Racconti Piccanti
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Quel desiderio che ci tiene legati

Quel desiderio che ci tiene legati

20 Marzo 2026·10 min di lettura

Sono Luigi, ho 29 anni e da un anno sto con Simone, che di anni ne ha 27. Quando ci siamo conosciuti, è stato come trovare un pezzo di me che non sapevo nemmeno di cercare. Lui è brillante, spiritoso, con quegli occhi scuri che sembrano leggerti dentro. Io, beh, sono più tranquillo, uno che si fa i fatti suoi, ma con lui ho sempre avuto una connessione speciale. Il primo anno è stato un sogno: uscite, viaggi, serate a parlare di tutto fino all’alba. Non riuscivo a credere che una storia così intensa potesse capitare proprio a me. Ma da quando, quattro mesi fa, siamo andati a convivere in questo appartamento al secondo piano di un palazzo anonimo in periferia, le cose sono cambiate. Non in meglio.

All’inizio ero entusiasta di condividere uno spazio con lui. Pensavo che fosse il passo successivo, il modo per costruire qualcosa di solido. Ma la realtà è che in casa faccio tutto io: lavo i piatti, pulisco, faccio la spesa, passo l’aspirapolvere. Simone, invece, si limita a tornare dal lavoro, buttarsi sul divano e giocare con il telefono o guardare la TV. All’inizio ci scherzavo sopra, gli dicevo: “Ehi, amore, che ne dici di darmi una mano?” Ma lui sorrideva, faceva una battuta e la cosa finiva lì. Col passare delle settimane, però, la situazione mi ha pesato sempre di più. Non sono il suo domestico, no? E ogni volta che provo a dirglielo seriamente, a far valere il mio punto di vista, lui trova un modo per rigirare tutto. E non è un modo qualunque. È un modo che mi fa incazzare e allo stesso tempo… mi eccita da morire.

È una cosa che non so spiegare bene nemmeno a me stesso. So solo che Simone ha capito da un pezzo che mi piace essere sottomesso, che mi manda in tilt quando prende il controllo. E lui, con quel suo sorrisetto ironico e una punta di sadismo che mi fa tremare le gambe, lo usa contro di me. Ogni volta che mi lamento, che alzo la voce, lui mi zittisce in modi che non hanno niente di normale. Mi mette i piedi in faccia, mi usa la bocca come gli pare, mi fa cose che mi fanno perdere la testa. E io, invece di incazzarmi sul serio e andarmene, resto lì. Perché una parte di me lo vuole.

Oggi è una di quelle giornate in cui sono stanco morto. Torno a casa dopo otto ore in ufficio, con la schiena che mi fa male e la testa piena di pensieri. Apro la porta e trovo il solito casino: piatti sporchi nel lavandino, calzini buttati sul pavimento del salotto, la tavola ancora da sparecchiare dal pranzo. Simone è sdraiato sul divano, con le cuffie nelle orecchie e il telefono in mano. Non si gira nemmeno a guardarmi.

“Ciao, Simo,” dico, cercando di mantenere un tono neutro mentre appoggio la borsa sul tavolo. “Hai avuto una giornata pesante o cosa? Perché qui sembra un campo di battaglia.”

Lui si toglie una cuffia, mi guarda con quel mezzo sorriso che mi fa sempre venire i brividi e risponde: “Oh, ciao, amore. Sì, giornata intensa a scrollare Instagram. Sai com’è, un lavoro duro.”

Stringo i denti. So che sta scherzando, ma non ho voglia di ridere. “Simo, sul serio, non puoi almeno mettere i piatti nel lavandino? Non ci vuole niente. Io sono stanco, non ce la faccio a fare tutto da solo ogni volta.”

Lui si tira su a sedere, si stiracchia come un gatto e mi fissa con quegli occhi che sembrano trapassarmi. “Luigi, rilassati. Sempre a lamentarti. Sembri mia madre quando avevo quindici anni. Che c’è, vuoi che ti paghi l’affitto in natura o cosa?”

La battuta mi fa salire il sangue alla testa. “Non è divertente. Non sto scherzando. Vorrei solo un po’ di rispetto, tutto qui.”

Simone scoppia a ridere, una risata profonda, quasi cattiva. “Rispetto? Oh, poverino. Vuoi che ti rispetti? Vieni qua, siediti. Parliamo di rispetto.”

