Racconti Piccanti
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Come sono diventata la troia dei miei cugini (parte 3)

Come sono diventata la troia dei miei cugini (parte 3)

16 Marzo 2026·8 min di lettura

I giorni dopo la quarta parte sono stati strani, come se l’aria in casa si fosse fatta più densa. Andrea e Antonio parlottavano tra loro quando pensavano che non li sentissi: in giardino, in cucina prima di colazione, a bassa voce sul divano mentre fingevano di guardare la tv. Io passavo e loro smettevano di colpo. Antonio non mi guardava più negli occhi. Niente più “buongiorno” gentile, niente più domande su come stavo. Mi passava accanto senza salutare, o al massimo un cenno secco con la testa. Sembrava che mi stesse punendo per qualcosa che non capivo.

Una sera abbiamo bevuto tutti e tre. Birra, poi un paio di bicchieri di vino rosso che zio aveva lasciato in cantina, poi Andrea ha tirato fuori l’erba. Abbiamo fumato sul terrazzo, seduti per terra in cerchio, con le luci della casa spente e solo la luna che illuminava. Ridevamo di cazzate all’inizio, poi il silenzio è diventato pesante. Andrea mi teneva una mano sulla coscia sotto il tavolo, stringeva ogni tanto, come per ricordarmi che ero sua.

A un certo punto ha guardato Antonio dritto negli occhi e ha detto, con quella voce bassa e lenta che usa quando è strafatto ma lucido:

«Sai una cosa, fratellino? Debora è bravissima. Davvero bravissima.»

Antonio ha sorriso storto, ha tirato una boccata lunga e ha risposto:

«Lo so. L’ho capito da un pezzo.»

Io ho riso nervosa, pensando fosse uno scherzo.

«Ma che cazzo dite?»

Andrea mi ha guardato, ha accarezzato la guancia con il pollice.

«Mostraglielo, amore. Fagli vedere quanto sei brava a succhiare.»

Ho scrollato la testa, ancora ridendo, ma il cuore mi era salito in gola.

«Ma va’ là, piantatela.»

Antonio però non ha riso. Ha appoggiato il bicchiere sul tavolo, si è sporto in avanti.

«Dai, Debora. Non fare la timida adesso. Fagli vedere chi sei veramente.»

Il suo tono era strano. Non era più il Antonio dolce e protettivo. Era incazzato, geloso, eccitato. Mi guardava come se volesse punirmi.

Sono rimasta ferma, le mani che tremavano sotto il tavolo. Andrea mi ha preso il mento, mi ha girato la faccia verso di lui.

«Tranquilla, piccola. Lo facciamo piano. Solo per noi tre.»

Mi ha slacciato i jeans con calma, ha tirato fuori il cazzo già mezzo duro. Me l’ha appoggiato sulle labbra, sfiorandole.

«Apri.»

Ho aperto. Ho iniziato a succhiarlo piano, sotto il tavolo, con la testa china. Sentivo gli occhi di Antonio su di me, brucianti. Andrea ha sospirato, mi ha accarezzato i capelli.

«Brava… così… prendilo tutto.»

Antonio ha sbuffato, voce roca.

«Trattala da troia, Andrea. Non farle da cocca. Falla lavorare.»

Non capivo più niente. Andrea ha stretto i capelli, ha iniziato a spingere più forte, più in profondità. Mi scopava la bocca con ritmo secco, tenendomi la testa ferma.

«Apri di più, puttanella. Fatti vedere dal fratellino.»

Io gemevo intorno al suo cazzo, saliva che colava sul mento. Antonio si è alzato in piedi, si è slacciato i pantaloni davanti a me. Il suo cazzo era già duro, più grosso di quanto immaginassi. Me l’ha sfiorato sulla guancia.

«Tocca anche a me, Debora. Non fare la schizzinosa.»

Andrea ha riso piano, mi ha tirato fuori il cazzo dalla bocca per un secondo.

