La mamma del mio migliore amico
Ho 21 anni e sto passando l’estate a casa del mio amico Marco, un po’ perché non ho di meglio da fare, un po’ perché la sua villa in collina ha una piscina che è un sogno. Marco è uno di quelli sempre in movimento, sempre fuori con gli amici o a qualche festa, quindi spesso mi ritrovo solo in questa casa enorme. E non è un problema, almeno finché non incrocio sua madre, Silvia. Ha 43 anni, è divorziata da poco e, diciamocelo, ha un corpo che non passa inosservato. Non è una di quelle donne tutte pelle e ossa da palestra estrema, ma ha curve vere, piene, che sembrano fatte apposta per farti girare la testa. Gambe toniche, culo sodo e un seno che, beh, non puoi non notare sotto le magliette aderenti che mette in casa. Quando mi guarda, soprattutto se siamo soli in cucina, c’è qualcosa nei suoi occhi che mi fa sentire a disagio. Non so se è solo la mia testa che ci ricama sopra, ma giuro che mi fissa più del normale, con un mezzo sorriso che mi manda in tilt.
Una sera Marco esce per andare a una festa in città. “Torno tardi, non mi aspettare sveglio,” mi dice mentre si sistema i capelli davanti allo specchio. Io annuisco, già mezzo stravaccato sul divano con una birra in mano. Silvia è in cucina, sta mettendo via i piatti della cena, e quando Marco chiude la porta d’ingresso, sento un silenzio strano calare sulla casa. Mi alzo per andare a prendere un’altra birra dal frigo e la trovo lì, con un bicchiere di vino rosso in mano. “Ti va un goccio?” mi chiede, alzando la bottiglia. Ha una voce calma, ma c’è qualcosa di provocatorio nel modo in cui inclina la testa. Io faccio spallucce, tipo “Perché no?”, anche se dentro sento già un campanello d’allarme. Non sono scemo, so che bere vino con la madre del mio migliore amico, da soli, non è proprio una mossa intelligente.
Ci sediamo al tavolo della cucina, io con il mio bicchiere e lei con il suo. Parliamo un po’ di tutto, del più e del meno, ma poi la conversazione prende una piega più personale. Mi racconta di quanto sia difficile ricominciare dopo i 40, soprattutto dopo un divorzio. “Sai, ti guardi allo specchio e ti chiedi se vali ancora qualcosa,” dice, fissando il vino come se ci vedesse dentro chissà cosa. Io provo a dire qualcosa di intelligente, tipo “Ma dai, sei in gran forma, hai tutto il tempo per rifarti una vita,” ma dentro sto pensando che non me ne frega niente di consolarla, voglio solo capire dove vuole arrivare con questo discorso. E poi, all’improvviso, senza preavviso, si sporge verso di me e mi bacia. Non un bacio timido, no, un bacio vero, di quelli che ti prendono alla sprovvista e ti fanno girare la testa. Ha le labbra morbide, sa di vino e di qualcosa di dolce, e per un attimo non so cosa fare. Una parte di me urla di fermarmi, che è una cazzata colossale, ma l’altra parte, quella che ha 21 anni e un cervello nelle mutande, prende il sopravvento.
Le metto una mano sulla nuca, tiro i suoi capelli appena un po’ mentre ricambio il bacio. Lei geme piano nella mia bocca, e quello è il segnale che mi manda definitivamente fuori di testa. Le mie mani scivolano sulla sua schiena, sotto la maglietta leggera che ha addosso, e sento la pelle calda, morbida. Mi alzo dalla sedia, la faccio alzare con me, e in un attimo siamo in piedi, attaccati l’uno all’altra. “Aspetta, sei sicuro?” mi chiede, con la voce un po’ spezzata, ma i suoi occhi dicono tutto il contrario. “E tu?” le rispondo, con un sorriso strafottente. Non c’è bisogno di altre parole. Le tolgo la maglietta in un gesto secco, e sotto non ha il reggiseno. I suoi seni sono pieni, i capezzoli già duri, e non resisto: li stringo con le mani, li bacio, li mordo appena mentre lei sospira e mi afferra i capelli.
