Scopata per bene dal mio collega sposato
Eccomi qui, Anna, 23 anni, fresca di laurea e con uno stage in una ditta di consulenza che, diciamocelo, è più un modo per fare fotocopie che per imparare qualcosa di utile. Non che mi lamenti, eh. Lo stipendio è una miseria, ma l’ambiente non è male. E poi c’è Giovanni. 42 anni, sposato, un tipo che a prima vista sembra il classico impiegato noioso, con la camicia sempre stirata e quell’aria di chi ha già visto tutto. Però, cazzo, ha un modo di guardarti che ti fa sentire nuda anche con il tailleur addosso. Occhi scuri, profondi, e un sorrisetto che ti dice “so cosa vuoi, anche se non lo sai ancora”. E io, beh, lo sto capendo giorno dopo giorno.
È iniziato tutto in modo banale, come succede sempre. Un “buongiorno” un po’ troppo caldo, una battuta sul caffè della macchinetta che fa schifo, un tocco sulla spalla mentre mi passava un fascicolo. Roba da niente, eppure ogni volta sentivo un brivido. Giovanni non è un adone, intendiamoci. Ha un po’ di pancetta, i capelli che iniziano a diradarsi, ma c’è qualcosa nel suo modo di fare, una sicurezza che ti cattura. E quelle mani, grandi, con le dita lunghe e curate. Ogni tanto lo beccavo a guardarmi il culo mentre mi chinavo sulla stampante. E, onestamente, non mi dispiaceva. Anzi, iniziavo a metterci un po’ di impegno, a scegliere gonne più strette, a camminare con quel passo che so bene fa girare la testa.
Oggi, però, è successo qualcosa di diverso. Era venerdì, fine giornata, tutti uscivano dall’ufficio con quell’aria sollevata di chi si prepara al weekend. Giovanni si è avvicinato alla mia scrivania mentre mettevo via le mie cose. “Anna, che fai stasera? Ti va un aperitivo? Tanto per staccare un po’.” La sua voce era calma, ma i suoi occhi brillavano di qualcosa che non era solo sete di spritz. Avrei dovuto dire di no. Sapevo che è sposato, sapevo che non era una buona idea. Ma dentro di me c’era quella vocina stronza che mi diceva “e allora? Solo un drink, che male c’è?”. E così ho sorriso, un po’ imbarazzata, e ho detto: “Perché no? Però offri tu.”
L’aperitivo è stato strano. Eravamo in un locale carino, con le luci soffuse e un sacco di gente che rideva e chiacchierava. Lui mi ha fatto un sacco di domande, su di me, sulla mia vita, su cosa voglio fare da grande. E io, che di solito sono una che parla poco, mi sono ritrovata a raccontargli tutto. Mi sentivo a mio agio, ma allo stesso tempo c’era una tensione nell’aria, come se ogni parola fosse un passo verso qualcosa di inevitabile. A un certo punto, mentre prendevo un sorso di vino, mi ha sfiorato la mano. Un gesto da nulla, ma la sua pelle era calda, ruvida, e ho sentito un calore che mi è sceso dritto nello stomaco. “Sei carina quando ridi, sai?” ha detto, con quel tono basso che mi ha fatto arrossire. Ho provato a fare la spiritosa: “E tu sei carino quando non fai lo stronzo in ufficio.” Lui ha riso, una risata profonda, e mi ha guardato in un modo che mi ha fatto stringere le cosce sotto il tavolo.
Non so come siamo finiti a parlare di andare da un’altra parte. “Ti va di fare un salto in un posto più tranquillo?” ha chiesto, e io ho capito subito che non parlava di un altro bar. Il cuore mi batteva forte, una parte di me urlava di tornare a casa, ma un’altra parte, quella più bastarda, voleva vedere dove sarebbe andata a finire. “Ok, ma non fare stronzate,” ho detto, cercando di sembrare sicura di me, anche se dentro tremavo. Lui ha sorriso, ha pagato il conto e mi ha preso per mano, guidandomi fuori.
Siamo finiti in un hotel non lontano dal locale. Non uno di quei posti lussuosi, ma neanche una topaia. Una camera anonima, con un letto grande, lenzuola bianche e un odore di pulito che quasi stonava con quello che stava per succedere. Appena chiusa la porta, mi sono sentita improvvisamente vulnerabile. Giovanni si è tolto la giacca, con calma, e mi ha guardato. “Se non vuoi, dimmelo ora. Non ti costringo a niente,” ha detto, e sembrava sincero. Ma io lo volevo. Lo volevo così tanto che quasi mi faceva male. “Sto bene,” ho mormorato, e lui si è avvicinato.
Mi ha preso il viso tra le mani, mi ha baciato piano, come se volesse assaporarmi. Le sue labbra erano morbide, ma il bacio si è fatto presto più intenso, la sua lingua che cercava la mia con una fame che mi ha fatto gemere. Le sue mani sono scese sui miei fianchi, stringendomi contro di lui. Sentivo il suo corpo, solido, e qualcosa di duro che premeva contro di me attraverso i pantaloni. “Cazzo, Anna, sei bellissima,” ha sussurrato, e io ho riso, un po’ nervosa. “Non esagerare, non sono una top model.” Ma lui ha scosso la testa, mi ha guardato negli occhi e ha detto: “Per me lo sei.”
