Racconti Piccanti
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Lezione proibita nella funicolare

Lezione proibita nella funicolare

12 Marzo 2026·6 min di lettura

Sono Martina, ho 24 anni e lavoro come segretaria in uno studio notarile di questa piccola città montana. Non è esattamente il lavoro dei miei sogni, ma è stabile, e per una come me, cresciuta con le suore e un rosario sempre in borsa, la stabilità è tutto. Sono timida, lo so, e pure un po’ rigida. L’educazione cattolica mi è rimasta appiccicata addosso come un’etichetta che non si stacca mai del tutto. Ogni volta che penso a qualcosa di “peccaminoso”, sento la voce di mia madre che mi dice: “Martina, il Signore vede tutto”. Eppure, c’è una parte di me, nascosta, che scalpita per il proibito. E ieri, su quella funicolare bloccata, quella parte ha preso il sopravvento.

Ero salita sulla funicolare storica per tornare a casa dopo un turno extra in ufficio. È un tragitto che faccio spesso: la cabina di legno scricchiola, le vetrate mostrano il panorama delle montagne, e di solito c’è sempre qualche turista che scatta foto. Ma quel giorno, a metà corsa, la cabina si è fermata di colpo. Un guasto, hanno detto dall’altoparlante, con una voce metallica e annoiata. “Restate calmi, stiamo risolvendo”. Facile a dirsi. Eravamo solo in due: io, con la mia gonna grigia al ginocchio e la camicetta bianca ben abbottonata, e Lorenzo, la guida turistica della funicolare. Lo conoscevo di vista: 35 anni, alto, con una barbetta curata e occhi verdi che sembrano sempre sul punto di ridere. Ha una voce calma, vellutata, di quelle che ti fanno venir voglia di ascoltarlo per ore. Indossava la solita giacca blu della divisa, un po’ stretta sulle spalle larghe, e un sorriso tranquillo, come se un guasto a cento metri d’altezza fosse la cosa più normale del mondo.

All’inizio non ci siamo detti molto. Io stringevo la borsa al petto, nervosa, mentre il buio ci avvolgeva – le luci della cabina si erano spente insieme al motore. “Tranquilla, succede ogni tanto,” ha detto lui, appoggiandosi con una spalla alla parete di legno. “Tra poco ripartiamo.” La sua voce mi ha calmata un po’, ma sentivo comunque il cuore battere forte. Non per la paura di restare bloccata, ma perché essere chiusa lì dentro con lui, al buio, mi faceva sentire… strana. Come se stessi già peccando solo a guardarlo.

Dopo qualche minuto di silenzio, ha iniziato a chiacchierare, raccontandomi aneddoti sulla funicolare, sulle montagne, su turisti buffi che aveva accompagnato. Io rispondevo a monosillabi, arrossendo ogni volta che i nostri occhi si incrociavano. Poi, a un certo punto, si è avvicinato. Non di molto, appena un passo, ma abbastanza perché sentissi il calore del suo corpo nello spazio ristretto della cabina. “Hai freddo?” ha chiesto, notando che tremavo un po’. Ho scosso la testa, ma lui ha insistito. “Vieni qui, non mordo.” E con un gesto lento mi ha sfiorato il braccio, come per rassicurarmi. Quel contatto mi ha fatto sobbalzare. Avrei voluto allontanarmi, ma non l’ho fatto. C’era qualcosa in lui, nel suo modo di guardarmi, che mi teneva inchiodata lì. La mia testa gridava “peccato, peccato, scappa”, ma il resto di me voleva restare.

Siamo rimasti così, vicini, per un po’. Lui continuava a parlare, ma ora la sua mano era appoggiata leggera sulla mia spalla, e io non riuscivo a concentrarmi su niente che non fosse il suo tocco. “Sai,” ha detto a un tratto, abbassando la voce, “Dio perdona chi obbedisce con il cuore.” Quelle parole mi hanno colpita come un fulmine. Ho aperto la bocca per dire qualcosa, ma non è uscito niente. Lui ha sorriso, un sorriso gentile ma con un’ombra di malizia, e poi ha fatto scivolare la mano verso il basso, lungo il mio fianco, fino alla cintura dei jeans. “Rilassati, Martina,” ha sussurrato, mentre con l’altra mano mi sfiorava il viso. Sentivo il cuore in gola, ma non mi sono mossa. Quando ha iniziato a slacciarmi i jeans, con una lentezza che sembrava studiata apposta per torturarmi, ho chiuso gli occhi. La vergogna mi bruciava, ma c’era anche un calore, più in basso, che non riuscivo a ignorare.

