Racconti Piccanti
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La formula del cedimento (parte 2)

La formula del cedimento (parte 2)

23 Marzo 2026·7 min di lettura

Sono Luca, e sono passati quindici giorni da quella prima sessione nel laboratorio di Roberto. Non so nemmeno perché sono tornato. Mi sono detto che è per i soldi, che questo gel potrebbe davvero aiutarmi con le rigidità muscolari, che è un lavoro come un altro. Ma la verità mi brucia dentro: non riesco a togliermi dalla testa quel calore, il modo in cui il mio corpo ha ceduto sotto le sue mani, sotto il suo controllo. Mi sono guardato allo specchio ogni giorno, vedendo un uomo che dovrebbe dominare, un personal trainer che spinge gli altri al limite, e invece sono qui, a bussare di nuovo alla porta di questo laboratorio asettico. Non l’ho nemmeno avvisato che venivo. Voglio vedere la sua reazione.

La porta si apre con un cigolio. Roberto è lì, con quei suoi occhiali rettangolari che riflettono la luce al neon, i capelli grigi ordinati, la camicia bianca stirata sotto il camice. Mi guarda per un attimo, senza sorpresa, come se si aspettasse di vedermi. “Luca,” dice, la voce calma, quasi monotona. “Non abbiamo un appuntamento oggi. Cosa ci fai qui?”

Mi passo una mano sul collo, cercando di sembrare sicuro. “Ho pensato che potremmo testare la versione migliorata di quel gel. Sai, per i clienti con rigidità cronica. Potrebbe essere utile per il mio lavoro in palestra.” Le parole mi escono meno convincenti di quanto vorrei. Lui inclina la testa, un sorriso appena accennato che non arriva agli occhi. “Interessante. Hai fatto i compiti, allora. Entra.”

L’odore di disinfettante mi colpisce come un pugno, lo stesso di due settimane fa, mescolato al metallo freddo dei banchi. Il laboratorio non è cambiato: tutto è sterile, ordinato, con quel banco imbottito al centro della stanza che sembra quasi un altare. Mi tolgo la giacca, restando con una canotta nera e i pantaloni da palestra. Roberto si avvicina a un armadietto, prende un nuovo barattolo e me lo mostra. “Formula 2.0,” annuncia, come se stesse presentando un esperimento in una conferenza. “Maggiore penetrazione transdermica, con un blando agonista GABAergico locale. Riduce il controllo volontario sui muscoli profondi del pavimento pelvico. In teoria, dovrebbe rilassarti più a fondo. Sei sicuro di voler procedere?”

Il cuore mi batte più forte, ma annuisco. “Sì, sono sicuro. Facciamolo.” Dentro di me, però, una voce urla di andarmene. Non è per i soldi, non è per la palestra. È per quel brivido che mi ha tormentato per giorni, il ricordo di come mi sono sentito vulnerabile, sciolto, sotto le sue mani. Mi spoglio senza che me lo chieda, resto in perizoma, e mi avvicino al banco. Roberto regola il lettino, abbassandolo leggermente. “Sali su. A quattro zampe, ginocchia divaricate, schiena inarcata. Voglio un accesso completo per l’applicazione.”

Mi blocco per un secondo. La posizione che mi chiede è… esposta. Troppo. Ma stringo i denti e obbedisco, salendo sul lettino. Le ginocchia si appoggiano sul telo sterile, le mani davanti, la schiena curva come mi ha detto. Sento il freddo del tessuto sotto di me, il battito che accelera. Mi ripeto che posso smettere quando voglio, che sono io a decidere. Ma mentre mi sistemo, con le gambe aperte e il culo alzato, so che sto mentendo a me stesso.

Roberto si avvicina con un pennello largo, intinge la punta nel gel e inizia a spalmarmelo sulla schiena, scendendo verso i fianchi. La sensazione è fredda all’inizio, ma poi si scalda, come un fuoco che si accende sotto la pelle. “Ti sto applicando il composto nelle zone target,” dice, la voce distaccata, come se stesse dettando appunti. “Concentrati sulle sensazioni. Dimmi cosa provi.” Il pennello scivola più in basso, tra le natiche, insistendo sul perianale con movimenti lenti, circolari. Stringo i pugni, il respiro si fa corto. “Sento… calore. Come l’altra volta, ma più forte,” mormoro, cercando di mantenere il controllo.

“Bene. Ora passo all’interno.” Prende un dilatatore lubrificato, lo vedo con la coda dell’occhio, e lo avvicina. “Rilassati, Luca. Non opporti.” La sua voce è ferma, quasi un ordine. Sento la pressione, il freddo del metallo che si fa strada, e il gel che si sparge dentro di me. È invasivo, ma il composto agisce veloce. I muscoli che dovrebbero stringere, resistere, si rilassano senza che io lo comandi. È come se il mio corpo non fosse più mio. “Cazzo, che roba è questa?” biascico, la voce tesa. “Non riesco a… a controllarmi.”

