Sottomesso al fidanzato della sorella (parte 7)
Le settimane successive furono un vortice. Luciano e Diego si vedevano di nascosto, sempre più spesso, sempre più intensamente. Diego mandava messaggi secchi e diretti: “Vieni da me alle 18, Sara è al lavoro”, oppure “Porta il lubrificante, piccola, stasera ti apro per bene”. Luciano rispondeva sempre sì, il cuore in gola, il cazzo già duro solo a leggere quelle parole.
Diego alternava tutto. Un giorno lo baciava piano sul collo mentre erano in macchina, gli sussurrava “sei bellissimo quando arrossisci”, gli teneva la mano intrecciata alla sua per tutto il tempo. Il giorno dopo lo trattava come una troia da quattro soldi: lo faceva inginocchiare nel bagno di casa mentre Sara era sotto la doccia, gli scopava la bocca fino a fargli venire i conati, poi lo mandava via con un “pulisciti e sparisci prima che lei finisca”. Ogni volta era peggio. Ogni volta Luciano si odiava di più per quanto gli piaceva. Ogni volta si eccitava di più proprio perché era peggio.
Era diventato dipendente. Diego gli aveva fottuto il cervello, punto per punto, umiliazione dopo umiliazione.
Quel sabato sera Sara era uscita per l’addio al nubilato di un’amica. Sarebbe tornata solo la mattina dopo. Diego mandò un messaggio a Luciano alle 20:30 precise.
“Vieni da me alle 22. Truccati. Vestiti da femmina. Voglio vederti come la troietta che sei. Non deludermi.”
Luciano tremò di eccitazione. Passò un’ora davanti allo specchio: eyeliner nero sbavato ad arte, rossetto rosso scuro, un filo di blush. Indossò una gonna plissettata corta che aveva comprato di nascosto online, una canottierina aderente bianca, calze autoreggenti nere. Niente mutande. Il cazzo già mezzo duro che spuntava sotto la gonna ogni volta che si muoveva. Si sentiva ridicolo. Si sentiva perfetto.
Arrivò alla porta di Diego con le gambe che tremavano. Bussò piano.
Diego aprì con un sorriso storto, già brillo, gli occhi lucidi. Dietro di lui, sul divano, c’era un altro uomo: più giovane di Diego, capelli rasati ai lati, tatuaggi sulle braccia, una birra in mano. Luigi, il cugino.
Luciano rimase impalato sulla soglia, il rossetto che gli tremava sulle labbra.
Diego rise piano, gli prese il mento tra pollice e indice, lo girò verso l’altro.
«Luigi, guarda chi è arrivata. La mia troietta preferita. Luciano… o dovrei dire Luciana stasera?»
Luigi lo squadrò dalla testa ai piedi, un ghigno lento che gli si allargava in faccia. Alzò la birra in un brindisi muto.
«Ciao, bella» disse, la voce impastata.
Luciano non riusciva a muoversi. Il cuore gli scoppiava nel petto. Voleva scappare. Voleva buttarsi in ginocchio subito.
Diego lo prese per un polso, lo tirò dentro e chiuse la porta. La televisione era accesa su una partita, volume basso. Sul tavolino: birre, un posacenere pieno, un pacchetto di cartine aperto.
Diego e Luigi si rimisero comodi sul divano, piedi nudi appoggiati sul pouf davanti a loro. Diego schioccò le dita, un gesto secco, autoritario.
«Datti da fare, piccola. I piedi ci stanno implorando.»
Luciano rimase fermo, le mani strette sulla gonna, le guance in fiamme sotto il trucco.
Diego inclinò la testa, il tono che si induriva.
«Che c’è? Ti vergogni perché c’è mio cugino? Ma se ti piace da morire quando ti umilio… Dai, muoviti. O vuoi che ti faccia gattonare come la cagnetta che sei?»
Luigi ridacchiò piano, bevve un sorso.
Luciano fece un passo avanti, incerto.
Diego alzò la voce, volgare, crudele.
«No. Non così. Gattonando. A quattro zampe. Vieni qui come si deve, troia.»
Luciano sentì un’ondata di calore tra le gambe. Il cazzo gli si indurì completamente sotto la gonna, spingendo la stoffa in fuori. Capì in quel momento che non aveva più scampo. Diego gli aveva preso tutto: la dignità, la vergogna, il controllo. E lui lo voleva. Lo voleva disperatamente.
Si inginocchiò piano. Poi si mise a quattro zampe. Gattonò sul pavimento del salotto, la gonna che gli saliva sulle cosce, le calze che frusciavano contro il tappeto. Arrivò ai piedi di Diego. Alzò lo sguardo: Diego lo guardava con quel sorriso da padrone soddisfatto.
«Bravo. Ora lecca.»
Luciano tirò fuori la lingua. Iniziò dai talloni, salì piano sulle piante sudate, tra le dita. L’odore era forte, maschio, acre. Lo fece impazzire. Leccava con avidità crescente, succhiando le dita una per una, la saliva che gli colava sul mento.
Luigi fischiò piano.
«Cazzo, Diego… l’hai addestrato bene. Guarda come ci dà dentro.»
Diego annuì, appoggiando la testa allo schienale, bevendo un sorso di birra.
«Te l’avevo detto. È una troia nata. Vuoi sapere le ultime cose che gli ho fatto fare?»
Luciano continuò a leccare, ma le orecchie tese.
Diego iniziò a raccontare, la voce bassa e compiaciuta, come se stesse elencando trofei.
«Martedì scorso l’ho fatto pisciare in un bicchiere mentre ero al telefono con Sara, poi gliel’ho fatto bere tutto davanti allo specchio. Mercoledì gli ho legato le mani dietro la schiena e gli ho scopato la bocca per mezz’ora senza farlo venire, poi l’ho lasciato lì in ginocchio con il cazzo duro che gocciolava sul pavimento. Giovedì gli ho fatto le foto col telefono mentre era a pecora con il mio cazzo in culo, zoom sul suo faccino da puttana in lacrime. Venerdì l’ho portato al parcheggio del centro commerciale di notte, l’ho fatto inginocchiare tra due macchine e gli ho sborrato in gola mentre passavano le macchine. E oggi… guarda come lecca i piedi davanti a te, Luigi. Guarda come trema dall’eccitazione.»
Ogni parola era un colpo. Luciano sentiva il cazzo pulsare violentemente sotto la gonna, pre-sborra che bagnava la stoffa. Leccava sempre più forte, più disperato, la lingua che scavava tra le dita di Diego, succhiando come se la sua vita dipendesse da quello.
Diego gli accarezzò i capelli con una mano, quasi teneramente.
«Vedi, cugino? È mio. Completamente mio.»
Luigi rise piano, finendo la birra.
«Allora… che si fa adesso con la tua troietta?»