La spingo verso il tavolo della cucina, facendola sedere sul bordo. Lei si appoggia con le mani dietro, ansimando piano mentre le slaccio i pantaloncini e glieli sfilo insieme alle mutandine. È rasata, completamente, e vedere quella pelle liscia mi fa perdere ogni briciolo di autocontrollo. Mi inginocchio tra le sue gambe, le apro con le mani e inizio a leccarla, lentamente all’inizio, assaporando ogni centimetro. Ha un odore dolce, muschiato, che mi fa impazzire. Le sue mani sono nei miei capelli, li tira forte, e la sento gemere: “Cazzo sì, proprio lì.” Quelle parole mi incendiano, aumento il ritmo, gioco con la lingua sul suo clitoride mentre le infilo due dita dentro, sentendo quanto è bagnata. Lei si inarca, spinge i fianchi contro la mia bocca, e i suoi gemiti diventano sempre più forti, quasi incontrollati. “Non fermarti, ti prego,” rantola, e io non ho nessuna intenzione di farlo. Continuo finché non la sento tremare, il suo corpo si contrae e un grido soffocato le sfugge dalla gola. È venuta, e io sono così eccitato che quasi mi fa male.
Mi alzo, mi pulisco la bocca con il dorso della mano e la guardo. Ha il viso arrossato, gli occhi lucidi, e respira a fatica. “Girati,” le dico, con la voce roca. Lei non ci pensa due volte: scende dal tavolo, si volta e si appoggia al frigo, il culo in fuori, le gambe leggermente divaricate. È uno spettacolo, con quella pelle sudata che brilla sotto la luce della cucina. Mi slaccio i jeans in fretta, tiro fuori il cazzo già duro da far male e lo strofino contro di lei, sentendo quanto è ancora bagnata. “Fallo, dai,” mi dice, voltandosi appena a guardarmi. Non me lo faccio dire due volte. La penetro piano all’inizio, sentendo ogni centimetro che entra dentro di lei, caldo e stretto. Lei geme, si morde un braccio per non urlare troppo, e io inizio a muovermi, prima lento, poi più forte. Le afferro i fianchi, le unghie che si piantano nella sua carne, e la scopo con un ritmo che ci fa tremare entrambi. Il rumore dei nostri corpi che sbattono l’uno contro l’altro riempie la cucina, mescolato ai suoi gemiti soffocati e ai miei respiri pesanti. “Più forte, cazzo,” mi dice tra un ansimo e l’altro, e io obbedisco, spingendo con tutta la forza che ho. Il frigo trema sotto il nostro peso, qualche bottiglia dentro tintinna, ma non me ne frega niente. Sento il sudore scendermi lungo la schiena, l’odore di sesso che ci avvolge, e ogni spinta mi porta più vicino al limite. Lei si stringe intorno a me, geme più forte, e capisco che sta per venire di nuovo. “Sto venendo, cazzo,” rantola, e quelle parole mi fanno esplodere. Vengo dentro di lei con un grugnito, il corpo che si tende mentre mi svuoto, e resto fermo per un attimo, ansimando contro la sua schiena.
Ci separiamo piano, entrambi con il fiato corto. Lei si volta, si appoggia al frigo con una mano mentre si sistema i capelli sudati con l’altra. “Non una parola con Marco, chiaro?” mi dice, con un tono che non ammette repliche, ma nei suoi occhi c’è ancora quel bagliore, quella voglia che non si è spenta. Io annuisco, con un mezzo sorriso. “Tranquilla, so tenere la bocca chiusa.” Ma entrambi sappiamo che non finirà qui. Ogni volta che Marco non c’è, ci cerchiamo. È una specie di tacito accordo, un gioco pericoloso che non abbiamo nessuna intenzione di fermare.
