Ho scopato con la coinquilina di mia figlia
Sono Davide, ho 45 anni, e sto vivendo un incubo che non riesco a controllare. Siamo al mare, nella casa che abbiamo affittato per due settimane in una cittadina sulla costa. È una villetta piccola, con le pareti bianche e l’odore di salsedine che entra dalle finestre sempre aperte. Io, mia moglie Laura, mia figlia Sara e la sua migliore amica Giulia, una ragazza di 21 anni che studia con lei all’università. È la prima volta che Giulia viene con noi in vacanza, e non so come ho fatto a cacciarmi in questo casino. Ogni volta che la vedo girare per casa in quei maledetti shorts di jeans e top corti che non coprono quasi niente, mi ritrovo a combattere con pensieri che non dovrei avere. È la migliore amica di mia figlia, Cristo santo. Eppure, il mio corpo non vuole sentire ragioni: mi basta un suo sguardo, un movimento, e sono duro come un ragazzino. E il senso di colpa mi sta mangiando vivo.
È una mattina di luglio, il sole picchia già forte alle dieci. Laura e Sara sono uscite per fare la spesa al mercato, lasciandomi solo con Giulia. “Voi due preparate il pranzo, noi torniamo fra un paio d’ore,” ha detto Laura prima di chiudersi la porta alle spalle. Io ho annuito, ma dentro di me già sentivo un nodo allo stomaco. Non voglio restare solo con lei, non mi fido di me stesso. Eppure, eccomi qua, in cucina, con un coltello in mano a tagliare pomodori, mentre Giulia è dall’altra parte del tavolo, appoggiata con i gomiti, che mi guarda e sorride in un modo che mi fa sudare freddo.
“Fa un caldo assurdo, non trovi?” dice, passandosi una mano sul collo. Indossa un bikini verde sotto una maglietta larga che le scivola da una spalla. La sua pelle è abbronzata, liscia, e i suoi capelli castani sono legati in una coda disordinata. È bella da far male, e lo sa.
“Sì, è pesante oggi,” rispondo, cercando di tenere gli occhi fissi sui pomodori. Ma il cuore mi batte forte, e sento un calore che non ha niente a che fare con la temperatura.
“Non ce la faccio più,” continua lei, e con un movimento lento si sfila la maglietta, lasciandola cadere su una sedia. Rimane in bikini, il pezzo di sopra che a malapena contiene il suo seno pieno, e i fianchi scoperti che sembrano disegnati apposta per farmi impazzire. Mi guarda, con un sorrisetto che è un misto di innocenza e provocazione. “Così è meglio, no?”
Deglutisco a fatica. “Giulia, rimettiti la maglietta,” dico, ma la voce mi esce più debole di quanto vorrei.
“E perché? Stai mica male a guardarmi?” ribatte, avvicinandosi di un passo. Il suo profumo, un misto di crema solare e qualcosa di dolce, mi arriva dritto al cervello. “Dai, Davide, non fare il moralista. Scommetto che da giovane eri molto più cazzuto di così. O no?”
Quella parola, “cazzuto”, detta con quella voce bassa e un po’ roca, mi colpisce come un pugno. Mi si secca la gola. “Giulia, smettila. Non è divertente,” riesco a dire, ma il mio corpo sta già tradendo ogni parola. Sono teso, eccitato, e il senso di colpa mi sta schiacciando. Penso a Sara, a Laura, a quanto sia sbagliato anche solo stare qui a parlare con lei in questo modo. Ma non riesco a muovermi.
“Non sto scherzando,” insiste, facendo un altro passo verso di me. Ora è a pochi centimetri, e il suo sguardo è fisso nei miei occhi. “Si vede che ti piace guardarmi. Non fare finta di niente. Ti vedo come mi fissi quando pensi che non me ne accorga.”
“Non è vero,” mento, ma so che non è credibile. Ho il respiro corto, e lei lo nota.
“Sicuro?” dice, inclinando la testa. Poi, senza preavviso, allunga una mano e mi sfiora il braccio. È un tocco leggero, ma basta a mandarmi in tilt. “Non mi sembri tanto convinto.”
“Giulia, basta. Davvero,” provo a dire, ma lei non si ferma. Si avvicina ancora, il suo corpo quasi contro il mio, e sento il calore della sua pelle. Il mio cuore è un tamburo, e il desiderio sta vincendo su tutto il resto. Mi odio per questo, ma non riesco a spostarmi.
“Non ti faccio niente di male,” sussurra, e la sua mano scivola dal braccio al mio petto, scendendo piano verso lo stomaco. “Rilassati. Non lo saprà nessuno.”
Quelle parole mi fanno scattare qualcosa dentro. La voglia di toccarla, di lasciarmi andare, è così forte che quasi non mi riconosco. Ma c’è ancora una parte di me che urla di fermarmi. “Giulia, non possiamo. Lo sai che non possiamo,” dico, ma la mia voce è un filo, e lei lo sa.
“E chi lo dice?” risponde, guardandomi dritto negli occhi. “Non lo vuoi anche tu? Perché se non lo volessi, ti saresti già spostato.”
Ha ragione, maledizione. Non mi sono mosso di un centimetro. E quando la sua mano arriva al bordo dei miei pantaloncini, sento che sto per cedere del tutto. “Giulia…” inizio, ma lei mi interrompe.
“Shh. Smettila di pensare,” dice, e si avvicina ancora, premendo il suo corpo contro il mio. Sento il suo seno contro il mio petto, il suo respiro sul collo. È troppo. La mia resistenza crolla.