«Dai, amore. Due alla volta. Ce la fai.»

Mi hanno messo entrambi davanti alla faccia. Andrea mi teneva i capelli, Antonio mi ha preso il mento. Hanno provato a spingere insieme. Le labbra mi si stiravano al massimo, la bocca piena, quasi dolorante. Riuscivo a malapena a respirare. Loro spingevano a turno, poi insieme, le cappelle che si sfioravano contro la mia lingua. Io piangevo un po’, lacrime che colavano, ma non mi sono fermata. Li guardavo dal basso, alternando gli occhi tra uno e l’altro.

Andrea gemeva forte.

«Guarda che troia… prende due cazzi in bocca come niente.»

Antonio, con la voce spezzata dall’eccitazione:

«Più a fondo. Falle ingoiare tutto.»

Mi hanno scopato la bocca a ritmo alternato, poi sincronizzato. Io mi sforzavo, la gola che bruciava, la mascella che doleva. Sentivo il sapore di entrambi, salato, misto al fumo e all’alcol. Andrea è venuto per primo, spingendo fino in fondo, fiotti caldi che ho ingoiato tossendo. Antonio ha continuato ancora un po’, poi si è tirato fuori e mi è venuto sul viso, schizzi caldi sulle guance, sul mento.

Sono rimasta lì in ginocchio, ansimante, con la faccia sporca e le labbra gonfie. Loro due si sono guardati, poi mi hanno guardata.

Andrea mi ha pulito il viso con il pollice, mi ha baciato la fronte.

«Brava, piccola. Sei stata perfetta.»

Antonio non ha detto niente. Si è riallacciato i pantaloni, ha preso il bicchiere e è andato in cucina senza guardarmi.

Io sono rimasta seduta per terra, confusa, umiliata, eccitata, innamorata e distrutta.

Non so più chi sono.

Non so più cosa voglio.

So solo che domani sarà peggio.

O forse no.

Le settimane dopo quella sera sul terrazzo non sono state più le stesse. Non c’era più bisogno di nascondersi tanto: la casa sembrava diventata il nostro piccolo teatro privato. Facevo pompini a tutti e due quasi ogni giorno, a rotazione o insieme, come se fosse la cosa più normale del mondo. Mattina in cucina mentre Antonio preparava il caffè e Andrea era ancora a letto, glielo prendevo in bocca veloce e silenzioso, ingoiando in fretta prima che arrivasse qualcuno. Pomeriggio in lavanderia, con la lavatrice che girava a coprire i rumori, Andrea che mi teneva la testa e mi scopava la gola fino a farmi lacrimare. Sera sul divano, con la tv accesa a volume basso, io in ginocchio tra le loro gambe che alternavo da uno all’altro, succhiando piano mentre loro si guardavano e si sfidavano con gli occhi.

All’inizio era solo sesso. Poi è diventato possesso.

Andrea ha iniziato a diventare geloso in modo subdolo. Quando tornavo da una passeggiata in paese e avevo parlato con qualcuno, mi chiedeva subito: «Chi cazzo era quel tipo che ti ha sorriso?» Mi stringeva il polso più forte del necessario mentre me lo ficcava in bocca, spingendo fino in fondo e tenendomi lì finché non tossivo. «Sei mia, capito? La mia puttanella. Non quella di chiunque.» Lo diceva con voce dolce, quasi carezzevole, e io annuivo con la bocca piena, eccitata da quella rabbia mascherata da tenerezza.

Antonio invece era geloso in modo diverso: silenzioso, bruciante. Non parlava tanto, ma quando mi vedeva succhiare Andrea con troppa devozione, si irrigidiva. Poi mi prendeva per i capelli e mi spostava su di sé. «Adesso tocca a me. Fammi vedere che non sei solo la sua.» Mi scopava la bocca con colpi secchi, quasi rabbiosi, come se volesse cancellare il sapore del fratello. Dopo, mi baciava piano sulle labbra gonfie e mi sussurrava: «Non ti lascio a lui. Non del tutto.»

