Zitto e scopami
Chiara aveva trent’anni e un viso che sembrava dipinto da un angelo, con occhi grandi e azzurri che trasudavano innocenza. Ma il suo corpo raccontava un’altra storia: tette medie, sode, che riempivano bene le magliette aderenti, e un culo grosso, tondo e duro come marmo, che sembrava sfidare la gravità. Era sposata da appena due anni con Simone, trentatré anni, un tipo normale, con un lavoro da turnista che lo faceva dormire di giorno quasi ogni settimana. Vivevano in un condominio di periferia, un posto tranquillo, dove tutti si conoscevano almeno di vista. E proprio lì, sul loro stesso pianerottolo, c’era Alessandro, il vicino di casa. Trentanove anni, separato da poco, con un fisico scolpito da ore in palestra: spalle larghe, braccia muscolose e un’aria da stronzo che piaceva un po’ troppo a Chiara. Lo aveva notato subito, la prima volta che si erano incrociati mentre portava fuori la spazzatura. Lui le aveva sorriso, un sorriso che sembrava dire “so cosa vuoi, e posso dartelo”.
Non che Chiara fosse insoddisfatta di Simone. Lo amava, a modo suo. Ma c’era qualcosa in lei, un prurito, un bisogno che non riusciva a spegnere. E quel bisogno si accendeva ogni volta che incrociava Alessandro sul pianerottolo. Lui non ci provava mai direttamente, ma i suoi occhi la spogliavano senza vergogna. E lei, beh, iniziava a fantasticare. Soprattutto quando Simone dormiva come un sasso dopo il turno di notte, russando così forte che sembrava un trattore.
Una mattina, mentre Simone era crollato in camera, Chiara uscì a buttare un sacchetto di immondizia. Indossava una maglietta leggera, senza reggiseno, e un paio di leggings che le fasciavano il culo come una seconda pelle. Alessandro era lì, appoggiato allo stipite della sua porta, con una canottiera che metteva in mostra i bicipiti tesi. “Mattiniera, eh?” le disse, con quella voce bassa che le faceva venire i brividi. Lei sorrise, un po’ nervosa. “Sì, sai com’è, non mi piace lasciare la roba in giro.” Ma non si mosse. Restò lì, con il sacchetto in mano, sentendo il cuore battere più forte. Lui si avvicinò di un passo, e lei non si tirò indietro. “Tuo marito dorme?” chiese, come se niente fosse. Chiara annuì, mordendosi il labbro. “Sì, fino a tardi. Turno pesante.”
Non ci fu bisogno di aggiungere altro. Alessandro fece un cenno verso la sua porta. “Vuoi un caffè? Tanto non mi fai dormire con tutto quel rumore di tacchi sul pavimento.” Chiara rise, ma dentro di sé sentiva un calore crescerle tra le gambe. Sapeva che non era solo per un caffè. Ma voleva giocare, voleva vedere fin dove poteva spingersi. “Solo un caffè, però,” rispose, con un tono che non convinceva nemmeno lei.
Sul pianerottolo, però, la tensione era già troppo alta. Mentre seguiva Alessandro verso la sua porta, lui si fermò di colpo e si girò. Erano a un metro l’uno dall’altra, ma sembrava niente. “Sai che sei una bomba, vero?” le disse, senza giri di parole. Chiara arrossì, ma non abbassò lo sguardo. “E tu sei un porco che ci prova con le sposate,” replicò, con un sorriso storto. Lui rise piano, poi si avvicinò ancora. “Dimmi di no e me ne vado.” Ma lei non disse nulla. Invece, fece un passo avanti, e la sua mano sfiorò il davanti dei suoi pantaloni. Sentì subito che era già duro, spesso, pronto. “Cazzo,” mormorò lei, tra sé e sé. Poi, con un movimento rapido, iniziò a massaggiarlo sopra il tessuto, lì, sul pianerottolo, dove chiunque poteva passare. Il cuore le batteva all’impazzata, ma era proprio quello a eccitarla: il rischio, il proibito.
“Entriamo,” sussurrò Alessandro, con la voce roca. La portò dentro casa sua, chiudendo la porta con un calcio. Non persero tempo con il caffè. In cucina, Chiara si appoggiò al bancone, e lui le fu subito addosso, baciandola con una fame che la fece quasi tremare. Le sue mani erano ovunque: sul suo culo, che stringeva con forza, sotto la maglietta, sui capezzoli già duri. Lei ricambiò, tirandogli giù i pantaloni con un gesto deciso. Quando lo vide, nudo davanti a lei, con quel cazzo spesso e teso, quasi le mancò il fiato. “Porca puttana,” sussurrò, prima di inginocchiarsi.
