Racconti Piccanti
Racconti Piccanti

La baita di capodanno

La baita di capodanno

20 Marzo 2026·8 min di lettura

Sono Clara, ho vent’anni e studio arte all’università. Dicono che sono ribelle, che cerco sempre di provocare, e forse è vero. Ho i capelli neri, lunghi fino alla vita, un piercing al naso e un corpo snello, con un seno che attira sguardi anche quando non voglio. Questo Capodanno l’ho passato in una baita isolata in montagna, con tutta la famiglia. Una tradizione che odio, ma che non posso saltare. Tra gli altri c’era Marco, il fratello minore di mio padre, una guida alpina di trentanove anni. Divorziato, con un fisico scolpito da anni di lavoro all’aria aperta, ha un fascino ruvido, di quelli che non si comprano. Non è il tipo che sorride spesso, ma quando lo fa, ti colpisce.

Eravamo lassù da un paio di giorni quando, la notte di Capodanno, una valanga ha bloccato la strada. Niente auto, niente discesa a valle per almeno due giorni. La baita era piena di gente: zii, cugini, i miei genitori. Ma quella sera, dopo i brindisi e i soliti discorsi noiosi, tutti si sono ritirati presto nelle loro stanze. Io no. Non riuscivo a dormire, mi sentivo soffocare in quel posto. Marco era ancora sveglio, seduto su una poltrona vicino al camino con una birra in mano. Indossavo una canottiera corta, di quelle che lasciano scoperto l’ombelico, e un paio di pantaloni della tuta larghi. Sapevo che mi guardava, anche se faceva finta di niente.

“Non vai a dormire?” mi ha chiesto, con quella voce profonda che sembra sempre un po’ incazzata.
“Non ho sonno. E tu?” ho risposto, appoggiandomi allo schienale del divano, con le gambe accavallate.
“Ci provo, ma il russare di tuo padre si sente fino in salotto,” ha detto, con un mezzo sorriso.
Ho riso, poi mi sono avvicinata al camino per scaldarmi. Sapevo che la canottiera tirava un po’ su, mostrando la curva della schiena. Non l’ho fatto apposta, ma nemmeno mi dispiaceva. Marco ha distolto lo sguardo, ma ho notato che stringeva la bottiglia più forte.

“Sei sempre stata un casino, Clara,” ha detto a bassa voce, quasi tra sé.
“Che intendi?” ho chiesto, girandomi verso di lui con un sopracciglio alzato.
“Niente. Lascia stare.” Ha bevuto un sorso, fissando il fuoco.

La tensione tra noi non era nuova. L’avevo sempre sentito, anche da ragazzina, quando lui veniva a casa nostra. Non era mai stato solo “lo zio Marco”. C’era qualcosa nei suoi occhi, nel modo in cui mi parlava, che mi faceva sentire vista in un modo diverso. E quella sera, in quella baita isolata, con il vento che ululava fuori e il silenzio della casa, quella sensazione si era amplificata. Mi sono alzata e ho preso una birra dal frigo, senza chiedergli se ne voleva un’altra. Quando sono tornata, mi sono seduta sul bracciolo della sua poltrona, vicinissima.

“Clara, che cazzo fai?” ha detto, guardandomi dritto negli occhi.
“Mi scaldo. Fa freddo,” ho risposto, con un sorrisino. Sentivo il cuore battere più forte, ma non volevo dargliela vinta.
“Torna sul divano. Subito,” ha ordinato, ma non si è mosso.
“E se non voglio?” ho ribattuto, inclinando la testa.

Ha serrato la mascella, e per un attimo ho pensato che si sarebbe alzato e se ne sarebbe andato. Invece è rimasto lì, con lo sguardo fisso su di me. Ho sentito un brivido, non di freddo. Era come se stessi giocando con qualcosa che non potevo controllare, ma non riuscivo a fermarmi. Dopo un po’ mi sono alzata, ho preso il pacchetto di sigarette dalla tasca e sono uscita sul balcone. Ero in mutande e canottiera, ma non mi importava. Il freddo mi mordeva la pelle, ma avevo bisogno di aria.

Non sono passati due minuti che ho sentito la porta aprirsi dietro di me. Marco era lì, con una giacca buttata sulle spalle. “Sei matta? Vuoi congelarti?” ha detto, con un tono che era un misto di rimprovero e preoccupazione.
“Sto bene. Fatti i cazzi tuoi,” ho risposto, tirando una boccata.
Non ha detto nulla. Si è avvicinato, mi ha strappato la sigaretta di mano e l’ha buttata via. Poi, senza preavviso, mi ha spinta contro la parete di legno del balcone. Il freddo mi ha fatto rabbrividire, ma il suo corpo vicino al mio era caldo, solido. Mi ha guardata negli occhi per un secondo, come se stesse decidendo qualcosa, poi mi ha baciata. Un bacio duro, affamato, con il sapore di birra e tabacco. Non ho resistito, non ci ho nemmeno pensato. Ho ricambiato, aggrappandomi alla sua giacca.

“Dentro. Ora,” ha ringhiato, tirandomi per un braccio. Siamo rientrati in salotto, chiudendo la porta dietro di noi. Il fuoco nel camino era l’unica luce, e il calore mi ha colpita dopo il gelo del balcone. Marco mi ha spinta contro il muro, vicino alla porta, e ha continuato a baciarmi, con le mani sui miei fianchi. Sentivo la sua forza, il modo in cui mi teneva ferma, e mi piaceva. Ho infilato le mani sotto la sua maglia, toccando la pelle tesa sui muscoli. Era dura, segnata dal lavoro, e il contrasto con la mia mi ha fatta impazzire.

