Racconti Piccanti
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Voglio la tua bocca, prof

Voglio la tua bocca, prof

04 Marzo 2026·5 min di lettura

Sono Marco, ho 28 anni, e non sono mai stato uno di quelli che fanno casino o che si mettono in mostra. Sono sempre stato timido, riservato, uno che preferisce stare in disparte. Lavoro come formatore tecnico in un’azienda che fa corsi per operai, roba tipo sicurezza sul lavoro, uso di macchinari, certificazioni varie. Non è un lavoro da sogno, ma ci so fare, e i capi mi apprezzano. Però, cazzo, non mi aspettavo che questa storia mi sarebbe scappata di mano così.

Tutto è iniziato un mese fa, durante un corso per un gruppo di ragazzi giovani, quasi tutti appena assunti. Tra loro c’erano due che spiccavano subito: Arjan, un albanese di 22 anni, tutto muscoli e tatuaggi, con un sorrisetto che sembrava sempre prenderti per il culo, e Khalid, marocchino, anche lui 22, più tranquillo ma con uno sguardo che ti trapassa, come se sapesse già cosa pensi. Non so perché, ma mi mettevano a disagio fin dall’inizio. Non erano cattivi, ma avevano un modo di fare che mi faceva sentire… piccolo. Io, che sono il loro insegnante, cazzo. Eppure, ogni volta che mi guardavano, mi sentivo come se fossi io quello sotto esame.

Durante le lezioni, iniziavano a fare battute, a provocarmi. “Ehi prof, ma tu ce l’hai una vita fuori da qua o stai sempre a studiare ‘ste cazzate?” diceva Arjan, e Khalid rideva, dandogli manforte. Io cercavo di stare al gioco, di non far vedere che mi dava fastidio, ma dentro mi sentivo una merda. Non so perché, ma una parte di me voleva la loro approvazione. Forse perché sono sempre stato uno che non si è mai sentito “abbastanza”, non so. Fatto sta che, col passare dei giorni, hanno iniziato a spingersi oltre. Mi toccavano la spalla mentre parlavano, mi stavano troppo vicini quando facevo vedere un macchinario. E io, idiota, non dicevo niente. Anzi, c’era una parte di me che… ci stava. Mi sentivo strano, un misto di paura e qualcosa che non voglio neanche nominare.

Un venerdì, alla fine del corso, mi hanno chiesto di uscire con loro. “Dai, prof, vieni a bere una cosa, non fare il noioso,” ha detto Khalid. Io ho tentato di rifiutare, ma Arjan mi ha messo una mano sulla schiena, forte, e ha detto: “Non fare lo stronzo, vieni con noi, ti fai una risata.” E io, come un coglione, ho detto di sì. Siamo andati a casa di Arjan, un appartamento piccolo, incasinato, con bottiglie di birra ovunque. Hanno tirato fuori dell’erba, e io, che non fumo mai, ho detto di no all’inizio. Ma loro hanno insistito: “Dai, rilassati un po’, sembri sempre col bastone nel culo.” E io, per non fare la figura del debole, ho preso una boccata. Poi un’altra. E in poco tempo ero fuori, la testa che girava, loro che ridevano di me.

È lì che hanno iniziato a spingersi ancora di più. Arjan si è seduto vicino a me, troppo vicino, la sua coscia contro la mia. “Sai, prof, sei un tipo a posto, ma sembri uno che si tiene tutto dentro,” ha detto, con quel sorrisetto del cazzo. Khalid, dall’altra parte, ha annuito, passandomi un’altra canna. Non so come, ma mi sono trovato con le loro mani addosso, una sulla spalla, l’altra sulla gamba. Io ero bloccato, non riuscivo a dire niente. Una parte di me voleva scappare, ma un’altra… un’altra voleva vedere dove sarebbe andata a finire. Sono sempre stato così, un maledetto vigliacco che si lascia comandare.

Arjan mi ha guardato dritto negli occhi e ha detto: “Rilassati, non succede niente di male. Ti fidi di noi, no?” E io, come un idiota, ho annuito. Ha iniziato a sfregarmi la gamba, piano, salendo sempre di più, mentre Khalid mi stringeva la nuca, come per tenermi fermo. Il cuore mi batteva a mille, ma non riuscivo a muovermi. Arjan si è slacciato i pantaloni, tirando fuori il cazzo, già mezzo duro, e ha detto: “Dai, prof, facci vedere quanto sei bravo a obbedire.” Io ero paralizzato, ma lui mi ha preso la testa e me l’ha spinta verso il basso. Non so perché non ho reagito, non so perché non sono scappato. Forse perché, in fondo, lo volevo. Lo volevo e mi odiavo per questo.

Ho chiuso gli occhi e ho aperto la bocca, sentendo il suo odore forte, muschiato, mentre me lo infilava dentro. Era caldo, pesante, e io cercavo di fare quello che potevo, anche se non ci capivo niente. “Cazzo, sì, così,” ha grugnito Arjan, muovendo i fianchi per spingersi più a fondo. Khalid, accanto, rideva piano, e poi si è slacciato anche lui, tirando fuori il suo. “Non dimenticarti di me, prof,” ha detto, e mi ha girato la testa verso di lui. Ero un disastro, con la bocca piena, le loro mani che mi tenevano fermo, i loro gemiti che mi rimbombavano nelle orecchie. Non so quanto è durato, ma a un certo punto Arjan mi ha tirato su la testa e ha detto: “Apri bene, cazzo.” E prima che potessi capire, mi è venuto in faccia, il liquido caldo che mi colava sul viso. Khalid ha fatto lo stesso subito dopo, e io ero lì, con la faccia piena, il fiato corto, la vergogna che mi mangiava vivo.

Pensavo fosse finita, ma poi ho visto Khalid con il telefono in mano. Stava riprendendo tutto, quel bastardo. “Questo lo teniamo per noi, tranquillo,” ha detto, ridendo. “Ma se non vuoi che lo vedano i tuoi capi, devi farci un favore. Vogliamo quel patentino tecnico, prof. E tu ce lo fai passare, chiaro?” Io ero distrutto, non riuscivo neanche a parlare. Ho annuito, con la faccia ancora sporca, sentendomi la persona più schifosa del mondo.

Sono tornato a casa quella sera con la testa incasinata. So che quello che ho fatto è sbagliato, so che mi hanno fregato, ma una parte di me… non so, non riesco a odiarli del tutto. Ora devo falsificare i risultati del corso, farli passare, o quel video finisce chissà dove. Sono nelle loro mani, e non so come uscirne. Forse non voglio nemmeno uscirne. Cazzo, che schifo di persona sono.

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