La prof di lettere del liceo, anni dopo
Torno nella mia città dopo due anni, e non è proprio una rimpatriata felice. Mia nonna è morta, e il funerale è un peso sullo stomaco che non riesco a mandare giù. Ho 24 anni, vivo lontano ormai, ma questo posto mi fa ancora effetto: le strade strette, i negozi sempre uguali, i ricordi che ti saltano addosso senza preavviso. Dopo la cerimonia, ho bisogno di aria, di staccare un po’. Mi fermo al bar sotto casa, quello dove andavo da adolescente a prendere il caffè prima di scuola. È quasi vuoto, solo un paio di anziani che giocano a carte in un angolo. Sto per ordinare, quando una voce familiare mi colpisce come un pugno: “Ma guarda chi c’è! Matteo, sei proprio tu?”
Alzo lo sguardo e la vedo. Claudia, la mia ex prof di italiano. Quarantacinque anni, ma sembra che il tempo le abbia solo dato un tocco in più di fascino. I capelli grigi, corti e mossi, le incorniciano il viso in un modo che ti fa venir voglia di fissarla per ore. Ha gli occhi verdi, profondi, e un sorriso che mi fa sentire di nuovo un diciottenne imbranato. Indossa un maglione leggero, beige, che le aderisce al corpo senza essere volgare, e una gonna al ginocchio che lascia intravedere gambe ancora toniche. “Prof, ma che sorpresa! Come sta?” le dico, cercando di non far vedere che il cuore mi batte un po’ più forte.
Ci sediamo a un tavolino, prendiamo un bicchiere di vino, poi un altro. Parliamo di tutto: di mia nonna, della mia vita lontano, del suo lavoro che ormai l’ha stancata. La conversazione scorre, le ore passano, e il bar si svuota. Fuori è buio, ma nessuno dei due accenna ad alzarsi. C’è una tensione che non so spiegare, una voglia di dire qualcosa che non oso pronunciare. Lei mi guarda negli occhi, poi abbassa lo sguardo sul bicchiere e ride piano. “Sai, Matteo, forse non dovrei dirtelo, ma all’epoca… beh, avevo un po’ una cotta per te. Eri così timido, arrossivi ogni volta che ti interrogavo. Ma non potevo fare nulla, ovviamente.” La sua confessione mi spiazza, mi fa caldo al viso. “Sul serio? Cioè, io… non l’avrei mai immaginato,” balbetto, mentre dentro di me si accende qualcosa. La vedo diversa, non più come la prof severa, ma come una donna, una che mi desidera da anni.
Le sue dita sfiorano le mie sul tavolo, un tocco leggero ma che mi fa rabbrividire. “Non è che hai voglia di continuare a parlare a casa mia? È qui vicino, e ho una bottiglia di rosso che merita di essere aperta,” dice, con un tono che non lascia spazio a dubbi. Il cuore mi martella, una parte di me urla che è una pessima idea, ma l’altra parte – quella più bassa, diciamo – ha già deciso. “Va bene, andiamo,” rispondo, con la voce che trema un po’.
Il suo appartamento è piccolo, accogliente, con un divano di pelle scura e un odore di legno e candele spente nell’aria. Mi offre un bicchiere, ma non lo tocco nemmeno. Siamo seduti vicini, troppo vicini. Mi guarda, i suoi occhi verdi brillano, e senza dire una parola si avvicina. Mi bacia il collo, piano, con le labbra calde che mi fanno venire la pelle d’oca. “Ti ricordi quando ti facevo interrogare e arrossivi?” sussurra, con una voce roca che mi manda fuori di testa. Rido, imbarazzato. “Sì, cavolo, come dimenticarlo? Ero un disastro.” Lei sorride, poi mi bacia sulla bocca, un bacio lento, profondo, che sa di vino e desiderio.
Le mie mani si muovono da sole, le sfiorano i fianchi, salgono sotto il maglione. La sua pelle è morbida, calda, e sento il suo respiro che accelera. Mi tira via la camicia con calma, bottone per bottone, guardandomi come se volesse mangiarmi. Sono in boxer davanti a lei, con un’erezione che non riesco a nascondere. Lei se ne accorge, sorride maliziosa e si inginocchia. “Vediamo un po’,” dice, mentre con le mani mi abbassa i boxer. Il suo sguardo è fisso su di me, e quando mi prende in bocca, lento, guardandomi negli occhi, perdo quasi il controllo. La sua lingua è calda, si muove con una sicurezza che mi fa tremare le gambe. Le accarezzo i capelli grigi, così morbidi, e gemo piano, senza riuscire a trattenermi.
Mi fa alzare, mi guida sul divano. Si spoglia davanti a me, senza fretta. Il maglione cade per terra, poi la gonna. Sotto ha un reggiseno nero di pizzo e mutandine abbinate, che mettono in mostra un corpo che non ha nulla da invidiare a quello di una trentenne. Le sue tette sono piene, con i capezzoli già duri che spuntano dal tessuto. Si sfila tutto, e io non riesco a smettere di guardarla: la pancia appena accennata, le cosce sode, il triangolo scuro tra le gambe che mi fa venire voglia di toccarla subito. Si siede sopra di me, a cavalcioni, e mi bacia ancora. Sento il calore del suo corpo contro il mio, la sua pelle che sfrega sulla mia. Le sue mani mi accarezzano il petto, scendono piano verso il basso, mentre io le stringo i fianchi, incapace di star fermo.
“Ti voglio, Matteo,” sussurra, e quelle parole mi fanno impazzire. Si alza un attimo, si posiziona meglio, e poi si abbassa su di me, lentamente. Sento ogni centimetro di lei che mi avvolge, calda, bagnata, stretta. Geme piano, con la testa appoggiata sulla mia spalla, e inizia a muoversi, su e giù, con un ritmo che mi fa perdere la testa. Le sue tette mi sbattono sul petto, morbide e pesanti, e io le stringo, pizzicandole i capezzoli mentre lei ansima più forte. “Cazzo, Claudia, sei incredibile,” riesco a dire, con la voce spezzata dal piacere. Lei ride, un suono basso e sexy, e accelera un po’. “Ti piace, eh? Dimmi quanto ti piace,” mi provoca, guardandomi negli occhi.
“Mi fai impazzire, non smettere,” rispondo, mentre le afferro il culo con entrambe le mani, aiutandola a muoversi. Ogni spinta è un’esplosione, il suono della sua pelle contro la mia riempie la stanza, insieme ai suoi gemiti e ai miei. L’odore del suo profumo, mischiato a quello del sesso, mi stordisce. Le sue cosce tremano, sento che è vicina, e anch’io non ce la faccio più. “Sborrami dentro, voglio sentirti tutto,” mi dice all’orecchio, con un tono che è quasi un ordine. Quelle parole mi mandano oltre il limite. Vengo dentro di lei con un gemito strozzato, sentendo il calore che si spande, mentre lei si contrae intorno a me, tremando per il suo orgasmo. Restiamo così per un attimo, ansimanti, sudati, con lei ancora sopra di me.
Dopo qualche minuto, si stacca piano e si sdraia al mio fianco sul divano. Mi abbraccia, stringendomi forte, e io sento il suo cuore che batte contro il mio petto. Piange un po’, lacrime silenziose che le scendono sulle guance. “Non so se ho fatto bene, ma… sono felice. Tanto felice,” mormora, con la voce incrinata. La stringo più forte, senza dire niente, perché non c’è bisogno di parole. Restiamo così per ore, abbracciati, con il calore dei nostri corpi che basta a farci sentire bene.