So che non dovrei, so che sta per succedere qualcosa che mi farà perdere il controllo, ma i miei piedi si muovono da soli. Mi avvicino al divano, con il cuore che mi batte già più forte. Lui si sposta un po’, mi fa posto, ma quando mi siedo non mi guarda più con ironia. Ha uno sguardo serio, quasi minaccioso. “Sai qual è il tuo problema, Luigi?” dice, con un tono basso, quasi un sussurro. “Che parli troppo. Sempre a lamentarti, a fare la vittima. Ma lo sai che in fondo ti piace stare al tuo posto, vero?”

Le sue parole mi colpiscono come un pugno nello stomaco. Vorrei rispondere, dirgli di smetterla, ma la mia bocca resta chiusa. Lui lo sa, lo vede nei miei occhi. Si avvicina, mi mette una mano sulla coscia, stringe appena. “Allora, che dici? Vuoi che ti faccio smettere di pensare a piatti e pulizie per un po’?”

Deglutisco. La sua mano sulla mia gamba mi brucia, e sento già quella sensazione familiare, quel misto di rabbia e desiderio che mi fa girare la testa. “Simo, non è giusto,” riesco a dire, ma la mia voce è debole, incerta.

“Giusto, sbagliato… chi se ne frega,” risponde lui, con un ghigno. “Sai cosa vuoi. E lo voglio anch’io.”

Non faccio in tempo a replicare che lui si alza, si toglie le scarpe con un movimento rapido e si siede di nuovo, stavolta con i piedi scalzi vicino a me. “Sai cosa fare,” dice, e il tono non ammette repliche. Io lo guardo, il suo viso, quel sorriso che è un misto di sfida e promessa. E poi guardo i suoi piedi, e so che non dovrei, so che è assurdo, ma sento quella pulsione dentro di me. Mi abbasso, quasi senza pensarci, e lui ride piano, soddisfatto. “Bravo, così. Sempre il mio bravo ragazzo, anche quando fai il ribelle.”

Le sue parole mi fanno arrossire, ma non mi fermo. Sento l’odore della sua pelle, il calore, e la mia mente si spegne. Non penso più ai piatti, alla stanchezza, a niente. C’è solo lui, il suo controllo, e il modo in cui mi fa sentire. Lui si appoggia allo schienale del divano, rilassato, mentre con un piede mi sfiora la guancia. “Vedi? Non è difficile. Ti lamenti, ma alla fine fai sempre quello che voglio. E ti piace pure.”

Ha ragione, e lo odio per questo. Ma non riesco a smettere. Resto lì, con il viso vicino ai suoi piedi, sentendo quella miscela di umiliazione e desiderio che mi manda fuori di testa. “Sei uno stronzo,” mormoro, ma la mia voce è rauca, quasi un sussurro.

“E tu sei mio,” risponde lui, con una sicurezza che mi fa tremare. “Alzati un po’. Non abbiamo finito.”

Mi tira su per un braccio, mi fa mettere in ginocchio davanti a lui. Il suo sguardo è intenso, non c’è più traccia di ironia. Mi slaccia la cintura con gesti lenti, deliberati, senza mai distogliere gli occhi dai miei. “Ti lamenti, ma guarda come stai. Sei già duro, Luigi. Non fare finta che non ti piace.”

Non rispondo. Non ci riesco. Ha ragione, lo sento nel corpo, nel modo in cui il cuore mi batte all’impazzata. Lui mi abbassa i pantaloni, mi tocca sopra i boxer, e io stringo i denti per non gemere. “Dai, non fare il timido,” dice, con quella voce bassa che mi fa impazzire. “Dimmi che lo vuoi.”

“Lo voglio,” mormoro, quasi senza fiato. “Ma sei un bastardo.”

Ride di nuovo, una risata che mi vibra dentro. “Lo so. E ti piace anche questo.” Mi tira giù i boxer, mi tocca con decisione, e io non riesco più a pensare a niente. Mi abbandono, lasciando che faccia quello che vuole. Lui si china su di me, mi bacia il collo, mi morde piano, mentre la sua mano non si ferma. Il suo respiro caldo sulla mia pelle, il suo odore, tutto mi avvolge. Resto lì, in ginocchio, con le mani che tremano, e lo lascio fare.

Dopo un po’, mi spinge indietro, mi fa sdraiare sul divano. Si toglie la maglietta, mostrando quel torso che conosco a memoria, con i muscoli definiti e quella peluria leggera che scende verso il basso. Si slaccia i jeans, li fa cadere a terra insieme ai boxer, e io non riesco a staccare gli occhi da lui. È eccitato quanto me, lo vedo, e questo mi fa perdere ancora di più il controllo. “Girati,” ordina, con un tono che non lascia spazio a discussioni. Io obbedisco, mi metto a pancia in giù, con il cuore che mi martella nel petto.