Mi ha spinto piano verso il letto, facendomi sedere sul bordo. Si è inginocchiato davanti a me, mi ha sfilato le scarpe, e ha iniziato a baciarmi le caviglie, salendo lentamente lungo le gambe. Indossavo una gonna nera, aderente, e lui l’ha sollevata piano, scoprendo le cosce. Ho sentito il suo respiro caldo sulla pelle, e quando ha raggiunto l’interno coscia, ho chiuso gli occhi, mordendomi un labbro. “Ti piace?” ha chiesto, e la sua voce era un misto di sfida e desiderio. “Sì, continua,” ho risposto, quasi senza fiato. Ha sorriso, poi ha fatto scivolare le mani sotto la gonna, trovando le mie mutandine. Le ha abbassate piano, e io mi sono sentita esposta, ma anche fottutamente eccitata. Ha passato un dito lungo la mia fica, leggero, e ho sussultato. “Sei già bagnata,” ha detto, con un tono soddisfatto, e poi si è chinato, posando la bocca su di me.
La sua lingua era calda, lenta all’inizio, esplorava ogni parte di me con una pazienza che mi faceva impazzire. Succhiava piano, poi accelerava, e io non riuscivo a stare ferma, mi aggrappavo alle lenzuola, gemendo come un’idiota. “Giovanni, cazzo, non smettere,” ho detto, e lui ha riso contro di me, il suono che mi vibrava dentro. Ha continuato per un po’, portandomi al limite, ma senza lasciarmi venire. Quando si è tirato indietro, aveva le labbra lucide, e mi ha guardato con un’espressione che diceva “ora viene il bello”.
Si è alzato, si è slacciato i pantaloni, e io ho visto il rigonfiamento nei suoi boxer. Si è spogliato del tutto, e ho notato il suo corpo: non scolpito, ma forte, con un petto largo e peli scuri che scendevano verso l’inguine. Il suo cazzo era duro, non enorme, ma spesso, e io ho sentito un brivido di anticipazione. Mi ha fatto sdraiare sul letto, mi ha tolto la gonna e la camicetta, lasciandomi in reggiseno. “Sei uno spettacolo,” ha detto, e poi mi ha baciato il collo, mordicchiandomi la pelle mentre slacciava il reggiseno. I miei seni sono piccoli, ma lui li ha presi tra le mani, stringendoli, succhiando i capezzoli fino a farli diventare duri. Io ansimavo, le sue mani erano ovunque, e io volevo di più.
“Scopami, per favore,” ho detto, quasi implorando, e lui ha sorriso. “Con calma, piccola.” Ha preso un preservativo dal portafoglio, lo ha infilato con calma, e poi si è posizionato sopra di me, tenendosi sulle braccia. Ho allargato le gambe, sentendo la punta del suo cazzo sfiorarmi l’ingresso. È entrato piano, dandomi il tempo di abituarmi, e io ho sentito ogni centimetro, un misto di pressione e piacere che mi ha fatto gemere. “Cazzo, sei stretta,” ha grugnito, e poi ha iniziato a muoversi, lentamente all’inizio, dentro e fuori, con un ritmo che mi faceva perdere la testa.
Poi, però, ha cambiato marcia. Le spinte sono diventate più forti, più secche, quasi brutali. Mi sbatteva dentro con una forza che mi faceva sobbalzare sul letto, il suono dei nostri corpi che sbattevano uno contro l’altro che riempiva la stanza. Sentivo l’odore del suo sudore, mescolato al mio, un misto acre e selvaggio. Ma la cosa che mi mandava fuori di testa era il contrasto: mentre mi scopava così forte, mi sussurrava all’orecchio parole dolci, con una voce bassa e roca. “Sei perfetta, Anna, così bella, così mia,” diceva, mordicchiandomi il lobo dell’orecchio, e quel mix di violenza e tenerezza mi faceva impazzire. “Più forte,” ho gemuto, e lui ha obbedito, spingendo ancora più a fondo, il letto che cigolava sotto di noi.
Abbiamo cambiato posizione. Mi ha fatto mettere a carponi, con il culo in aria, e si è messo dietro di me. Mi ha preso per i fianchi, le sue dita che affondavano nella carne, e mi ha penetrata di nuovo, da dietro, con una spinta secca che mi ha fatto urlare. “Ti piace così, eh?” ha chiesto, e io ho ansimato un “sì” tra un gemito e l’altro. Mi scopava con un ritmo implacabile, il suono delle sue palle che sbattevano contro di me, il mio respiro affannoso, i suoi grugniti bassi. Mi ha tirato i capelli piano, non forte, ma abbastanza da farmi inarcare la schiena, e ha continuato a sussurrarmi all’orecchio: “Sei incredibile, non smettere di godere per me.” E io ho perso il controllo, venendo con un urlo, il corpo che tremava sotto di lui. Pochi secondi dopo, l’ho sentito irrigidirsi, un gemito profondo, e poi è crollato su di me, il suo peso che mi schiacciava contro il materasso.
Siamo rimasti così per un po’, ansimando, il suo fiato caldo sul mio collo. Poi si è tirato indietro, si è sdraiato accanto a me, e mi ha guardato con un sorriso stanco. “Cazzo, Anna, sei stata pazzesca,” ha detto, e io ho riso, ancora senza fiato. “Anche tu non sei male, per essere un vecchio.” Lui ha riso, mi ha dato una leggera pacca sul culo, e siamo rimasti lì, a fissare il soffitto, senza bisogno di dire altro.
