Confessioni di un “cane randagio”
Mi chiamo Mattia, ho 22 anni, e questa è la mia confessione. Non so perché la sto scrivendo, forse solo per non impazzire del tutto. Forse per te, che stai leggendo. O forse per me stesso, per mettere in ordine il casino che ho nella testa. Ho sempre pensato di essere un cane randagio: uno che morde per paura, che scappa per istinto, che non sa stare fermo troppo a lungo senza farsi male. Sono cresciuto tra celle di riformatori, comunità di recupero e assistenti sociali che mi guardavano con pietà o disgusto. A 18 anni credevo di essermi lasciato tutto alle spalle. Mi sbagliavo di grosso.
Adesso lavoro in una cooperativa di facchini, in un magazzino di logistica in una città che non nomino perché tanto non importa. È un posto grigio, pieno di capannoni, container arrugginiti e bagni che puzzano di piscio e candeggina. Qui dentro siamo quasi tutti gente con un passato pesante: ex-detenuti, quasi-detenuti, o semplicemente disperati che non hanno altro posto dove andare. Io ci sono finito perché era l’unico lavoro che potevo trovare con la mia fedina penale. All’inizio facevo il duro, come sempre. Testa bassa, spalle larghe, bocca chiusa. Pensavo che bastasse. Non bastava.
I primi giorni sono stati un inferno. Due tizi, sempre gli stessi, hanno iniziato a prendermi di mira. Non so nemmeno i loro nomi, li chiamo fra me e me “il Grasso” e “il Secco”. Il Grasso è un armadio con la faccia butterata, il Secco è uno spilungone con i denti marci e un ghigno che ti fa venire i brividi. Mi spingevano mentre passavo con i carrelli, mi facevano sgambetti, mi sussurravano “frocetto di merda” abbastanza piano da non farsi sentire dal capo, ma abbastanza forte da farmi stringere i pugni. Io incassavo e basta. Non perché fossi forte, ma perché per la prima volta nella mia vita avevo paura vera. Paura di perdere questo schifo di lavoro, paura di ritrovarmi di nuovo in strada, paura di non avere più nemmeno un buco dove nascondermi.
Passavo le giornate a spostare scatoloni, a caricare pallet, a sudare sotto la tuta da lavoro troppo larga che mi avevano dato. Il magazzino è un posto che ti soffoca: il rumore dei muletti, il clangore del metallo, gli ordini urlati da un capo-reparto che parla poco ma ti guarda come se sapesse tutto di te. Si chiama Marco, ha 38 anni, un fisico robusto e due occhi che ti scrutano senza mai tradire niente. Non so se mi piace o se mi spaventa. Forse entrambe le cose. Sta sempre nel suo ufficio, una stanzetta angusta con una scrivania piena di carte e un ventilatore rotto, ma quando esce nel capannone tutti si zittiscono. È l’autorità, e qui dentro l’autorità è l’unica cosa che conta.
Una sera, dopo un turno massacrante, stavo fumando una sigaretta dietro i container. Era buio, si sentivano solo i rumori lontani dei camion che caricavano. Il Grasso e il Secco si sono avvicinati. Non ho avuto il tempo di reagire. Il Grasso mi ha spinto contro il muro di lamiera, il Secco mi ha tirato uno schiaffo che mi ha fatto girare la testa. “Che cazzo guardi, eh? Ti piace fare la femminuccia?” ha ringhiato il Secco, mentre il Grasso rideva e mi teneva fermo per le spalle. Ho provato a divincolarmi, ma erano più forti. Mi hanno buttato a terra, mi hanno preso a calci nelle costole, non troppo forte da rompermi qualcosa, ma abbastanza da farmi male per giorni. Poi si sono allontanati, lasciandomi lì, con la faccia nella polvere e il sapore del sangue in bocca. Non ho pianto. Non piango mai. Ma quella notte, tornando a casa, ho sentito un vuoto dentro che non riuscivo a spiegare.