Sento il suo peso sopra di me, il calore del suo corpo contro il mio. Mi abbassa i pantaloni del tutto, lasciandomi nudo sotto di lui. “Rilassati,” dice, mentre mi accarezza la schiena con una mano. Con l’altra, prende qualcosa dal tavolo accanto al divano, un tubetto di lubrificante che tiene sempre a portata di mano. Sento il freddo del gel quando me lo spalma, e rabbrividisco. “Stai fermo,” mi avverte, e io cerco di respirare piano, anche se il desiderio mi sta soffocando.

Inizia piano, con un dito, poi due, e io stringo i pugni contro il cuscino, mordendomi il labbro per non fare rumore. “Cazzo, Simo,” riesco a dire, con la voce spezzata. “Vai piano, ok?”

“Tranquillo, lo so io come fare,” risponde, con una sicurezza che mi fa incazzare e eccitare allo stesso tempo. “Ti piace, vero? Dimmi quanto ti piace.”

“Sì, mi piace,” ammetto, con il viso affondato nel cuscino. “Ma sei un sadico del cazzo.”

Ride, e sento il suo fiato sul mio collo. “E tu sei il mio giocattolo preferito. Stai zitto e goditela.” Continua a muovere le dita dentro di me, con un ritmo che mi fa tremare, e io non riesco più a pensare. Il bruciore iniziale lascia il posto a un piacere intenso, che mi fa gemere senza controllo. Lui lo sente, lo sa, e aumenta il ritmo, finché non sono al limite.

“Ok, basta così,” dice infine, tirandosi indietro. Io mi giro a guardarlo, con il respiro corto, e vedo che si sta preparando. Si mette un preservativo, si spalma altro lubrificante, e poi si posiziona sopra di me. “Pronto?” chiede, con un tono che è quasi una sfida.

“Sì,” rispondo, anche se la voce mi trema. “Fallo.”

Entra piano, con attenzione, e io stringo i denti, sentendo ogni centimetro. Fa male all’inizio, ma è un dolore che conosco, che si mescola al piacere in un modo che mi fa perdere la testa. Lui si ferma un attimo, lasciandomi abituare, poi inizia a muoversi, lento ma deciso. Sento il suo peso, il suo calore, il suono del suo respiro che si fa più pesante. “Cazzo, sei stretto,” mormora, con la voce roca. “Ti piace così, eh? Dimmi quanto ti piace.”

“Mi piace,” ansimo, con le mani che afferrano il bordo del divano. “Vai più forte, dai.”

Lui non se lo fa ripetere. Aumenta il ritmo, spingendo con più forza, e io non riesco più a trattenermi. Gemo, forte, senza vergogna, mentre lui continua, instancabile. Il suono dei nostri corpi che si scontrano, il suo respiro affannato, l’odore del sudore che ci avvolge: tutto mi manda fuori di testa. “Sei mio, capito?” dice, con la voce spezzata dall’eccitazione. “Dillo.”

“Sono tuo,” rispondo, senza pensarci, con la mente annebbiata dal piacere. Lui ride, soddisfatto, e continua, spingendo più a fondo, più veloce, finché non sento che sto per venire. “Simo, ci sono,” riesco a dire, con la voce strozzata.

“Anch’io,” risponde lui, e con un ultimo affondo, lo sento tremare sopra di me. Io vengo subito dopo, con un gemito che mi sfugge senza controllo, mentre il piacere mi travolge come un’onda. Restiamo così per un attimo, ansimando, con i corpi ancora uniti, il suo peso sopra di me che mi tiene ancorato alla realtà.

Poi si tira indietro piano, si sdraia accanto a me sul divano, con il respiro ancora corto. Mi guarda, con un sorriso stanco ma soddisfatto, e mi passa una mano tra i capelli. “Visto? Ti lamenti, ma alla fine ti faccio stare bene.”

Io lo guardo, con il cuore che batte ancora forte, e non dico niente. Non ho voglia di discutere, non ora. Mi sento svuotato, in senso buono, con la testa leggera e il corpo rilassato. Mi appoggio a lui, sentendo il calore della sua pelle contro la mia, e per un momento dimentico tutto il resto. I piatti, le pulizie, le discussioni. C’è solo questo, noi due, e quel desiderio che, nonostante tutto, ci tiene legati.

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