La confessione che cambiò tutto
La luce dell’abat-jour era bassa, color ambra sporca. Katia era sdraiata di traverso sul letto, nuda dalla vita in giù, le cosce ancora leggermente aperte come se il suo corpo non avesse ancora deciso di chiudere la serata. Giovanni era seduto contro la testiera, la schiena rigida, le mani posate sulle lenzuola come se non sapesse più dove metterle.
Avevano fatto sesso mezz’ora prima. Il solito sesso di Giovanni: diligente, prevedibile, finito in meno di sette minuti. Lei aveva finto l’orgasmo con la stessa precisione con cui si risponde “bene, grazie” al cassiere del supermercato. Lui lo sapeva. Lo aveva sempre saputo.
Poi, invece di girarsi sul fianco e spegnere la luce come ogni altra sera, Katia aveva appoggiato la testa sulla sua coscia e aveva cominciato a parlare.
«Sai qual è stata la prima volta che ti ho messo le corna?»
Giovanni aveva sentito il cuore spostarsi di qualche centimetro verso lo sterno. Non aveva risposto. Non serviva. Lei avrebbe continuato comunque.
«Avevamo fatto sei mesi di matrimonio. Tu eri in trasferta a Bologna per quella convention. Io sono uscita con le ragazze, ho conosciuto un tipo… alto, tatuato sul collo, parlava poco ma quando parlava sembrava che ogni parola costasse fatica. Mi ha scopata nel bagno del locale, contro il lavandino. Non mi ha nemmeno tolto le mutandine, le ha solo spostate di lato. È durato pochissimo, ma io sono venuta due volte. Due. Con te non ero mai venuta nemmeno una.»
Silenzio. Il respiro di Giovanni era diventato rumoroso, irregolare.
Katia ha alzato lo sguardo, cercando i suoi occhi.
«Ti dà fastidio sentirmelo dire?»
Lui ha deglutito. La voce gli è uscita roca.
«No.»
Un sorriso piccolo, pericoloso, le è spuntato sulle labbra.
«Davvero?»
Giovanni ha abbassato gli occhi sulle sue cosce. Sulla pelle chiara c’era ancora il segno leggero delle dita di chissà chi, di chissà quando.
«Mi eccita.»
Katia si è tirata su lentamente, come un felino che decide se giocare o sbranare. Si è messa a cavalcioni su di lui, non per scopare, ma per guardarlo meglio in faccia. Le tette pesanti le sfioravano il petto.
«Ripetilo.»
«Mi eccita. Sapere che ti hanno scopata altri. Sapere che mentre io ti aspettavo a casa tu avevi un altro dentro.»
Lei ha inclinato la testa, studiandolo come se lo vedesse per la prima volta.
«Quante volte pensi che ti abbia tradito in questi dodici anni?»
«Non lo so.»
«Prova a indovinare.»
Giovanni ha chiuso gli occhi un istante.
«…tante.»
«Cinquantaquattro» ha detto lei, scandendo le sillabe. «Li ho contati. A volte più di uno al mese. A volte più di uno alla settimana. L’ultimo è durato dieci mesi. Pensavo di essere innamorata. Invece era solo bravo a scopare e a farmi sentire sporca nel modo giusto. Poi mi ha lasciata per una venticinquenne con le tette rifatte. E io ho deciso che basta innamoramenti. Da adesso in poi gli uomini li uso e basta.»
Ha fatto una pausa. Gli ha preso il mento tra pollice e indice, costringendolo a guardarla.
«E tu? Tu cosa vuoi essere per me, da oggi in poi?»
Giovanni tremava leggermente. Non di paura. Di qualcos’altro.
«Quello che vuoi.»
Katia ha sorriso di nuovo, ma stavolta era un sorriso affilato.
«Vediamo quanto sei sincero.»
Si è spostata, si è sdraiata supina, ha piegato le ginocchia e ha appoggiato i piedi nudi sul petto di lui. Le piante erano morbide, leggermente sudate, l’alluce laccato di rosso scuro.
«Baciali.»
Giovanni non ha esitato. Si è chinato in avanti e ha posato le labbra sull’arco plantare destro. Ha inspirato. C’era odore di lei, di crema, di sesso vecchio di un’ora, di pelle calda.
«Bravissimo» ha mormorato Katia. «Ora leccali. Lentamente. E ascoltami.»
Ha preso il telefono dal comodino. Ha aperto un’app, ha selezionato un numero a pagamento – uno di quelli che costano 3,99 al minuto – e ha premuto chiama. Ha messo in vivavoce.
Una voce maschile profonda ha risposto dopo due squilli.
«Pronto, piccola… già bagnata per me?»
Katia ha sorriso guardando Giovanni negli occhi.
«Moltissimo. Ho le mutandine inzuppate.»
Giovanni ha sentito il cazzo pulsare violentemente sotto i boxer. Ha continuato a leccare, la lingua che scivolava tra le dita dei piedi, raccogliendo ogni traccia di sapore.
«Dimmi cosa ti stai facendo» ha chiesto l’uomo al telefono.
«Ho il mio maritino che mi lecca i piedi mentre ti ascolto. Sta tremando, poverino. Credo stia per esplodere solo a sentirmi parlare con te.»
Giovanni ha mugolato contro la pianta del piede. Katia gli ha premuto l’alluce sulle labbra per zittirlo.
«Gli piace sapere che non sono sua» ha continuato lei, la voce che si abbassava in un sussurro osceno. «Gli piace sapere che stanotte magari mi faccio scopare da uno sconosciuto mentre lui resta a casa a lavarmi la biancheria intima sporca di un altro.»
L’uomo al telefono ha riso, una risata bassa e compiaciuta.
«Fallo mettere in ginocchio. Voglio sentirlo implorare di poterti leccare dove ti ho lasciato il mio sperma l’ultima volta.»
Katia ha guardato Giovanni. Gli ha fatto cenno di scendere. Lui è scivolato giù dal letto, in ginocchio sul pavimento, il viso all’altezza del suo sesso ancora lucido.
«Implora» gli ha ordinato lei, senza staccare gli occhi dai suoi.
Giovanni ha deglutito, la voce spezzata.
«Ti prego… lasciami leccare dove ti hanno scopata. Lasciami pulire tutto. Voglio sentire il sapore di un altro dentro di te.»
Katia ha sorriso, ha avvicinato il telefono alla bocca.
«Hai sentito? Il mio cuckold vuole pulirmi. Che ne dici, glielo lascio fare?»
L’uomo ha riso di nuovo.
«Lascialo fare. Ma digli che domani lo manderai a comprarmi preservativi. E che dovrà pagare lui la stanza d’albergo.»
Katia ha chiuso gli occhi un istante, travolta da un’ondata di calore puro, crudele, perfetto.
«Hai sentito, amore?» ha sussurrato a Giovanni, accarezzandogli i capelli con una mano mentre con l’altra teneva ancora il telefono. «Domani vai in farmacia. Compra una scatola grande. E poi prenoti una stanza. Per me e per lui.»
Giovanni ha annuito, gli occhi lucidi, il respiro corto. Ha appoggiato la fronte contro l’interno della sua coscia e ha iniziato a leccare piano, devotamente, mentre la voce sconosciuta al telefono continuava a dare ordini e Katia gemeva piano, non per il contatto della lingua, ma per il potere assoluto che sentiva scorrerle nelle vene.
