Il seminterrato dopo la laurea
Sono Nicola, ho 23 anni e da poco mi sono laureato in ingegneria. Non è stato facile, ma ce l’ho fatta. Sono il classico tipo che non spicca in una folla: magro, con un po’ di muscoli definiti grazie alla palestra, ma niente di eccezionale. Porto gli occhiali, ho i capelli castani sempre un po’ spettinati e un carattere che mia madre definisce “difficile”. In realtà sono solo introverso, e quando apro bocca spesso tiro fuori un sarcasmo che non tutti apprezzano. Dopo la laurea, non avendo ancora un lavoro fisso, sono tornato a vivere dai miei genitori in una cittadina di provincia. La casa è quella di sempre, ma ora divido il seminterrato con Giulia, mia sorella minore di 21 anni.
Giulia è tutto il contrario di me. Estroversa, impulsiva, con i capelli tinti di un rosa shocking che sembrano urlare “guardatemi”. Ha piccoli tatuaggi sparsi sul corpo: una stellina sul polso, un cuore dietro l’orecchio, una frase in corsivo sulla caviglia. È tornata anche lei a casa dopo aver mollato il primo anno di università, dicendo che “non faceva per lei”. I miei hanno riadattato il seminterrato in due stanze separate con un piccolo salottino comune, dove c’è un divano-letto e una vecchia TV. È qui che passiamo la maggior parte del tempo, soprattutto la sera, a guardare serie su Netflix.
All’inizio era solo un modo per ammazzare la noia. Dopo cena, mentre i nostri genitori guardavano il telegiornale di sopra, noi ci buttavamo sul divano con una coperta, un pacchetto di patatine e qualche episodio di una serie qualsiasi. Non parlavamo molto, ma c’era una certa complicità tra noi, quella che si crea quando condividi uno spazio ristretto e non hai molte alternative. Giulia era sempre la prima a commentare le scene, a ridere forte o a lanciare battute sceme. Io rispondevo a tono, con il mio solito sarcasmo, e a volte finivamo per litigare per stupidaggini, come chi dovesse tenere il telecomando.
Una sera, non ricordo nemmeno di preciso quando, tutto ha iniziato a cambiare. Stavamo guardando un film horror, uno di quelli con jumpscare scontati. Giulia, come al solito, si era accoccolata vicino a me sotto la coperta, dicendo che aveva paura. Io avevo alzato gli occhi al cielo, ma non l’avevo mandata via. “Se ti spaventi, non è colpa mia,” le avevo detto, con un mezzo sorriso. Lei aveva riso e si era appoggiata alla mia spalla. Poi, durante una scena particolarmente tesa, aveva messo una mano sul mio braccio, stringendolo. Non ci avevo fatto troppo caso, ma il contatto mi aveva dato una strana sensazione, un misto di fastidio e… qualcos’altro.
“Che fai, mi usi come scudo umano?” avevo chiesto, cercando di mantenere il tono scherzoso.
“Esatto, fratellone. Proteggimi,” aveva risposto lei, ridendo, ma senza spostare la mano. E da lì, non so come, quella mano era diventata una specie di gioco. Ogni volta che c’era una scena spaventosa, lei mi toccava: un braccio, una gamba, una spalla. E io, invece di allontanarla, iniziavo a ricambiare, sempre “per scherzo”. Una carezza sul ginocchio, un pizzicotto sul fianco. Era tutto innocente, o almeno così mi dicevo. Però, dentro di me, sentivo che c’era qualcosa che non tornava. Un pensiero che cercavo di spingere via, ma che tornava ogni volta che le sue dita sfioravano la mia pelle.
Le settimane passavano, e quelle carezze “per scherzo” erano diventate una costante. Non ne parlavamo mai apertamente, ma era come se ci fosse un tacito accordo. Ogni sera sul divano, sotto quella coperta, le nostre mani si cercavano. Io cercavo di non pensarci troppo, ma era difficile ignorare il battito del cuore che accelerava quando sentivo il suo calore vicino a me. E poi c’erano i suoi occhi, quel modo che aveva di guardarmi, un misto di provocazione e curiosità. Non sapevo cosa stesse pensando, ma iniziavo a chiedermi se anche lei sentisse quella strana tensione.
Una notte, dopo un episodio particolarmente noioso di una serie crime, Giulia aveva spento la TV e si era girata verso di me. Eravamo seduti vicinissimi, le gambe che si sfioravano sotto la coperta. Io stavo per alzarmi e andare in camera mia, ma lei mi aveva fermato con una mano sul braccio.
“Aspetta, Nicola. Ti devo dire una cosa,” aveva detto, con un tono che non era il solito, scherzoso. Aveva abbassato lo sguardo, come se fosse in imbarazzo. I suoi capelli rosa le cadevano davanti al viso, e per un attimo mi era sembrata più piccola, vulnerabile.