Io? Io mi sentivo sempre più libera. Più audace. Più stronza, forse. La loro gelosia mi dava potere. Sapevo che litigavano per me quando non c’ero: li sentivo litigare a bassa voce in giardino, frasi tipo «Non è solo tua», «Lasciala respirare», «Se la tocchi ancora senza dirmelo ti ammazzo». E io sorridevo tra me e me.

Una sera sono uscita con un ragazzo del paese, Luca, uno che lavorava al bar centrale. Bello, capelli lunghi, tatuaggi sulle braccia. Abbiamo bevuto una birra in piazza, abbiamo riso, ci siamo baciati contro il muro dietro il municipio. Quando sono tornata a casa tardi, Andrea e Antonio erano svegli ad aspettarmi sul divano. Luci basse, erba accesa, facce scure.

«Com’è andato il tuo appuntamento?» ha chiesto Andrea, tono calmo ma pericoloso.

«Bene» ho risposto, togliendomi le scarpe. «Molto bene.»

Antonio si è alzato, mi ha preso per il braccio e mi ha tirata verso di loro.

«Siediti.»

Mi sono seduta tra i due. Andrea mi ha passato lo spinello, Antonio mi ha messo una mano sulla coscia nuda, stringendo forte.

«Hai baciato quel coglione?» ha chiesto Andrea.

«Sì.»

«Gli hai fatto un pompino?»

«No.» Ho sorriso. «Però ci ho pensato.»

Silenzio. Poi Antonio ha riso piano, una risata amara.

«Sai che ti dico? Se ti piace tanto giocare, gioca con noi. Qui. Adesso.»

Mi hanno spogliata piano, senza fretta. Maglietta, reggiseno, shorts, mutandine. Nuda in mezzo a loro, sul divano. Andrea mi ha preso il mento, mi ha baciato profondo, lingua che sapeva di fumo. Antonio mi ha succhiato un capezzolo, mordicchiandolo abbastanza da farmi gemere.

Poi mi hanno messo in ginocchio sul tappeto.

«Fallo a tutti e due insieme, come l’altra volta» ha detto Andrea.

«Ma stavolta senza pietà» ha aggiunto Antonio.

Mi hanno messo i cazzi davanti alla faccia. Li ho presi in mano, li ho leccati alternandoli, succhiando prima uno poi l’altro. Loro mi tenevano i capelli, spingevano insieme, provando a entrarmi in bocca tutti e due. Le labbra mi si stiravano al limite, la gola bruciava, saliva che colava sul petto. Gemevo, piangevo un po’, ma non mi fermavo. Li guardavo dal basso, occhi lucidi, imploranti e provocatori insieme.

Andrea mi ha scopato la bocca più forte.

«Dimmi che sei nostra. Dillo.»

«Sono vostra» ho biascicato intorno ai cazzi.

Antonio ha spinto più a fondo.

«Di’ che non vuoi nessun altro.»

«Non voglio nessun altro» ho mentito, e in quel momento ci credevo davvero.

Mi hanno scopato la bocca a turno, poi insieme, finché non sono venuti quasi allo stesso momento. Andrea in gola, Antonio sul viso e sul petto. Ero un disastro: capelli arruffati, trucco sbavato, sperma ovunque. Mi hanno tirata su, mi hanno baciata tutti e due, uno sulla bocca, l’altro sul collo. Mi hanno stretta in mezzo a loro, corpi sudati, respiri pesanti.

«Sei nostra» ha sussurrato Andrea.

«Non provarci più con gli altri» ha aggiunto Antonio.

Io ho annuito, ma dentro sorridevo.

Perché sapevo che l’avrei rifatto. Solo per vedere fino a che punto potevano arrivare con la loro gelosia. Solo per sentirmi ancora più desiderata, più usata, più libera.

Il trio era diventato morboso, malato, irresistibile.

E io non volevo più uscirne.

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