Il cambio turno di notte
Sono le 4:30 del mattino, e il pronto soccorso è finalmente calmo, un silenzio che sembra quasi innaturale dopo ore di caos. Sono sfinita, le gambe mi pesano come se avessi corso una maratona, e le occhiaie che mi porto dietro da mesi sono probabilmente diventate parte del mio viso. Mi chiamo Giulia, ho 29 anni, sono infermiera qui da abbastanza tempo da sapere che turni come questo ti succhiano l’anima. Ho i capelli sempre legati in una coda stretta, più per praticità che per estetica, e il mio carattere non è esattamente morbido. Dico quello che penso, spesso senza filtro, e questo a volte crea problemi, ma non sono qui per piacere a tutti.
La saletta del personale è un buco di stanza con un divanetto sfondato, un tavolo pieno di briciole e un lavandino che perde da chissà quanto. Ci entro trascinando i piedi, con la mascherina abbassata sul collo e una bottiglietta d’acqua in mano. Matteo è già lì, seduto con una tazza di caffè che probabilmente è freddo da ore. Ha 46 anni, è uno dei medici del turno notturno, e ha un fascino che non si spiega con i lineamenti perfetti o chissà cosa. È un po’ vissuto, con le rughe intorno agli occhi e i capelli che iniziano a ingrigire, ma ha una voce calma, profonda, di quelle che riescono a tranquillizzare anche il paziente più isterico. Le sue mani sono grandi, sempre in movimento quando spiega qualcosa, e sì, le ho notate più volte di quanto voglia ammettere. È separato da un paio d’anni, ma non ne parla mai. Noi due ci conosciamo da un sacco, e c’è sempre stato questo gioco di battute, sguardi, flirt spinto nei momenti di pausa. Ma non è mai successo niente, non abbiamo mai passato quella linea invisibile. Fino a stanotte, almeno.
“Non ce la faccio più,” dico, lasciandomi cadere sul divanetto. La mia voce è roca, stanca. “Non dormo da mesi, giuro. Chiudo gli occhi e vedo solo codici rossi, barelle, defibrillatori.”
Matteo alza lo sguardo dalla tazza, mi fissa per un attimo con quegli occhi che sembrano sempre capire troppo. “Non sei l’unica,” risponde, con quella calma che mi irrita e mi attira allo stesso tempo. “Ma tu sei messa peggio di me, si vede da un chilometro. Hai le spalle così tese che sembri un blocco di cemento.”
“Grazie del complimento,” ribatto, sarcastica, ma non ho nemmeno la forza di ridere. Bevo un sorso d’acqua, sentendo la gola secca come carta.
Lui si alza, appoggia la tazza sul tavolo e si avvicina. “Siediti dritta. Ti faccio un massaggio, solo per rilassarti un po’. Dieci minuti e ti senti un’altra.”
Lo guardo, scettica. “Un massaggio? Sul serio? Non siamo in una spa, Matteo.”
“Non fare la difficile,” dice, con un mezzo sorriso. “Non ti sto proponendo niente di strano. Solo spalle e collo, promesso. Fidati di un vecchio medico.”
Non so perché accetto. Forse perché sono troppo stanca per discutere, o forse perché una parte di me vuole vedere dove va a parare. Mi siedo meglio, schiena dritta, e lui si mette dietro di me. Sento le sue mani sulle spalle, grandi e calde, che iniziano a premere con una pressione decisa ma non dolorosa. Chiudo gli occhi per un attimo, e un sospiro mi sfugge senza che lo voglia. È una sensazione strana, intima in un modo che non mi aspettavo. Il suo respiro è vicino, lo sento sul collo, e il calore delle sue dita che scavano nei muscoli tesi mi fa quasi rabbrividire.
“Rilassati, Giulia,” mormora, la voce bassa. “Smetti di pensare per due secondi.”
“Non ci riesco,” confesso, quasi sottovoce. “La testa non si spegne mai.”
Le sue mani rallentano, si fermano un attimo, poi riprendono, scendendo appena sotto le clavicole. Non dico niente, ma il cuore mi batte un po’ più forte. Non è più solo un massaggio, lo sappiamo entrambi, ma nessuno dei due parla. Sento il suo pollice sfiorarmi la base del collo, un gesto che non ha nulla di medico, e un calore che non c’entra con la stanchezza mi sale dallo stomaco. Mi giro appena, quel tanto che basta per guardarlo negli occhi. Lui non si tira indietro, non finge che sia un errore. Mi fissa, serio, con uno sguardo che mi fa capire che anche lui sta sentendo la stessa cosa.
“Matteo…” inizio, ma non so nemmeno cosa voglio dire. La sua mano scivola sul mio mento, lo alza appena, e per un attimo penso che mi bacerà. Ma non lo fa. Rimaniamo così, a pochi centimetri, con il fiato che si mescola. Poi, come se una diga si rompesse, mi alzo in piedi di scatto, e lui fa un passo indietro, sorpreso.
“Non so se è una buona idea,” dico, ma la mia voce trema, e non è convincente nemmeno per me.
“Nemmeno io,” risponde, ma non si muove, non distoglie lo sguardo. “Però siamo qui, no? E siamo stanchi morti. Se vuoi smettere, dimmelo ora.”
