Confessioni di un “cane randagio” (parte 5)
Ho sempre pensato che la libertà fosse una cosa che si conquista con un gesto grande, un’esplosione, una lotta. Ma ora so che non è così. La libertà, per me, è un sussurro, un passo silenzioso, un peso che si sposta dal petto senza che te ne accorga subito. Dopo quella notte al capannone, con gli occhi di Marco che mi pesavano addosso come una condanna, ho capito che non potevo più restare. Non era solo paura di quello che avrebbe potuto fare o dire. Era qualcosa di più profondo: la certezza che, se fossi rimasto, mi sarei perso per sempre.
Il giorno dopo, il magazzino sembrava un luogo estraneo. I rumori dei muletti, l’odore di ferro e sudore, le voci roche che rimbalzavano tra i container: tutto mi sembrava lontano, come se fossi dietro un vetro. Non guardavo più negli occhi i colleghi, non cercavo le loro provocazioni, non sfoggiavo quel sorriso ambiguo che avevo usato come arma. Ero solo un’ombra che si muoveva tra i bancali, in attesa. Sapevo che Marco mi avrebbe chiamato. Lo sentivo nell’aria, come un temporale che sta per scoppiare.
Verso metà turno, è successo. Un collega, uno di quelli silenziosi che non si impicciano mai, mi ha battuto una mano sulla spalla. “Il capo ti vuole nell’ufficio. Subito.” Non ho chiesto perché. Non ho detto niente. Ho posato la scatola che stavo spostando e mi sono incamminato verso quella stanzetta angusta in fondo al capannone, con il cuore che batteva forte ma senza paura. Non più. Quando sono entrato, Marco era seduto dietro la scrivania, con le mani incrociate davanti a sé e uno sguardo che non lasciava trapelare nulla. La porta si è chiusa alle mie spalle con un tonfo sordo, e per un momento l’unico rumore è stato il ronzio del neon sopra di noi.
“Mattia,” ha iniziato, con quella voce bassa e rauca che usava solo quando doveva dire qualcosa di importante. “Siediti.” Mi sono seduto sulla sedia di plastica davanti a lui, con le mani sulle ginocchia, aspettando. Non so cosa mi aspettassi: un rimprovero, una minaccia, forse un pugno. Ma non è arrivato niente di tutto questo. Lui ha sospirato, si è passato una mano sul viso, come se stesse cercando le parole giuste, e poi ha detto: “Ho visto quello che è successo ieri sera. Non tutto, ma abbastanza. E non voglio sapere i dettagli. Voglio solo sapere se stai bene.”
Quelle parole mi hanno colpito come uno schiaffo, ma di quelli che non fanno male, di quelli che ti svegliano. Nessuno, mai, mi aveva chiesto se stavo bene. Non così, non con quel tono che sembrava davvero volerlo sapere. Ho abbassato lo sguardo per un momento, sentendo qualcosa stringersi in gola, ma ho scosso la testa. “Sto bene,” ho mentito, con una voce che sembrava quella di un altro. Marco non ha sorriso, non ha annuito. Mi ha solo guardato, con quegli occhi che sembravano vedere attraverso di me, e ha detto: “Non credo. Ma non sei obbligato a dirmelo. Non sono il tuo confessore. Sono solo il tuo capo. E come capo, ho una responsabilità.”
Ha aperto un cassetto, ha tirato fuori un foglio e me l’ha passato. Era un modulo, una richiesta di trasferimento. “C’è un’altra sede, a due ore da qui. Lavoro simile, ma più tranquillo. Niente magazzino, niente turni di notte. Paga uguale. Puoi iniziare lunedì. Ti consiglio di accettarlo.” Ho preso il foglio con mani che non tremavano, ma che sembravano pesare il doppio. Non ho detto niente per un po’, fissando quelle righe scritte in stampatello come se potessero darmi una risposta. “E se non voglio?” ho chiesto alla fine, più per sfida che per altro. Marco si è appoggiato allo schienale della sedia, incrociando di nuovo le braccia. “Allora resterai qui. E sai cosa significa. Non posso proteggerti da tutto, Mattia. Non posso proteggerti da te stesso.”
