La rivelazione che cambiò tutto
Erano le cinque del pomeriggio, il sole calava piano sulla spiaggia quasi deserta. Ettore si girò verso Giovanni e disse, senza preavviso: “Tua moglie mi scopa da sei mesi. Lo sai, vero?”
Giovanni, sdraiato sull’asciugamano scolorito, con il petto lucido di sudore e un braccio a ripararsi gli occhi dal sole, si bloccò. Le parole di Ettore gli arrivarono come uno schiaffo, secche, taglienti, pronunciate con quella calma irritante che lo caratterizzava da sempre. Sentì il cuore accelerare, un nodo stretto allo stomaco, e un calore improvviso che gli risaliva dal collo. Non rispose subito. Non poteva. La bocca gli si era seccata, e le mani, posate mollemente sulla sabbia, iniziarono a tremare appena.
“Che… che cazzo stai dicendo?” riuscì a biascicare, voltandosi di scatto verso Ettore. La voce gli uscì spezzata, più acuta del normale, come quella di un adolescente colto in fallo. Ettore, appoggiato su un gomito, lo fissava con un accenno di sorriso, un ghigno appena percettibile che gli increspava gli angoli della bocca. I suoi occhi, semichiusi contro la luce del tramonto, sembravano studiare ogni minima reazione sul viso di Giovanni, come un predatore che osserva la preda dibattersi.
“Dico quello che ho detto,” rispose Ettore, lento, quasi annoiato. “Sara e io ci vediamo da un po’. Pensavo lo immaginassi. Non sei cieco, no? O forse sì.” Si passò una mano tra i capelli brizzolati, umidi di salsedine, e si sdraiò di nuovo, come se avesse appena commentato il tempo.
Giovanni sentì una vampata di rabbia montargli dentro, ma qualcosa di più oscuro, di più viscerale, lo tradì. Sotto il costume da bagno, un’erezione improvvisa, dolorosa, gli premette contro il tessuto. Cercò di spostarsi, di incrociare le gambe per nasconderla, ma il movimento fu goffo, evidente. Si maledisse mentalmente. “Ma che cazzo mi prende?” pensò, mentre il rossore gli invadeva il viso, bruciante. Non poteva guardarlo. Non voleva. Ma Ettore, come al solito, non gli dava tregua.
“Oh, guarda un po’,” disse, con un tono di finta sorpresa, alzando appena un sopracciglio. “Non mi sembri così incazzato, sai? O almeno, non solo incazzato.” La sua voce si abbassò, divenne un sussurro complice, velenoso. “Ti sta eccitando, vero? Pensare a me che me la scopo. Dimmi la verità, Giovanni.”
Giovanni scosse la testa, violentemente, come se volesse scacciare le parole dall’aria. “Sei un pezzo di merda, Ettore. Non… non dire stronzate. Io… io non…” Non finì la frase. Non ci riusciva. Le parole gli morivano in gola, sostituite da un balbettio patetico che lo faceva sentire ancora più piccolo, più vulnerabile. Si passò una mano sul viso, asciugandosi il sudore che gli colava dalla fronte, e cercò di respirare, di calmarsi. Ma il cuore gli martellava nel petto, e quella maledetta erezione non accennava a sparire. Era come se il suo corpo lo stesse tradendo, deridendolo.
Ettore non parlò subito. Si limitò a osservarlo, con quel sorriso che non era mai del tutto un sorriso, ma piuttosto una smorfia di divertita crudeltà. Nei suoi pensieri, una soddisfazione sottile si faceva strada. “Guarda questo coglione,” pensava, “si eccita mentre lo distruggo. È troppo facile.” Ma fuori, il suo volto restava impassibile, quasi comprensivo. “Tranquillo, non ti giudico,” disse infine, con una dolcezza fasulla che fece rabbrividire Giovanni. “Dimmi solo com’è. Cosa provi, eh? Pensare a Sara che geme sotto di me. Ti fa arrabbiare… o ti piace?”
Giovanni si alzò di scatto, malfermo sulle gambe. La sabbia gli si appiccicava alle cosce sudate, e l’odore di salsedine e crema solare gli dava la nausea. “Basta, cazzo,” ringhiò, ma la sua voce era priva di forza, spezzata da un tremore che non riusciva a controllare. “Io… non voglio parlarne. Non qui. Andiamo al bar. Ho bisogno di bere qualcosa.” Non aspettò una risposta. Si chinò a raccogliere l’asciugamano, cercando di nascondere il rigonfiamento nei pantaloncini, e si avviò verso lo stabilimento balneare, ormai semivuoto, con le gambe che gli pesavano come piombo.
Ettore lo seguì senza fretta, prendendosi tutto il tempo del mondo. Mentre camminava, con le ciabatte che scricchiolavano sulla passerella di legno, pensava a come avrebbe potuto spingere ancora di più, a come avrebbe potuto scavare in quella vergogna che Giovanni cercava di nascondere. “Questo qui è un libro aperto,” si disse, con un ghigno interno. “E io so esattamente come sfogliarlo.”