Non dico niente. Invece, faccio un passo verso di lui, e poi un altro, fino a essere così vicina che sento l’odore del suo dopobarba mischiato a quello del disinfettante che impregna i nostri camici. Gli metto una mano sul petto, e il suo cuore batte forte quanto il mio. Non c’è romanticismo, non ci sono parole dolci. Solo una tensione che ci tira come un elastico pronto a spezzarsi.
Le mie mani scivolano sui suoi fianchi, sotto il camice, e lui non si tira indietro. Mi afferra per la vita, con una forza che mi sorprende, e mi spinge contro il tavolo. Le sue labbra si schiantano sulle mie, un bacio affamato, duro, che sa di caffè e stanchezza. Non c’è delicatezza, solo bisogno. La sua lingua spinge contro la mia, e io ricambio con la stessa urgenza, aggrappandomi alle sue spalle. Sento il suo corpo premere contro il mio, il calore della sua pelle sotto la stoffa sottile, e il desiderio mi travolge come un’onda.
“Non dovremmo,” mormoro contro la sua bocca, ma non mi fermo.
“Lo so,” risponde, la voce rauca. “Ma lo vuoi quanto me, vero?”
Non rispondo, non serve. Mi spingo contro di lui, e le sue mani scendono sui miei fianchi, stringono forte, quasi a lasciarmi il segno. Mi fa girare, mi spinge verso il lavandino, e io mi appoggio con le mani sul bordo freddo. Lo sento dietro di me, il suo respiro pesante, e poi la sua mano mi tira via la coda, lasciando che i capelli mi cadano sulle spalle. Mi bacia il collo, morde piano, e un gemito mi sfugge senza che riesca a trattenerlo.
Aspetto un attimo, poi mi giro di nuovo verso di lui, guardandolo dritto negli occhi. Scendo lentamente in ginocchio, con la mascherina ancora abbassata sul collo, e vedo la sorpresa sul suo viso, ma anche qualcos’altro, un desiderio che non nasconde. Gli slaccio i pantaloni del camice con mani che tremano appena, e lui non dice una parola, si limita a guardarmi, con il respiro che si fa più corto. Quando lo prendo in bocca, sento il suo gemito basso, quasi un ringhio, e le sue mani si posano sui miei capelli, senza spingere, solo per tenersi. Muovo la lingua lentamente, assaporando ogni reazione, ogni piccolo suono che gli sfugge. Ha un odore forte, di sudore e di uomo, e questo mi fa perdere ancora di più il controllo. Lo voglio, lo voglio con una fame che non sapevo di avere.
“Cazzo, Giulia,” sussurra, la voce spezzata. “Non pensavo… continua, non fermarti.”
Non mi fermo. Vado avanti, con un ritmo che aumenta piano piano, sentendo il suo corpo irrigidirsi sotto le mie mani. Ma non voglio che finisca così. Mi rialzo, con le ginocchia che mi fanno male per il pavimento duro, e lo guardo. Ha il viso arrossato, gli occhi lucidi. “Non qui,” dico, ansimando. “Contro il lavandino. Ora.”
Non c’è bisogno di dire altro. Mi spinge di nuovo verso il lavandino, con una forza che mi fa quasi perdere l’equilibrio. Mi tira su i pantaloni del camice insieme alle mutande, lasciandoli scendere fino alle caviglie, e io mi piego in avanti, appoggiandomi con le mani sul bordo. Sento il freddo del metallo contro la pelle, e il suo corpo caldo dietro di me. Mi entra dentro con un movimento deciso, senza esitazione, e io stringo i denti per non urlare. È veloce, quasi violento, e ogni spinta mi fa tremare le gambe.
“Più forte,” gli dico, con la voce che mi esce spezzata. “Fallo forte, così non penso a niente.”
Lui non risponde, ma obbedisce. Le sue mani mi afferrano i fianchi, le dita che affondano nella carne, e spinge con una forza che mi fa quasi male, ma è quello che voglio. Sento il rumore dei nostri corpi che si scontrano, il suo respiro affannoso, il gocciolio del lavandino che non smette mai. Il mio corpo risponde a ogni movimento, il piacere che mi monta dentro come un’onda che non riesco a fermare. Mi mordo il labbro per non fare troppo rumore, ma qualche gemito mi sfugge lo stesso.
“Cazzo, sei… incredibile,” mormora, con la voce roca, rallentando per un attimo. “Dimmi se vuoi che mi fermo.”
“No, non ti fermare,” rispondo subito, girando appena la testa per guardarlo. “Non smettere, ti prego.”
Riprende il ritmo, più profondo, più intenso, e io sento che sto per cedere. Il piacere mi travolge, mi fa stringere intorno a lui, e un attimo dopo lo sento irrigidirsi, un gemito basso che gli esce dalla gola mentre si lascia andare dentro di me. Rimaniamo così per qualche secondo, ansimanti, con il rumore dei monitor che arriva ovattato dal corridoio. Il mio cuore batte all’impazzata, e il sudore mi cola lungo la schiena.
Ci stacchiamo piano, sistemandoci i vestiti in silenzio. Non c’è imbarazzo, ma nemmeno bisogno di parole. Ci guardiamo per un attimo, e un sorriso appena accennato gli sfugge. “Da stanotte, scegliamo sempre lo stesso turno,” dice, con un tono che non ammette repliche.
“Ci sto,” rispondo, tirandomi su la mascherina con una mano che ancora trema un po’. Sapevo già che queste pause sarebbero diventate il nostro segreto, il nostro rituale rischioso in questo posto che non dorme mai.
