola secca, e lo seguo verso un angolo della palestra dove ha allestito qualcosa sul materassone grande, quello che usiamo per le cadute dai boulder alti. Ci sono corde, moschettoni, e un imbrago modificato con più punti di ancoraggio. Mi si stringe lo stomaco, ma non dico nulla. Una parte di me vuole vedere dove mi porta tutto questo, anche se un’altra parte urla di fermarsi.

“Spogliati,” ordina, senza giri di parole. Mi tolgo i pantaloncini e la maglietta, restando nudo, con la pelle che si increspa per l’aria fresca della palestra. Lui inizia a fissare l’imbrago intorno al mio corpo, stringendo le cinghie con una precisione che mi fa sentire come un attrezzo, non una persona. Mi lega i polsi con una corda morbida ma ferma, poi le caviglie, fissando tutto a punti multipli sul materassone. Mi ritrovo disteso sulla schiena, con le gambe sollevate e aperte, agganciate a due corde che pendono dal soffitto. La posizione è oscena, esposta, e non posso muovermi di un centimetro. Il cuore mi batte forte, ma non è paura. È qualcosa di più profondo, qualcosa che non riesco a nominare.

“Chiudi gli occhi,” dice, e mi cala una benda sulla faccia. Il buio mi avvolge, e subito dopo sento delle cuffie che mi coprono le orecchie. Un rumore strano, un loop di suoni di arrampicata – moschettoni che tintinnano, corde che stridono, vento su una parete – mi isola completamente. Non sento più nulla del mondo esterno, solo questi rumori che mi tengono ancorato a un contesto che conosco, ma che qui sembra fuori luogo. Sono cieco, sordo a tutto tranne che a quel suono, e legato in un modo che mi toglie ogni controllo.

Sento qualcosa di freddo contro la pelle, e capisco che è un lubrificante solo quando Nico inizia a spingere un oggetto dentro di me. È duro, liscio, probabilmente un plug, e lo infila lentamente, con una calma che mi fa impazzire. Non posso vedere, non posso parlare, posso solo sentire. Poi un ronzio basso, e il plug inizia a vibrare, mandandomi ondate di stimolazione che mi fanno contrarre i muscoli involontariamente. Gemo, un suono soffocato che non arriva nemmeno alle mie orecchie per via delle cuffie. Il ritmo è lento, torturante, e non so quanto tempo passi prima che lo tolga.

Quando lo sostituisce con sé stesso, lo sento. È una pressione diversa, più calda, più reale, e spinge dentro di me con una lentezza che è quasi una punizione. Non c’è violenza all’inizio, solo un movimento controllato, profondo, che mi fa sentire ogni centimetro. Non resisto, non spingo contro, non faccio nulla. Mi lascio andare, il corpo rilassato nonostante la posizione, i gemiti che mi sfuggono senza che io li controlli. Ogni affondo è un promemoria di quanto poco potere ho, e per la prima volta non mi importa. Non devo dominare, non devo comandare. Posso solo essere.

“Ti piace, vero?” La sua voce penetra appena attraverso le cuffie, bassa, quasi un sussurro sopra i rumori di arrampicata. Non rispondo, non riesco, ma il mio corpo parla per me. Vengo senza toccarmi, solo per la stimolazione interna, un orgasmo che mi scuote e mi lascia tremante. Poi un altro, e un altro ancora, uno dopo l’altro, come se non potessi fermarmi. È troppo, ma non voglio che finisca.

Dopo un po’ cambia ritmo. Gli affondi si fanno più duri, più brutali, e ogni spinta mi fa oscillare nelle corde, il corpo che si tende e si rilassa a ogni colpo. Sento il suo respiro pesante, anche attraverso il rumore nelle cuffie, e capisco che sta venendo dentro di me. Il calore mi riempie, e resto lì, ansimante, con il liquido che mi cola lungo le cosce, incapace di muovermi. Non si ferma, però. Si tira fuori, ma dopo un po’ – non so quanto, il tempo è un concetto che non esiste più – lo sento tornare. Mi penetra di nuovo, senza preavviso, con una forza che mi strappa un urlo. È crudele, è calcolato, e ogni movimento sembra pensato per ricordarmi che non sono nulla se non un corpo da usare.

“Cazzo, Nico,” rantolo, la voce spezzata, ma non è una protesta. È solo un suono, un riflesso. Lui non risponde, continua, alternando ritmi lenti e devastanti, come se stesse giocando con me. Vengo ancora, più volte, il corpo che si contrae in spasmi che non controllo, il piacere mischiato a un dolore sordo che mi fa sentire vivo in un modo che non avevo mai provato.

Quando finalmente si ferma, lo sento venire un’altra volta, un gemito basso che mi arriva appena. Resta dentro di me per un momento, poi si tira fuori. Non mi slega, non mi toglie la benda o le cuffie. Mi lascia lì, legato, esposto, con il corpo che trema e il respiro che si calma piano. Non so se è ancora nella stanza, non sento nulla oltre i rumori nelle cuffie. Ma non mi importa. Non ho bisogno di sapere. Per la prima volta, non ho bisogno di controllare nulla.

Dopo un tempo indefinito, lo sento tornare. Un’altra spinta, un’altra penetrazione senza preavviso, e il ciclo ricomincia. Non so quante volte succeda, non tengo il conto. Il mio corpo è un fascio di sensazioni, dolore e piacere che si fondono fino a diventare la stessa cosa. Non parlo più, non penso più. Sono solo un recipiente, e in questo c’è una pace che non avevo mai conosciuto.

“Ancora,” sussurro alla fine, la voce roca, appena udibile. Non so se mi sente, ma non importa. È la resa totale, la fine di ogni resistenza. Non sono più l’alfa, non sono più quello che guida. Sono solo questo, un corpo che esiste per essere posseduto, e in un modo contorto, mi va bene così. Nico non dice nulla, ma lo sento muoversi, un altro affondo, e so che non finirà finché non sarà soddisfatto. E io, in questo momento, non voglio che finisca.

Lascia un commento