Racconti Piccanti
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Diventare la puttana di uno sconosciuto ubriaco

Diventare la puttana di uno sconosciuto ubriaco

12 Marzo 2026·4 min di lettura

Mi chiamo Paolo, ho ventun anni e questa è la cosa più sporca e più vera che mi sia mai successa. È successo l’estate scorsa, agosto 2025, durante il mio primo viaggio da solo. Interrail low-cost, zaino da 40 litri, ostelli puzzolenti e zero piani. Ero partito per “trovare me stesso”, come dicono tutti i coglioni della mia età, ma in realtà volevo solo scopare, ubriacarmi e non pensare all’università che mi aspettava a settembre.

Sono finito in un ostello a Barcellona, uno di quelli da 18 euro a notte con bagni in comune, letti a castello arrugginiti e un terrazzo sul tetto dove tutti fumavano erba fino alle cinque del mattino. La terza notte ero strafatto di sangria da due litri comprata al supermercato e di due canne che mi aveva offerto un gruppo di australiani. Ero seduto sul letto di sotto del mio castello, in boxer e maglietta larga, con le cuffie nelle orecchie a guardare video porno sul telefono, quando è entrato lui.

Si chiamava – o almeno mi ha detto di chiamarsi – Raúl. Trent’anni circa, spagnolo, capelli neri unti, barba di tre giorni, maglietta dei Ramones strappata e un odore fortissimo di birra, sudore e sigarette. Era ubriaco marcio: barcollava, rideva da solo, parlava a voce troppo alta. Ha chiuso la porta della stanza a chiave (eravamo solo noi due in quel dormitorio da quattro letti, gli altri erano fuori), ha buttato lo zaino per terra e mi ha guardato.

«Tú qué haces aquí tan solo, guapo?» ha biascicato, con gli occhi rossi e lucidi.

Io ho tolto le cuffie, ho spento il telefono di scatto (stavo guardando un video di breeding gay, cazzo), e ho farfugliato qualcosa tipo «niente, sto andando a dormire».

Ma lui si è seduto sul mio letto senza chiedere permesso. Mi ha messo una mano sulla coscia, pesante, calda, e ha detto:

«No mientas. Te he visto tocarte antes. Tienes una cara de puta que no puedes esconder.»

Non so perché non mi sono alzato e non sono uscito. Forse perché ero sballato, forse perché avevo il cazzo già duro da mezz’ora, forse perché una parte di me voleva esattamente quello che stava per succedere.

Mi ha spinto giù sul materasso con una mano sola. Mi ha abbassato i boxer fino alle ginocchia senza delicatezza, mi ha girato di forza a pancia in giù. Sentivo il suo peso sopra di me, il fiato che puzzava di birra sul collo. Ha sputato sulla mano, me l’ha passata tra le chiappe in modo rozzo, due dita che entravano senza preavviso, girando, allargando. Io ho stretto i denti, ho mugugnato, ma non ho detto di no.

«Tranquilo, putito, te voy a romper bien rico» ha mormorato, ridendo tra sé.

Si è slacciato i jeans, ha tirato fuori il cazzo – grosso, non lunghissimo ma spesso, con le vene gonfie e la cappella già bagnata. Ha sputato di nuovo, stavolta direttamente sul buco, e ha spinto. La prima entrata è stata un bruciore secco, lancinante. Ho afferrato le lenzuola, ho soffocato un urlo nel cuscino. Lui non si è fermato: ha spinto fino in fondo con un colpo solo, grugnendo come un animale.

Poi ha iniziato a scoparmi. Forte. Senza ritmo, senza riguardo. Ogni spinta era un impatto violento, le palle che sbattevano contro le mie, il letto che cigolava come se stesse per rompersi. Mi teneva per i fianchi con le mani callose, mi tirava indietro mentre affondava, mi diceva porcate in spagnolo misto a inglese:

«Mira cómo se abre este culo de maricón… te gusta, ¿verdad? Te gusta que te follen como a una zorra barata…»

Io gemevo, piangevo piano, ma il cazzo mi pulsava contro il materasso. Ero duro come non mai. Ogni volta che spingeva sentivo qualcosa dentro di me cedere, allargarsi, arrendersi. Il bruciore si è trasformato in un calore strano, profondo, che mi faceva tremare le gambe.

A un certo punto ha rallentato, è uscito quasi del tutto, poi è rientrato piano, girando i fianchi per strofinare la cappella contro la prostata. L’ho sentita gonfiare, pulsare. Ho iniziato a spingere indietro io, senza rendermene conto. Lui ha riso forte.

«Ves? Eres una puta nata. Pídemelo.»

Ho mormorato, con la voce rotta: «Scopami… più forte…»

Mi ha dato uno schiaffo sul culo, forte, che ha lasciato il segno. Poi ha accelerato di nuovo, pompando come un pistone. Sudava, grugniva, mi insultava. «Toma, toma, toma… te voy a llenar entero…»

Quando è venuto l’ha fatto urlando qualcosa in spagnolo che non ho capito. Ha spinto fino in fondo, ha tenuto il cazzo piantato dentro mentre schizzava. Sette, otto getti caldi, densi. L’ho sentito riempirmi, colare fuori quando è uscito piano. Mi ha lasciato lì, a culo in aria, con lo sperma che mi scendeva lungo le cosce interne.

Si è tirato su i pantaloni, ha acceso una sigaretta, ha aperto la finestra e ha detto, come se niente fosse:

«Buenas noches, guapo. Mañana otra vez, ¿eh?»

Poi è uscito sul terrazzo a fumare.

Io sono rimasto sdraiato per mezz’ora buono, con il culo che bruciava, lo sperma che si asciugava sulla pelle, il respiro corto. Mi sono toccato piano, mi sono segato con la mano sporca di saliva e lubrificante naturale, e sono venuto in silenzio sul materasso, pensando a quanto fossi patetico e a quanto mi fosse piaciuto.

Il giorno dopo non l’ho più rivisto. Forse era partito, forse aveva cambiato ostello. Ma quella notte me la porto ancora dentro. Ogni volta che mi masturbo da solo penso al suo peso, al suo odore, al modo in cui mi ha sfondato senza chiedere permesso, al modo in cui ho chiesto di più.

Non so se sono gay, bi, o solo un coglione arrapato che ha scoperto di amare essere usato. So solo che quella notte, in quel dormitorio schifoso di Barcellona, sono diventato la puttana di uno sconosciuto ubriaco.

E non me ne pento neanche un po’.

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