“Senti come reagisce,” risponde lui, con quella calma che mi fa venir voglia di urlare. “Il composto agisce sui muscoli profondi. Riduce il controllo volontario. È normale che tu senta questa… resa.” La parola “resa” mi colpisce come uno schiaffo. Non voglio arrendermi. Io sono quello che comanda, sempre. Ma il mio corpo non mi ascolta. Sento il pene duro, ma non è come al solito. Non pulsa, non è aggressivo. Cola, lento, un liquido trasparente che gocciola sul telo sotto di me. Mi vergogno, ma non posso farci niente.

Roberto posa il pennello e prende un oggetto che non vedo subito. Poi lo sento: un dildo medico, graduato, freddo al tatto. “Ora testiamo la risposta muscolare a uno stimolo diretto,” dice, come se stesse spiegando un esperimento a uno studente. “Rilassati, Luca. Voglio osservare gli effetti sul muscolo elevatore dell’ano e sul nervo pudendo.” Lo spinge dentro, piano, con una precisione che mi fa rabbrividire. Il gel riscaldante amplifica ogni movimento, ogni pressione. Un gemito mi sfugge, forte, rauco. Cerco di spingere indietro i fianchi, per riprendere il controllo, per dimostrare che sono io a decidere il ritmo. Ma ogni spinta che faccio mi fa cedere di più. Il mio corpo accoglie, si apre, invece di resistere.

“Cazzo, non ce la faccio,” ringhio, la testa china, il sudore che mi cola dalla fronte. “Che cazzo mi stai facendo?” La mia voce è spezzata, non riconosco nemmeno il tono. Roberto non risponde subito. Con una mano guantata, fredda, mi afferra il pene e inizia a masturbarmi, con movimenti lenti ma decisi. “Sto testando i tuoi limiti, Luca. Senti come il tuo corpo risponde. Non stai resistendo, stai accettando. Nota la differenza.” Le sue parole mi trafiggono. Non voglio accettare. Non voglio essere questo. Ma il piacere mi travolge, un’onda che non parte dal cazzo come al solito, ma da dentro, dal profondo. Ogni spinta del dildo, ogni movimento della sua mano, mi fa tremare.

“Dai, cazzo, finiscila,” gli dico, ma non è un ordine. È una supplica. Lui accelera, il ritmo del dildo diventa più insistente, e la sua mano non si ferma. “Senti come reagisce,” ripete, la voce sempre calma, mentre io perdo ogni briciolo di controllo. L’orgasmo arriva, ma non è come gli altri. È prolungato, lento, quasi passivo. Spasmi che partono dall’interno, che mi fanno tremare il culo, le gambe, tutto. Vengo sul telo, in silenzio, con solo un rantolo profondo che mi esce dalla gola. Non ho forza, non ho volontà. Resto lì, a quattro zampe, il culo ancora alzato, incapace di chiudere le gambe. Il sudore mi brucia gli occhi, l’odore del gel e del mio corpo riempie l’aria.

Roberto si allontana di un passo, togliendosi i guanti con uno scatto secco. “Reazione interessante,” dice, scribacchiando qualcosa su un block notes. “L’orgasmo è stato meno… esplosivo, ma più profondo. Spasmi interni evidenti. Hai sentito la perdita di controllo, vero?” Non rispondo subito. La testa mi gira. Mi rialzo piano, scendendo dal lettino con gambe che tremano come dopo un allenamento massacrante. Mi volto verso lo specchio appeso a una parete del laboratorio. Vedo me stesso: un uomo muscoloso, scolpito, con le spalle larghe e il torace possente. Ma vedo anche il tremore, il rossore sul viso, gli occhi che non riescono a sostenere il mio stesso sguardo. Mi sono appena fatto scopare. Non ho scopato io. E non so come sentirmi.

“Tutto bene?” chiede Roberto, senza guardarmi, continuando a scrivere. La sua voce non ha emozione, come se fosse davvero solo un esperimento. Mi passo una mano sul viso, cercando di recuperare un po’ di dignità. “Sì, sto bene,” mento. Ma dentro di me c’è un casino. Una parte di me è disgustata, si vergogna di come ho ceduto, di come il mio corpo ha reagito senza che lo volessi. Un’altra parte, però, è eccitata. Un pensiero mi si insinua nella testa, e mi terrorizza: “Forse mi piace essere usato così.” Non lo dico ad alta voce, ma mi brucia dentro, un misto di paura e desiderio che non riesco a controllare.

“Ci vediamo per la prossima sessione,” dice Roberto, voltandosi verso il lavandino per sciacquarsi le mani, come se niente fosse. Non mi guarda, non aggiunge altro. Io resto fermo, con il perizoma ancora abbassato, il corpo lucido di gel e sudore. Mi rivesto in silenzio, ogni movimento lento, pesante. Non so se tornerò. O forse sì. La verità è che non lo decido io. Non più. Esco dal laboratorio senza salutare, chiudendo la porta dietro di me. Ma mentre scendo le scale, so che quel pensiero, quel “forse mi piace”, non mi lascerà andare. E so che la prossima volta sarà peggio. O meglio. Non lo so. E questo mi spaventa più di tutto.

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