Il giorno dopo è comparso Davide.
L’ho notato subito, perché non era come gli altri. È più giovane di me, avrà vent’anni, basso, esile, ma con una presenza che ti inchioda. Ha i capelli corti, un sorriso freddo che non arriva mai agli occhi, e due occhi scuri che ti guardano come se potessero leggerti dentro. È arrivato al magazzino come se fosse già il padrone, senza dire molto, ma con un modo di muoversi che faceva capire a tutti che non aveva paura di niente. Non so perché, ma quel giorno si è messo in mezzo. Stavo spingendo un carrello quando il Secco mi ha spintonato, facendomi quasi cadere. Stavo per rispondere, per la prima volta, quando Davide è intervenuto. “Lascialo stare,” ha detto, con una voce calma ma che non ammetteva repliche. Il Secco ha borbottato qualcosa, ma se n’è andato. Davide mi ha guardato, senza sorridere, e ha detto solo: “Attento a dove metti i piedi.” Poi si è allontanato.
Non so perché, ma quel gesto mi ha colpito. Nessuno mi aveva mai difeso, nemmeno quando ero un ragazzino nelle comunità. Ero sempre stato solo, sempre quello che doveva arrangiarsi. E adesso questo tizio, che nemmeno conoscevo, si era messo in mezzo per me. Mi sentivo in debito, anche se non lo avevo chiesto. Nei giorni successivi, Davide ha iniziato a cercarmi. Mi offriva una birra dopo il turno, mi dava un passaggio fino a casa con la sua macchina scassata, mi metteva una mano sulla spalla e stringeva quel tanto che bastava per farmi capire che c’era lui. All’inizio era gentile, quasi troppo. Mi chiedeva del mio passato, ma senza insistere. Mi raccontava poco di sé, solo che aveva avuto “problemi” anche lui, ma che adesso era “a posto”. Non gli credevo del tutto, ma mi piaceva quella sensazione di avere qualcuno che si interessava a me.
Poi, una sera, tutto è cambiato. Eravamo nel parcheggio del magazzino, dopo un turno di notte. Non c’era nessuno, solo il silenzio e il freddo che ti entra nelle ossa. Davide mi ha offerto una sigaretta, ma mentre fumavamo mi ha guardato in un modo diverso. Non era più gentile, non era più protettivo. Era qualcos’altro. “Fammi vedere il cazzo,” ha detto, senza giri di parole, come se fosse la cosa più normale del mondo. Sono rimasto fermo, con la sigaretta a metà strada dalla bocca. Pensavo di aver capito male. “Che cazzo dici?” ho risposto, con la voce che tremava un po’. Lui ha sorriso, quel sorriso freddo che mi faceva venire i brividi. “Non fare il timido, Mattia. So che ci stai. Fammelo vedere.”
Non so perché non gli ho tirato un pugno. Non so perché non me ne sono andato. Forse perché una parte di me, quella che odio, voleva vedere fino a che punto si sarebbe spinto. O forse perché, in quel momento, mi sono sentito piccolo, come un cane randagio che non sa dire di no. Ho abbassato lo sguardo, ho slacciato i jeans, e gliel’ho fatto vedere. Lui mi ha guardato, senza ridere, senza insultarmi. Ha solo annuito, come se fosse soddisfatto. “Bravo,” ha detto. “Domani ti dico cosa fare.”
Quella notte non ho dormito. Mi sono rigirato nel letto della mia stanza in affitto, con il cuore che batteva troppo forte. Non capivo cosa mi stesse succedendo. Ero incazzato, umiliato, ma allo stesso tempo c’era qualcosa che mi teneva sveglio, qualcosa che non volevo ammettere. Davide mi aveva messo in una posizione che odiavo, ma che, in qualche modo, mi faceva sentire visto. E ora non so cosa succederà domani, ma so che non posso tornare indietro. Non so se voglio tornare indietro.