Al bar della spiaggia, un chiosco di legno con il tetto di paglia e qualche tavolo di plastica sparso intorno, l’aria odorava di birra stantia e patatine fritte. Giovanni si sedette su una sedia scricchiolante, lontano dagli altri pochi clienti – un paio di anziani che giocavano a carte e una ragazza con un cocktail in mano – e ordinò subito un whisky doppio. “Un altro,” aggiunse, prima ancora che il barista glielo portasse. Ettore, seduto di fronte a lui, prese uno spritz, sorseggiandolo con calma, come se non avessero appena avuto quella conversazione devastante.
“Ti ricordi quando eravamo ragazzi?” iniziò Giovanni, con la voce ancora incerta, cercando disperatamente di cambiare argomento. Il whisky gli bruciava la gola, ma non abbastanza da spegnere il fuoco che gli ardeva dentro. “Le estati qui, le prime ragazze, le serate in cui ci ubriacavamo con due lire… Bei tempi, no?” Parlava troppo in fretta, gesticolando in modo goffo, mentre il rossore gli macchiava ancora il collo e le guance.
Ettore annuì, con un sorriso che sembrava più una smorfia. “Bei tempi, sì. Ti ricordi quella festa, a casa di Marco, una ventina d’anni fa? Ero in camera con quella… come si chiamava? Martina, credo. La stavo scopando, e sentivo qualcuno fuori dalla porta. Qualche rumore, passi, respiri strani.” Fece una pausa, sorseggiando il suo spritz, gli occhi puntati su Giovanni. “Eri tu, vero?”
Giovanni si immobilizzò, il bicchiere a mezz’aria. Il ricordo lo colpì come un pugno. Sì, era lui. Era rimasto lì, nascosto nel buio del corridoio, con il cuore che gli batteva all’impazzata, immaginandosi tutto. Non aveva mai avuto il coraggio di ammetterlo, nemmeno a sé stesso. Ma ora, con Ettore che lo fissava con quell’aria di chi sa già tutto, non poteva più scappare. “Io… non… sì, cazzo, ero io,” mormorò, abbassando lo sguardo sul tavolo graffiato. Il viso gli bruciava, e sentiva il sudore scivolargli lungo la schiena. “Non so perché l’ho fatto. Ero… curioso, forse. Non so.”
Ettore si sporse appena in avanti, abbassando la voce. “Curioso, eh? E ti sei segato mentre mi guardavi, Giovanni? Ti eccitava sapere che stavo scopando un’altra?” Ogni parola era un ago, un colpo preciso e calcolato. Giovanni scosse la testa, ma il movimento era debole, privo di convinzione. “E se fosse stata Sara, quella volta? Se fossi stato lì, nascosto, a guardarmi mentre me la facevo? Ti saresti eccitato lo stesso?”
Le domande di Ettore lo inchiodarono, gli tolsero il fiato. Giovanni sentiva la mente annebbiarsi, il whisky che gli scaldava il sangue e amplificava ogni sensazione. L’imbarazzo era insostenibile, un peso che gli schiacciava il petto, ma allo stesso tempo… sì, cazzo, lo eccitava. Lo eccitava da morire. “Io… non lo so,” balbettò, stringendo il bicchiere così forte che le nocche gli diventarono bianche. “Non… non dovresti chiedere queste cose. Non è giusto.”
“Giusto?” Ettore rise piano, un suono basso, quasi gutturale. “Non c’è niente di giusto in quello che stiamo dicendo, cornutino. Ma tu non vuoi che smetta, vero? Vuoi che vada avanti. Vuoi che ti racconti tutto.” Si appoggiò allo schienale della sedia, incrociando le braccia, e lo fissò con un’intensità che fece rabbrividire Giovanni. “Dimmi la verità. Ti eccita essere un cornuto. L’hai sempre desiderato, no? Essere tradito, umiliato. Dillo.”
Giovanni aprì la bocca per negare, per urlare, per mandarlo a quel paese, ma non ci riuscì. Le parole gli rimasero incastrate in gola, soffocate da un misto di vergogna e desiderio che lo stava divorando. Sentiva il cazzo pulsare di nuovo sotto i pantaloncini, dolorosamente duro, e il pensiero di confessare, di lasciarsi andare, era troppo forte. “Io… sì,” sussurrò alla fine, con una voce così bassa che quasi si perse nel rumore delle onde lontane. “Sì, cazzo. Mi eccita. Non so perché, ma… mi eccita.”
Ettore non disse nulla per un lungo momento. Si limitò a guardarlo, con quel ghigno che gli increspava appena le labbra, e nei suoi pensieri rideva. “Patetico,” pensava, “ma dannatamente divertente.” Poi si chinò verso di lui, abbassando ancora di più la voce. “Bene, Giovanni. Molto bene. Ma sai, non basta dirlo. Devi sentirlo. Devi viverlo.”
Giovanni non riuscì a rispondere. Sentiva il mondo girargli intorno, l’odore dell’alcool che gli impregnava i vestiti, il calore del tramonto che gli bruciava la pelle. Si alzò di colpo, barcollando, e mormorò un “Devo andare in bagno” prima di allontanarsi verso il chiosco, con le mani che gli tremavano e il cuore che gli scoppiava nel petto. Non sapeva se stava scappando da Ettore o da sé stesso, ma una cosa era certa: non poteva più tornare indietro.