Il pavimento della cucina era freddo sotto le sue ginocchia, ma non le importava. Lo prese in bocca senza pensarci due volte, succhiando con forza, con un ritmo che faceva rumore, uno di quei suoni bagnati e osceni che riempivano la stanza. Alessandro gemette piano, afferrandole i capelli. “Cazzo, sì, così… sei una troia nata,” mormorò, e quelle parole la eccitarono ancora di più. Continuò, muovendo la testa avanti e indietro, sentendo il sapore salato sulla lingua, mentre con una mano si toccava sotto i leggings, già fradicia.
Ma non era abbastanza. Dopo qualche minuto, lui la tirò su, la fece girare e le abbassò i leggings fino alle cosce. “Non qui,” disse lei, ansimando, “portami a casa mia. Voglio farlo lì.” Alessandro la guardò, sorpreso, ma eccitato da morire. “Sei sicura?” chiese. Lei annuì. “Sì. Ma fai piano. Se si sveglia, giuro che ti stacco il cazzo a morsi… ma non fermarti.”
Entrarono in casa di Chiara in punta di piedi, con il cuore che batteva forte per il rischio. Simone russava come un orso in letargo, a pochi metri di distanza, in camera da letto. La sala da pranzo era il posto perfetto. Chiara si chinò sul tavolo, spingendo il culo all’indietro, invitandolo senza bisogno di parole. Alessandro non se lo fece dire due volte. Le abbassò di nuovo i leggings, questa volta fino alle caviglie, e si posizionò dietro di lei. Le sue mani grandi le afferrarono i fianchi, mentre con l’altra guidava il cazzo contro di lei. “Piano, cazzo,” sussurrò lei, voltandosi appena. “Non voglio che ci senta.” Lui annuì, ma la voglia era troppa. La penetrò lentamente, facendola gemere piano, un suono soffocato che cercava di trattenere.
La sensazione era pazzesca. Alessandro la riempiva completamente, ogni spinta un misto di piacere e dolore che le faceva girare la testa. Il tavolo scricchiolava appena sotto il loro peso, ma il rumore del russare di Simone copriva tutto. “Cazzo, hai un culo da urlo,” mormorò lui, dandole uno schiaffo leggero sulla natica, che risuonò appena nella stanza. “Shhh… sta’ zitto e scopami,” rispose lei, con la voce spezzata dal piacere. Lui accelerò, spingendo più forte, più profondo, mentre il corpo di Chiara si muoveva contro il bordo del tavolo, i seni schiacciati sul legno freddo. L’odore del sesso, misto a quello del sudore, riempiva l’aria, e ogni tanto un gemito sfuggiva a entrambi, subito soffocato.
Dopo un po’, Alessandro uscì da lei, ansimando. “Girati un attimo,” disse, con la voce roca. Chiara obbedì, appoggiandosi con il culo sul tavolo, le gambe divaricate. Lui si chinò, leccandola con una fame che la fece quasi gridare. Dovette mordersi la mano per non fare rumore, mentre le sue dita le stringevano le cosce. Quando tornò dentro di lei, fu ancora più intenso. La posizione, con lei quasi seduta sul bordo e lui in piedi, le permetteva di sentire ogni centimetro di lui. “Cazzo, sto per venire,” mormorò Alessandro, dopo qualche minuto di spinte sempre più rapide. “Dentro no,” sussurrò lei, “sul culo.” Lui annuì, uscì all’ultimo secondo e si svuotò su di lei, caldo e appiccicoso, mentre Chiara ansimava, ancora tremante per il suo stesso orgasmo.
Non ci fu tempo per riprendere fiato. Alessandro la aiutò a rimettersi in piedi, le gambe ancora molli. Lo sperma le colava lungo le cosce, ma non le importava. Lo baciò, un bacio profondo, con la lingua, mentre le mani di lui le stringevano ancora il culo. “Domani, stesso orario,” sussurrò lei, guardandolo negli occhi. “Voglio sentirti ancora più dentro.” Lui sorrise, un sorriso da bastardo che le fece venire voglia di ricominciare subito. Ma sapevano entrambi che era ora di sparire, prima che Simone si svegliasse.