“Che c’è?” avevo chiesto, con una certa inquietudine. Non ero abituato a vederla così seria.
Lei aveva esitato, mordendosi il labbro, poi aveva preso un respiro profondo. “Senti, non so come dirtelo, ma… ci penso da un po’. Tipo, sempre. Ho sempre avuto una specie di… fantasia su di te. Non so perché, ma è così.”
Le sue parole mi avevano colpito come un pugno. Ero rimasto in silenzio, incapace di rispondere. Dentro di me c’era un caos totale: incredulità, imbarazzo, e una parte di me che, in qualche modo, non era sorpresa. Avevo aperto la bocca per dire qualcosa, ma non era uscito niente. Lei mi aveva guardato, con gli occhi pieni di ansia, come se temesse che potessi arrabbiarmi o mandarla al diavolo.
“Non dire niente di stupido, ok? Non sto scherzando,” aveva aggiunto, con voce tremante. “Non so se è normale o no, ma è quello che provo. E queste sere… non so, mi sembra che anche tu…”
Non l’avevo lasciata finire. “Giulia, ma che stai dicendo? Siamo fratelli, non puoi… non possiamo…” avevo balbettato, ma dentro di me sapevo che le sue parole avevano colpito un nervo scoperto. Perché anche io, in un angolo della mia testa, avevo pensato a lei in un modo che non avrei dovuto.
“Lo so che è sbagliato, ok? Ma non ci posso fare niente. E non mi dire che non ci hai mai pensato, perché non ci credo,” aveva ribattuto, con quella sua impulsività che la rendeva così difficile da affrontare.
Avevo distolto lo sguardo, sentendo il viso avvampare. Non sapevo cosa dire. Una parte di me voleva alzarsi e andarsene, chiudere quella conversazione lì. Ma un’altra parte, quella che odiavo ammettere, voleva restare. E mentre ci guardavamo, in quel silenzio carico di tensione, avevo sentito la sua mano sfiorare la mia. Non era uno scherzo, non era un gioco. Era reale.
Non so chi dei due abbia fatto il primo passo. Forse io, forse lei. Ma a un certo punto le nostre mani si sono intrecciate, e poi lei si è avvicinata. Il suo profumo, un misto di shampoo alla frutta e qualcosa di più personale, mi aveva invaso i sensi. Avevo sentito il suo respiro vicino al mio viso, e prima che potessi pensare a cosa stavo facendo, ci stavamo baciando. Un bacio lento, esitante, come se stessimo testando un terreno pericoloso. La sua bocca era morbida, calda, e avevo sentito un brivido corrermi lungo la schiena. Non c’era niente di romantico o poetico, solo una voglia che non riuscivo più a ignorare.
Ci siamo staccati per un attimo, ansimando. “Nicola, dimmi che non vuoi, e mi fermo,” aveva sussurrato lei, con gli occhi che brillavano di una luce che non avevo mai visto prima.
Non avevo detto niente. Non potevo. Invece, l’avevo attirata di nuovo verso di me, baciandola con più forza. Le mie mani avevano iniziato a esplorare, scivolando sotto la sua maglietta larga. La sua pelle era liscia, calda, e sentivo i piccoli tatuaggi sotto i polpastrelli. Lei aveva riso piano, un suono nervoso, mentre mi stringeva i fianchi con le gambe, spingendosi contro di me. Non c’era fretta, ma ogni movimento era carico di un’energia che mi faceva girare la testa.
“Piano, cazzo, i nostri sono di sopra,” avevo sussurrato, con il cuore che batteva all’impazzata. Lei aveva annuito, ma continuava a muoversi contro di me, le sue mani che tiravano l’elastico dei miei pantaloni. Avevo sentito il suo respiro accelerare mentre le toglievo la maglietta, scoprendo il reggiseno nero semplice che indossava. Il suo corpo era snello, con curve appena accennate, ma c’era qualcosa di incredibilmente reale in lei, niente di perfetto o artefatto. Solo Giulia.
Le avevo baciato il collo, scendendo piano verso il petto, mentre lei mi passava le dita tra i capelli. “Dio, non ci credo che stiamo facendo questo,” aveva mormorato, con una risata strozzata. “Sei sicuro?”
“Tu lo sei?” avevo ribattuto, alzando lo sguardo verso di lei. Aveva annuito, mordendosi di nuovo il labbro, e quello era stato sufficiente. Le avevo slacciato il reggiseno, lasciandolo cadere sul pavimento, e avevo preso un momento per guardarla. I suoi seni erano piccoli, con i capezzoli già duri, e un tatuaggio minuscolo, una freccia, appena sotto il sinistro. Avevo passato una mano lì sopra, sentendo la sua pelle rabbrividire sotto il mio tocco.