“Non fare rumore,” ha detto piano, mentre la zip scendeva con un suono che mi sembrava assordante in quel silenzio. Mi ha abbassato i jeans appena sotto i fianchi, lasciando che l’aria fresca mi sfiorasse la pelle. Ero paralizzata, con le guance in fiamme, ma quando le sue dita hanno sfiorato la stoffa degli slip, un brivido mi ha attraversata. “Lo vuoi, vero?” ha chiesto, guardandomi dritto negli occhi. Non ho risposto, non ci riuscivo, ma il mio silenzio doveva essere stato abbastanza, perché ha continuato. Mi ha accarezzata lì, sopra la stoffa, con movimenti lenti, circolari, che mi facevano stringere le gambe per l’imbarazzo e il piacere insieme. Ogni tanto si fermava, mi guardava, e poi ricominciava, come se stesse giocando con la mia pazienza. “Brava, stai ferma,” mormorava, e io mi sentivo piccola sotto il suo sguardo, ma allo stesso tempo… viva.

Dopo un po’, mi ha fatto girare, spingendomi piano con le spalle contro la parete della cabina. Si è inginocchiato davanti a me, e ho sentito le sue mani tirarmi giù gli slip fino alle cosce. Ero rossa come un peperone, con le mani che tremavano mentre cercavo di coprirmi il viso. “Non guardare, per favore,” ho sussurrato, ma lui ha riso piano. “Non ti preoccupare, ci penso io.” E poi ho sentito la sua bocca, calda e umida, proprio lì. Ho soffocato un gemito, mordendomi il labbro così forte che pensavo mi uscisse sangue. Le sue labbra e la sua lingua si muovevano con una precisione che mi faceva impazzire, alternando tocchi leggeri a succhiate più decise. Sentivo le gambe cedere, ma lui mi teneva ferma con le mani sui fianchi, come se non volesse lasciarmi scappare. Ogni tanto alzava gli occhi, e vederlo lì, con quel sorriso soddisfatto, mi faceva arrossire ancora di più.

Quando si è rialzato, avevo il fiato corto e la testa che girava. Si è slacciato i pantaloni con calma, senza smettere di guardarmi. “Adesso tocca a te,” ha detto, con quella voce vellutata che sembrava un ordine mascherato da invito. Mi sono inginocchiata, tremando, mentre lui mi guidava con una mano tra i capelli e l’altra appoggiata sul mio collo. “Apri la bocca, piano,” ha detto, e io ho obbedito, anche se la vergogna mi stava uccidendo. Era duro, caldo, e il sapore era strano, salato, ma non sgradevole. “Brava, proprio così, respira col naso, piccola…” ha mormorato, correggendomi il ritmo con piccoli movimenti della mano nei miei capelli. Mi diceva come muovermi, quanta pressione fare con la lingua, fino a dove andare. Ogni tanto stringeva un po’ di più, guidandomi, e io mugolavo di imbarazzo, ma non mi fermavo. Non potevo. C’era qualcosa nel suo modo di comandare, dolce ma fermo, che mi faceva sentire… bene.

“Guardami,” ha detto a un certo punto, e io ho alzato gli occhi, con le guance in fiamme e la bocca piena. Il suo sguardo era intenso, soddisfatto, e mi ha fatto arrossire ancora di più. Ha iniziato a muoversi lui, con spinte lente ma decise, tenendomi ferma per i capelli. Sentivo il suo respiro diventare più pesante, i suoi gemiti bassi, quasi soffocati, e l’odore di sudore e pelle che ci avvolgeva. “Ci sono quasi,” ha detto, con la voce roca, e poi ha stretto più forte, bloccandomi. Quando è venuto, caldo e abbondante, nella mia gola, non mi ha lasciata muovere. “Ora puoi dire le preghiere con la bocca piena di me,” ha sussurrato, e quelle parole mi hanno colpita come uno schiaffo, ma allo stesso tempo mi hanno fatto tremare di un piacere che non capivo.

Dopo, mi ha aiutata ad alzarmi, con un sorriso tranquillo, come se niente fosse successo. Mi sono tirata su i jeans con mani tremanti, senza guardarlo negli occhi. Non c’era bisogno di parole. La cabina era ancora ferma, il buio ancora intorno a noi, ma qualcosa dentro di me era cambiato. Non so se torneremo mai a parlarne, ma una cosa è certa: non dimenticherò mai quella corsa interrotta.

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