Racconti Piccanti
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Proprietà vigilanza: da usare gratis

Proprietà vigilanza: da usare gratis

12 Marzo 2026·6 min di lettura

Mi chiamo Nico, ho 24 anni e, diciamo, non passo inosservato. Non sono né maschio né femmina al cento per cento, almeno non nell’aspetto. Mi piace il trucco, quel tocco di eyeliner che allunga lo sguardo, un po’ di gloss sulle labbra e smalto glitter sulle unghie, che luccica quando muovo le mani. Oggi ho messo dei leggings neri semitrasparenti, che lasciano poco all’immaginazione, e una felpa corta che scopre un pezzo di pancia. Non lo faccio per provocare, giuro, è solo che mi sento bene così. Ma forse, in fondo, so che attiro gli sguardi, e una parte di me ci gode.

Dovevo andare a trovare un amico, Marco, nel suo ufficio. Un posto enorme, un complesso di edifici con parcheggi sotterranei che sembrano labirinti. Arrivo al livello -2, un posto buio e puzzolente di benzina e gomma bruciata. Parcheggio la macchina e scendo per darmi un’occhiata allo specchietto laterale. Mi sistemo il trucco, passo una mano tra i capelli corti ma spettinati ad arte. Non mi accorgo subito delle due figure che si avvicinano, ma quando alzo lo sguardo nello specchietto, eccoli lì: due vigilantes notturni, grossi come armadi, con le divise nere attillate che mettono in mostra i muscoli da palestra. Avranno sui trenta, trentacinque anni. Uno ha la barba corta e curata, l’altro un viso liscio ma duro, con una cicatrice sopra il sopracciglio. Mi guardano e non dicono niente, ma i loro occhi parlano chiaro.

“Che cazzo fai qui a quest’ora?” dice il barbuto, con un tono che non ammette cazzate. Io sorrido, un po’ nervoso, cercando di sembrare tranquillo. “Sto solo andando da un amico, lavora al quinto piano.” L’altro, quello con la cicatrice, si avvicina e mi squadra dalla testa ai piedi. “Con ‘sto look da puttanella? Non ci credo. Sei qui per altro.” Il cuore mi batte forte, ma non so se è paura o qualcos’altro. “No, davvero, non sto scherzando,” balbetto, ma non mi lasciano nemmeno finire. Mi afferrano, uno per un braccio, e mi spingono tra due macchine parcheggiate, lontano dagli occhi di chiunque possa passare.

“Stai fermo, frocio,” ringhia il barbuto, mentre mi sbatte con la faccia contro il cofano di una berlina. Sento il metallo freddo contro la guancia, il fiato mi si spezza. “Non sono un frocio,” protesto, ma la mia voce trema e so che non convince nessuno. L’altro mi tira su la felpa, scoprendomi la schiena, e con un gesto secco mi abbassa i leggings fino alle cosce. “Oh, guarda che culo,” dice, dando una pacca forte che mi fa sobbalzare. Mi vergogno da morire, ma una parte di me, una parte che non voglio ammettere, sente un brivido che non dovrebbe esserci. Sono spaventato, sì, ma il mio corpo reagisce in un modo che mi fa schifo e mi eccita allo stesso tempo.

Mi trascinano via, verso un gabbiotto di sicurezza in un angolo del parcheggio. È un buco puzzolente di sudore e caffè freddo, con una luce fioca che illumina a malapena un tavolo di metallo e un paio di sedie. Mi spingono dentro e chiudono la porta. “Ora vediamo quanto fai lo stronzo,” dice il barbuto, mentre mi sbatte di nuovo, stavolta contro il tavolo. Il bordo mi preme contro lo stomaco, mi fa male, ma non riesco a muovermi. L’altro mi afferra le gambe e le apre con forza, facendomi perdere l’equilibrio. Cado in avanti, le mani che cercano di afferrare qualcosa, ma non c’è niente. “Stai fermo, cazzo,” ringhia, e sento il rumore di una cintura che si slaccia.