Ci eravamo mossi lentamente, togliendoci i vestiti un pezzo alla volta. Ogni gesto sembrava amplificato nel silenzio del seminterrato, interrotto solo dal rumore lontano della TV di sopra. Quando eravamo rimasti nudi, ci eravamo fermati un attimo, guardandoci. Io ero teso, con il corpo che reagiva in modo evidente, e lei sembrava quasi timida, nonostante il suo carattere spavaldo. “Non ridere, ok?” aveva detto, con un sorriso nervoso, mentre si sistemava i capelli rosa dietro l’orecchio.
“Non rido,” avevo risposto, serio. Poi l’avevo tirata verso di me, facendola sedere a cavalcioni sulle mie gambe. Il contatto della sua pelle contro la mia era elettrico, e avevo dovuto trattenere un gemito quando aveva iniziato a muoversi piano, sfregandosi contro di me. Le sue mani erano sulle mie spalle, le unghie che mi graffiavano appena, mentre io le stringevo i fianchi, cercando di mantenere un minimo di controllo.
“Porca troia, Nicola, sei… cazzo, sei duro,” aveva sussurrato, con quella risata nervosa che non riusciva a trattenere. Io avevo sorriso, ma non avevo risposto. Invece, le avevo messo una mano sulla bocca, per paura che il suo tono potesse salire troppo. “Zitta, vuoi farci beccare?” avevo detto, con voce bassa, ma lei aveva continuato a ridere piano, mordendomi le dita.
Il divano-letto scricchiolava sotto di noi, e ogni rumore sembrava assordante. Lei si era chinata in avanti, baciandomi di nuovo, mentre le sue mani scendevano lungo il mio petto, fino a toccarmi. Il suo tocco era inesperto, un po’ goffo, ma incredibilmente eccitante. Io avevo fatto lo stesso, esplorando tra le sue gambe, sentendo quanto fosse già pronta. L’odore del suo corpo, un misto di sudore e qualcosa di più intimo, mi aveva colpito come un’ondata. Non c’era niente di perfetto in quello che stavamo facendo, solo una voglia cruda, reale.
“Voglio sentirti dentro, cazzo,” aveva detto lei, con voce tremante ma decisa, guardandomi negli occhi. Io avevo annuito, incapace di dire altro, e l’avevo aiutata a posizionarsi. Quando era scesa su di me, lentamente, avevo sentito un calore che mi aveva quasi fatto perdere la testa. Lei aveva chiuso gli occhi, mordendosi il labbro per non fare rumore, e aveva iniziato a muoversi, prima piano, poi con più ritmo. Io le tenevo i fianchi, seguendo i suoi movimenti, mentre cercavo di non lasciarmi andare troppo in fretta.
“Piano, Giulia, cazzo,” avevo sussurrato, con il respiro corto. “Non voglio che finisca subito.”
Lei aveva riso di nuovo, quel suono nervoso che mi faceva impazzire. “Tranquillo, ci penso io,” aveva detto, rallentando un po’, ma senza smettere di muoversi. Ogni spinta era un misto di piacere e tensione, con il costante pensiero che qualcuno potesse sentirci. Le sue gambe tremavano leggermente, e io sentivo il sudore scivolarmi lungo la schiena. Il divano continuava a scricchiolare, e ogni tanto lei si fermava, guardandomi con un sorriso malizioso, come se stesse giocando con me.
“Ti piace, eh?” aveva chiesto a un certo punto, con un tono che era un misto di provocazione e insicurezza. Io avevo annuito, stringendola più forte. “Sì, cazzo, mi piace,” avevo risposto, senza giri di parole. E da lì, avevamo smesso di parlare. Eravamo solo noi, i nostri corpi, il rumore del nostro respiro e quei movimenti che diventavano sempre più urgenti.
Quando avevamo raggiunto il culmine, quasi nello stesso momento, avevo dovuto coprirle di nuovo la bocca con la mano, perché il suo gemito era troppo forte. Io stesso avevo dovuto mordermi il labbro per non fare rumore, mentre il piacere mi travolgeva completamente. Lei era crollata su di me, con il petto che si alzava e abbassava velocemente, i capelli rosa appiccicati alla fronte dal sudore. Eravamo rimasti così per un po’, senza dire niente, solo cercando di riprendere fiato.
Alla fine, si era tirata indietro, guardandomi con un sorriso stanco ma soddisfatto. “Beh, direi che questo film horror è stato… interessante,” aveva detto, con una risata leggera. Io avevo scosso la testa, sorridendo nonostante tutto. “Sei un disastro, lo sai?”
“Sì, ma ti piaccio così,” aveva ribattuto, dandomi un bacio veloce sulla guancia prima di alzarsi per recuperare i vestiti. Sapevamo entrambi che questo non sarebbe stato un episodio isolato. Le serate Netflix, i film horror, sarebbero diventati la nostra scusa del weekend. E in quel momento, mentre ci rivestivamo in silenzio, non c’era bisogno di dire altro.