“Non dovremmo fare questa cazzata,” ha detto tra un bacio e l’altro, con la voce roca.
“E allora perché non ti fermi?” ho risposto, sfidandolo con lo sguardo.
Non ha detto niente. Mi ha sollevata, facendomi avvolgere le gambe intorno alla sua vita, e mi ha portata verso il tappeto di pecora davanti al camino. Mi ha messa giù con una certa urgenza, ma senza farmi male. Si è tolto la giacca e la maglia, e ho visto il suo petto, le spalle larghe, le cicatrici qua e là. Non era un corpo da palestra, era un corpo che aveva vissuto. Ho passato le mani sul suo torace, mentre lui mi guardava con un’espressione che non riuscivo a decifrare.

“Se vuoi fermarti, dimmelo ora,” ha detto, serio.
“Non voglio fermarmi,” ho risposto, togliendomi la canottiera. Il calore del fuoco mi accarezzava la pelle, ma erano i suoi occhi a bruciarmi. Ha guardato il mio seno, il piercing al naso che brillava appena alla luce delle fiamme, e ha fatto un respiro profondo. Poi si è chinato su di me, baciandomi il collo, scendendo lentamente verso il petto. Sentivo il suo respiro caldo, la sua barba che graffiava appena la pelle. Ho chiuso gli occhi, lasciandomi andare. Le sue mani mi esploravano, stringevano i fianchi, poi sono scese sotto le mutande, togliendomele con un movimento deciso.

“Sei bellissima, cazzo,” ha mormorato, mentre mi toccava con più insistenza. Ho sentito un’ondata di calore tra le gambe, e ho aperto gli occhi per guardarlo. Era concentrato, come se stesse studiando ogni mia reazione. Ho allungato una mano per slacciargli i pantaloni, e lui non mi ha fermata. Ho sentito la sua erezione sotto i boxer, dura, e ho sorriso tra me e me. Glieli ho abbassati, e lui si è messo sopra di me per un momento, lasciandomi sentire il suo peso, la sua voglia.

“Girati,” ha detto, con un tono che non ammetteva repliche. Mi sono messa a quattro zampe sul tappeto, con il calore del fuoco che mi scaldava il fianco. Lui si è posizionato dietro di me, e ho sentito le sue mani sui miei fianchi, poi sulla schiena. Mi ha tirata verso di sé, facendomi inarcare. “Sei sempre stata troppo pericolosa per me,” ha detto, con la voce bassa, mentre mi tirava i capelli con una mano. Non era doloroso, ma deciso, e mi ha fatto venire i brividi.

“E tu sei sempre stato un cagasotto,” ho risposto, girando appena la testa per guardarlo. Ha riso, una risata breve e ruvida, poi mi è entrato dentro con un movimento lento ma fermo. Ho sentito ogni centimetro, il calore, la pressione, e ho lasciato uscire un gemito che non sono riuscita a trattenere. Il tappeto sotto di me era morbido, ma ruvido contro le ginocchia. Il fuoco scoppiettava, e l’odore del legno bruciato si mescolava a quello del suo sudore, della mia pelle. Lui si muoveva con un ritmo che all’inizio era controllato, quasi attento, ma che piano piano è diventato più veloce, più urgente.

“Ti piace, eh?” ha detto, con quella voce che sembrava un ringhio, stringendomi i fianchi.
“Cazzo, sì,” ho risposto, ansimando. “Più forte.”
Non se l’è fatto ripetere due volte. Ha accelerato, e ogni spinta mi faceva sentire il suo controllo, la sua forza. I miei capelli gli scivolavano tra le dita, e lui li tirava appena, facendomi alzare la testa. Sentivo il mio corpo rispondere, il piacere crescere in modo quasi insostenibile. Il suono dei nostri corpi che si incontravano, i miei gemiti, i suoi respiri pesanti riempivano la stanza. Ero sudata, il calore del fuoco e il suo calore mi facevano girare la testa. Lui ha messo una mano sotto di me, toccandomi dove ero più sensibile, e ho sentito un’onda di piacere che mi ha fatto tremare.

“Sto per venire, Clara,” ha detto, con la voce tesa.
“Anch’io,” ho ansimato, spingendomi contro di lui. Pochi secondi dopo, ho sentito l’orgasmo travolgermi, forte, quasi doloroso. Ho gridato, non troppo forte per non svegliare nessuno, ma abbastanza da far capire quanto fossi fuori controllo. Lui è venuto subito dopo, con un grugnito basso, stringendomi i fianchi così forte che probabilmente mi sarebbero rimasti i segni. Siamo rimasti così per un momento, ansimando, con il fuoco che ci illuminava e il silenzio della baita intorno a noi.

Alla fine, si è tirato indietro, sedendosi sul tappeto. Io mi sono girata, sdraiandomi accanto a lui, con il respiro ancora corto. Non abbiamo detto niente per un po’. Non c’era bisogno. Sapevamo entrambi cosa era successo, e non c’era spazio per rimpianti o cazzate del genere. Dopo qualche minuto, mi ha guardata e ha sorriso appena. “Sei un disastro, lo sai?”
“E tu non sei da meno,” ho risposto, con un ghigno.

Quando siamo tornati in città, non ne abbiamo parlato con nessuno, ovviamente. Ma per mesi ci siamo scritti messaggi, frasi brevi, criptiche, che solo noi potevamo capire. Era il nostro modo di tenere viva quella notte, senza mai dirlo apertamente.

Lascia un commento