Quelle parole mi hanno trafitto. Non potevo proteggermi da me stesso. Era la verità più cruda che avessi mai sentito. Ho firmato il modulo senza dire altro, con una penna che Marco mi ha passato in silenzio. Quando gliel’ho restituito, mi ha guardato per un lungo momento, poi ha detto, quasi sottovoce: “Grazie per avermi raccontato. Anche se non tutto.” Non so perché, ma quelle parole hanno fatto scattare qualcosa dentro di me. Un impulso, un bisogno che non riuscivo a controllare. Mi sono alzato dalla sedia, ho fatto un passo avanti e, senza pensare, mi sono inginocchiato davanti alla sua scrivania.
Lo sguardo di Marco è cambiato in un istante. C’era sorpresa, disagio, ma anche qualcos’altro, qualcosa che non volevo nominare. “Mattia, che cazzo fai?” ha detto, con un tono che era più una domanda che un rimprovero. Non ho risposto. Le mie mani si sono mosse da sole, slacciandogli la cintura, abbassandogli la zip. Lui ha provato a fermarmi, ha messo una mano sulla mia spalla, ma non con forza, non davvero. “Non devi,” ha mormorato, ma la sua voce era già incrinata. Non l’ho ascoltato. Ho continuato, con una calma che non sapevo di avere, prendendolo in bocca lentamente, come se fosse l’ultima cosa che avrei fatto in quel posto. All’inizio era rigido, teso, il suo respiro corto e irregolare. Poi ha chiuso gli occhi, ha lasciato cadere la testa all’indietro e ha messo una mano tra i miei capelli, stringendo appena. Non ha detto niente, non ha fatto rumore, se non un gemito basso quando è venuto, un suono che sembrava più di resa che di piacere.
Quando ho finito, mi sono rialzato senza guardarlo negli occhi. Non volevo vedere la sua espressione. Non volevo sapere cosa pensava. Lui ha sistemato i pantaloni in silenzio, poi ha detto, con una voce che sembrava stanca: “Parti lunedì. E non tornare più qui.” Ho annuito, senza dire una parola, e sono uscito da quell’ufficio con un peso sul petto che non sapevo se fosse sollievo o rimpianto.
I giorni successivi sono stati un vuoto. Ho fatto i turni senza parlare con nessuno, senza incrociare lo sguardo di Davide. Lui non mi ha cercato, non mi ha provocato. Forse aveva saputo del trasferimento, forse non gli importava più. Non lo so. Non volevo saperlo. La sera prima di partire, ho messo le poche cose che avevo in uno zaino: vestiti, un paio di scarpe, una foto di mia madre che non guardo mai ma che non riesco a buttare. Ho guardato la stanza minuscola che avevo affittato vicino al magazzino, con le pareti scrostate e l’odore di muffa, e ho pensato che non mi sarebbe mancata. Ma qualcosa mi mancava già, qualcosa che non riuscivo a nominare.
Il lunedì mattina, ho preso il primo autobus per la nuova città. Non ho salutato nessuno. Non c’era nessuno da salutare. Mentre il paesaggio scorreva fuori dal finestrino, grigio e monotono come sempre, ho chiuso gli occhi e ho rivisto tutto: le mani di Davide che mi stringevano il collo, il sapore acre di sconosciuti nei bagni del capannone, il peso di Marco che si abbandonava per un istante. Ho sentito una fitta al petto, non di dolore, ma di qualcosa che somigliava alla nostalgia. Mi sono chiesto se fossi davvero libero, o se stessi solo scappando da un gabbia per entrarne in un’altra.
Non so se sono guarito. Non so se voglio guarire. So solo che, ovunque andrò, porterò con me il ricordo di quegli occhi, di quelle mani, di quella voce che mi chiamava “cagnolino”. E una parte di me, quella parte che non riesco a uccidere, spera di trovarli di nuovo. Ma per ora, guardo fuori dal finestrino, con lo zaino sulle ginocchia e il futuro davanti, e mi dico che forse, solo forse, posso provare a essere qualcosa di più di un cane randagio.
