Confessioni di un “cane randagio” (parte 3)
Ho sempre pensato che il fondo fosse un posto che si può vedere, un punto preciso da cui non si può scendere più in basso. Ma mi sbagliavo. Il fondo non è un luogo, è una sensazione. È quando ti guardi allo specchio e non riconosci più chi sei, ma non te ne importa niente. Dopo quella foto che Davide mi ha mandato, dopo quel “Bravo cagnolino” che mi bruciava dentro, ho capito che qualcosa era cambiato per sempre. Non c’era più modo di tornare indietro. E forse non lo volevo nemmeno.
Il giorno dopo al magazzino l’aria era diversa. Pesante, come se tutti sapessero senza bisogno di dirlo. Gli sguardi dei colleghi non erano più solo di scherno o di curiosità, ma di qualcosa di più duro, più affamato. Il Grasso mi ha passato accanto mentre scaricavo un bancale e ha sussurrato, con un ghigno: “Allora è vero, eh? Sei proprio una brava troietta.” Non ho risposto. Ho abbassato la testa e ho continuato a lavorare, ma dentro di me sentivo un fuoco che non sapevo se fosse rabbia o qualcos’altro. Il Secco, poco dopo, mi ha bloccato vicino al muletto e mi ha guardato dall’alto in basso, come si guarda una cosa da comprare. “Davide dice che sei suo, ma magari ci fai provare, no?” Ho stretto i denti, ma non ho detto niente. Non potevo. Non volevo. O forse sì.
Davide, invece, era tranquillo, come sempre. Mi ignorava per ore, poi all’improvviso mi cercava, mi chiamava con un cenno della testa, come si chiama un cane. Durante la pausa pranzo mi ha trascinato nei bagni, il solito posto lurido con l’odore di piscio e candeggina che ti resta nelle narici. “Spogliati,” ha detto, senza nemmeno guardarmi, mentre chiudeva la porta con un calcio. L’ho fatto. Non perché volessi, ma perché ormai era un riflesso, un’abitudine. Mi sono tolto la tuta da lavoro, la maglietta, fino a restare in mutande, con il freddo delle piastrelle che mi gelava i piedi nudi. Lui mi ha osservato, con quel sorriso freddo che mi faceva venir voglia di spaccargli la faccia, ma anche di cadere in ginocchio. “Sei proprio un bel cagnolino,” ha detto, avvicinandosi. Mi ha girato intorno, come un predatore che studia la preda, e poi mi ha messo una mano sul collo, stringendo appena. “Lo sanno tutti, adesso. E sai che c’è? A me piace. Mi piace che sappiano che sei mio.”
Quelle parole mi hanno colpito come uno schiaffo, ma non di quelli che fanno male. Uno schiaffo che ti sveglia, che ti fa sentire vivo. Ho abbassato lo sguardo, ma lui mi ha preso il mento e mi ha costretto a guardarlo negli occhi. “Non fare il timido, Mattia. Ti piace, vero? Ti piace che ti guardino, che parlino di te.” Non ho risposto, ma il mio corpo ha parlato per me. Lui ha riso, una risata bassa, cattiva, e poi mi ha spinto contro il muro. Non serve che ti dica cosa è successo dopo. Non serve che ti racconti il bruciore, il sapore, il modo in cui mi ha usato lì, in piedi, con la porta che non chiudeva bene e il rischio che qualcuno entrasse da un momento all’altro. Serve solo che tu sappia che mentre lo faceva, mentre mi sussurrava all’orecchio “sei mio, cagnolino,” io mi sentivo al sicuro. Schifosamente, oscuramente al sicuro.
Ma la sicurezza non dura mai. Quella sera, dopo il turno, Davide ha fatto qualcosa che non mi aspettavo. Eravamo fuori, vicino ai container, con un gruppetto di colleghi che fumavano e scherzavano. Io stavo in disparte, come sempre, con le mani in tasca e la testa bassa. Lui mi ha chiamato, con quel tono che non ammetteva scuse. “Mattia, vieni qui.” Mi sono avvicinato, sentendo già il peso di tutti quegli occhi su di me. “Ragazzi,” ha detto, rivolgendosi agli altri con un sorrisetto, “voglio che lo sappiate. Questo qui è solo un buco comodo. Chi vuole se lo fotte, a me non cambia niente.” Le sue parole mi hanno trafitto, come una lama che entra lenta e profonda. Ho sentito le risate degli altri, il loro sguardo che mi spogliava, che mi pesava. Ma la cosa peggiore non era quello. La cosa peggiore era che Davide mi guardava, con quegli occhi penetranti, aspettando la mia reazione. Aspettando di vedere se avrei detto qualcosa, se mi sarei ribellato.