Le metto una mano sui fianchi, titubante, ma lei sorride e mi spinge a stringere più forte. “Così,” dice piano, e si alza in punta di piedi per avvicinarsi al mio viso. Non so chi dei due fa la prima mossa, ma un secondo dopo le sue labbra sono sulle mie. È un bacio lento, profondo, che sa di sale e di qualcosa di proibito. Le sue mani mi afferrano la nuca, e io la tiro verso di me, incapace di fermarmi. La lingua di Giulia si intreccia con la mia, e il sapore della sua bocca mi fa girare la testa.
Ci stacchiamo per un attimo, ansimando. “Non dovremmo,” dico, ma è una frase vuota. Lei lo sa, e ride piano.
“Ma lo stiamo facendo,” risponde, e mi bacia di nuovo, più forte. Le mie mani scivolano sulla sua schiena, scendono fino al bordo del bikini, e sento la sua pelle liscia sotto le dita. La stringo, la tocco, e ogni gesto è come benzina sul fuoco. Mi spinge contro il bancone della cucina, e io la lascio fare, perso in quello che sta succedendo.
“Ti piace, vero?” dice, con quella voce che mi manda fuori di testa. Le sue mani scendono sui miei pantaloncini, sfiorando la zip. “Lo sento che ti piace.”
Non rispondo, ma il mio corpo parla per me. Sono duro, e lei lo nota. Mi guarda con un sorrisetto trionfante e inizia a slacciarmi i pantaloni. “Fammi vedere quanto lo vuoi,” sussurra, e io non ho più la forza di dire di no.
Le sue dita mi sfiorano, poi mi stringono, e un gemito mi sfugge dalle labbra. È una tortura, ma una tortura che voglio. Mi spingo contro la sua mano, mentre lei mi guarda con quegli occhi che sembrano leggermi dentro. “Così, bravo,” dice piano, e io mi sento bruciare. La voglio, la desidero come non ho mai desiderato niente, e il senso di colpa è ancora lì, ma ormai è sepolto sotto strati di voglia.
La tiro verso di me, le slaccio il pezzo sopra del bikini e lo faccio cadere a terra. Il suo seno è perfetto, pieno, con i capezzoli già duri. Li sfioro con le dita, poi con la bocca, e lei geme piano, inarcandosi contro di me. “Sì, continua,” dice, e io non mi fermo. Le bacio il collo, scendo sul petto, mentre le sue mani mi stringono i capelli. L’odore della sua pelle, un misto di sudore e crema solare, mi fa impazzire.
Ci muoviamo insieme, senza parlare troppo, ma ogni tocco, ogni sguardo è carico di tensione. La spingo contro il frigorifero, e lei ride piano, un suono che mi fa venire i brividi. “Qui?” dice, alzando un sopracciglio.
“Sì, qui,” rispondo, con la voce rauca. Le slaccio il pezzo sotto del bikini, lo faccio scivolare via, e lei è nuda davanti a me. La guardo per un attimo, il suo corpo esposto, le curve dei fianchi, il ventre piatto, e quel triangolo di peli scuri tra le gambe. È bellissima, e io sono oltre ogni limite.
Mi abbasso i pantaloncini e i boxer in un movimento rapido, e lei mi guarda, mordendosi un labbro. “Cazzo, Davide, sei messo bene,” dice, e quelle parole mi fanno quasi perdere la testa. La afferro per i fianchi, la sollevo, e lei mi avvolge le gambe attorno alla vita, stringendomi forte. La sua pelle è calda, appiccicosa di sudore, e sento il suo respiro sul mio collo.
La spingo contro il frigorifero, il metallo freddo dietro di lei, e inizio a muovermi. Entro dentro di lei lentamente, sentendo ogni centimetro, ogni sensazione. Lei geme forte, buttando la testa indietro. “Cazzo, sì, così,” dice, con la voce spezzata. Io aumento il ritmo, spingendo più forte, e il suono dei nostri corpi che sbattono l’uno contro l’altro riempie la cucina. È un rumore crudo, reale, e mi eccita ancora di più.
Le sue unghie mi graffiano la schiena, bruciano, ma non mi fermo. “Se tua figlia sapesse quanto ti piace scopare la sua amica…” sussurra, con un tono che è un misto di provocazione e piacere. Quelle parole mi colpiscono, mi fanno sentire ancora più sporco, ma non riesco a smettere. La sbatto più forte contro il frigorifero, sentendo i suoi gemiti che diventano urla. “Sì, cazzo, continua, non fermarti,” dice, e io obbedisco.
Il sudore ci cola addosso, i nostri corpi scivolosi, l’odore di sesso che si mescola a quello della cucina. La tengo stretta, le sue gambe ancora attorno a me, e sento che sto per venire. Anche lei è vicina, lo capisco da come si contrae, da come mi stringe. “Ci sono, ci sono,” ansima, e un secondo dopo si lascia andare, tremando contro di me. Io la seguo subito dopo, con un gemito profondo, svuotandomi dentro di lei.
Rimaniamo così per un attimo, ansimando, appoggiati al frigorifero. Le sue gambe scivolano piano a terra, e ci guardiamo senza dire niente. Non c’è imbarazzo, non c’è rimpianto. Solo il silenzio pesante di quello che abbiamo appena fatto. Mi passo una mano sul viso, cercando di riprendere fiato, mentre lei si appoggia al bancone, nuda, con un mezzo sorriso.
“Beh, direi che il pranzo può aspettare,” dice piano, e io non riesco a non ridere, anche se dentro di me so che niente sarà più come prima.