Non l’ho fatto. Non ci riuscivo. Una parte di me era spezzata, umiliata, ma un’altra parte, quella che mi faceva schifo, si accendeva. Mi sono sentito duro, lì, davanti a tutti, con quelle parole che mi ronzavano in testa. “Solo un buco comodo.” E mentre gli altri ridevano, mentre Davide mi guardava con quel sorriso sadico, io ho abbassato lo sguardo e ho annuito, come per dire: va bene. Fate quello che volete. Non me ne frega niente.
Nei giorni successivi, ho smesso di nascondermi. Non so perché, ma qualcosa dentro di me si era rotto del tutto. Non mi importava più di niente. Guardavo i colleghi negli occhi, con una sfacciataggine che non avevo mai avuto. Passavo vicino al Grasso e al Secco e mi leccavo le labbra, lentamente, solo per vedere la loro reazione. Mi abbassavo i jeans quel tanto che bastava per far vedere l’elastico del perizoma che avevo iniziato a mettere sotto la tuta, una cosa che avevo comprato d’impulso in un negozio di seconda mano, solo per sentire qualcosa di diverso sulla pelle. Volevo che lo vedessero. Volevo che lo sapessero. Volevo che mi usassero, perché ormai era l’unica cosa che mi faceva sentire qualcosa.
E loro lo hanno fatto. Una notte, durante un turno con poca gente, mi hanno preso. Eravamo in tre, oltre a me, nel retro del capannone 7, un posto isolato dove non viene mai nessuno. Non c’è stato bisogno di parole. Mi hanno circondato, mi hanno spinto in ginocchio su quel pavimento freddo e sporco. Mi hanno scopato la bocca, uno dopo l’altro, tenendomi per i capelli, insultandomi. “Troia,” “Puttana,” “Fai il bravo, cagnolino.” Quelle parole mi bruciavano, ma mi facevano anche venire i brividi. Poi mi hanno sbattuto su un bancale, con le braghe abbassate, e mi hanno preso a turno, senza delicatezza, senza niente. Sentivo il legno ruvido sotto di me, il dolore che mi spaccava, il loro fiato pesante. E ho goduto. Ho goduto come non avevo mai fatto, con le lacrime agli occhi e il corpo che tremava, ma non di paura. Di qualcosa di più oscuro, di più profondo. Quando hanno finito, mi hanno lasciato lì, con il culo che bruciava e il sapore di loro in bocca. Non ho detto niente. Mi sono rialzato, mi sono rivestito e sono tornato al lavoro come se niente fosse.
Ma Davide lo ha saputo. Non so come, ma lo ha saputo. E non gli è piaciuto. Due sere dopo, mi ha fermato fuori dal magazzino, lontano da tutti. I suoi occhi erano diversi, più duri, più freddi del solito. “Chi ti ha dato il permesso di fare la puttana con gli altri?” ha chiesto, con una voce che sembrava un ringhio. Non ho risposto. Non volevo dargli la soddisfazione di vedermi cedere. Ma lui non aveva bisogno della mia risposta. Mi ha afferrato per un braccio e mi ha trascinato dietro un container, dove nessuno poteva vederci. “Spogliati,” ha ordinato. L’ho fatto, con il cuore che batteva all’impazzata, ma non di paura. Di attesa. Quando sono rimasto nudo, mi ha guardato per un lungo momento, poi ha tirato fuori la cinghia della sua borsa. “Ti insegno io a chi appartieni,” ha detto, e prima che potessi capire cosa stava succedendo, ha iniziato a frustarmi il culo, con colpi secchi, precisi, che bruciavano come fuoco. Ogni colpo era un messaggio, ogni colpo era un marchio. “Tu sei mio, cagnolino. Mio e di nessun altro.”
Non ho gridato. Non ho pianto. Ho incassato, con i denti stretti e il corpo teso, sentendo ogni colpo come una dichiarazione. Quando ha finito, mi ha scopato lì, in piedi, tenendomi per il collo, con una violenza che non aveva mai avuto prima. E mentre lo faceva, mi sussurrava all’orecchio: “Se vuoi fare la troia con tutti, lo fai con il mio permesso. Hai capito?” Ho annuito, con il fiato corto, con il dolore e il piacere che si mescolavano dentro di me. Ma mentre annuivo, mentre sentivo il suo peso su di me, una parte di me si è accesa di una rabbia nuova, una rabbia che non avevo mai provato prima. Non verso di lui, ma verso me stesso. Perché nonostante tutto, nonostante il dolore, nonostante l’umiliazione, io lo volevo ancora. Lo volevo più di ogni altra cosa.
E ora non so cosa succederà. So solo che domani tornerò al magazzino, con i segni della cinghia sulla pelle e il suo sapore nella testa. So che gli altri mi guarderanno, che parleranno, che vorranno un pezzo di me. E so che Davide sarà lì, pronto a reclamarmi, pronto a punirmi di nuovo. Ma per la prima volta, non so se voglio fermarlo. Per la prima volta, mi chiedo se non sia io a volerlo spingere oltre, a vedere fino a dove può arrivare. Fino a dove posso arrivare io.