Non so perché non urlo. Forse perché so che non mi sentirebbe nessuno, o forse perché una parte di me, quella che odio, vuole vedere dove va a finire. Mi toccano, mani ruvide che esplorano, che stringono. Uno di loro mi tira i capelli, costringendomi a guardare il suo viso. “Ti piace, eh? Lo sapevo.” Non rispondo, ma il mio respiro accelerato parla per me. Mi sento umiliato, ma ogni tocco, ogni parola sporca, mi accende qualcosa dentro. Mi odio per questo.

Il barbuto si mette dietro di me, mentre l’altro mi tiene fermo. Sento il calore del suo corpo, il tessuto ruvido dei suoi pantaloni contro la mia pelle nuda. Mi preme contro il tavolo, il suo respiro caldo sul collo. “Ora stai buono,” dice, e con una mano mi abbassa i leggings fino alle caviglie. Sono esposto, vulnerabile, e il freddo del gabbiotto mi fa rabbrividire. Mi tocca, prima piano, poi con più decisione, esplorando con le dita. Stringo i denti, un misto di dolore e piacere che non riesco a controllare. “Cazzo, sei stretto,” mormora, e io chiudo gli occhi, le lacrime che mi pizzicano agli angoli. Non voglio che mi piaccia, ma il mio corpo non mi ascolta.

L’altro, quello con la cicatrice, si slaccia i pantaloni e si piazza davanti a me, tenendomi la testa con una mano guantata. “Apri la bocca,” ordina, ma io scuoto la testa, anche se so che non ho scelta. Mi tappano la bocca con la mano, il guanto che puzza di cuoio e sudore, mentre il barbuto dietro di me inizia a spingere. È lento all’inizio, ma deciso, e io mugolo contro il guanto, il corpo che trema. Mi penetra, e il dolore mi fa stringere i denti, ma c’è anche un calore che si diffonde, un piacere che non voglio ammettere. “Cazzo, sì,” grugnisce, e io sento il suo peso su di me, le sue mani che mi stringono i fianchi.

Nel frattempo, il walkie-talkie sulla scrivania gracchia. “Unità 4, rispondete. Controllo al livello -1.” Il cuore mi balza in gola. Se ci beccano, siamo fottuti. Ma loro non si fermano. Il barbuto mi spinge più forte, il ritmo che aumenta, mentre l’altro mi tiene fermo, guardandomi con un ghigno. “Stai zitto, frocio, o ci fai scoprire,” sussurra, e io annuisco, terrorizzato ma incapace di smettere di gemere piano. Il suono dei nostri corpi che si scontrano riempie il gabbiotto, il suo odore di sudore e sesso che mi invade le narici.

Poi si scambiano. Il barbuto si tira indietro, ansimando, e l’altro prende il suo posto. Mi fanno mettere a terra, a pecora sul pavimento freddo e sporco. Mi tengono le mani dietro la schiena, i guanti che mi graffiano la pelle, mentre il secondo mi penetra con un grugnito. “Cazzo, sei una troia perfetta,” dice, e io piango, le lacrime che mi rigano il viso, ma il mio corpo si contrae intorno a lui, tradendomi. Ogni spinta mi scuote, il pavimento duro sotto le ginocchia, il dolore che si mischia a un piacere che mi fa vergognare. “Più forte,” mormoro, senza nemmeno rendermene conto, e loro ridono, soddisfatti. Mi sbattono senza sosta, uno dopo l’altro, il rumore delle loro cinture che sbattono contro i pantaloni, i loro gemiti bassi e animaleschi.

Il walkie-talkie gracchia di nuovo, ma loro lo ignorano. Sono troppo presi, e io pure, perso in un mix di umiliazione e desiderio. Quando arrivano al limite, lo sento. Il barbuto mi riempie per primo, con un grugnito profondo, e io tremo, il corpo che si contrae senza il mio controllo. Poi tocca all’altro, che mi stringe i fianchi così forte da lasciarmi i segni. Quando ha finito, crollo a terra, esausto, il respiro spezzato, il corpo che gocciola e trema.

Non mi lasciano andare subito. Mi tirano su, mi spingono di nuovo contro il tavolo e mi legano i polsi con delle fascette da cantiere, strette al punto da farmi male. Sono nudo dalla vita in giù, il culo esposto, ancora gocciolante del loro sperma. Uno di loro prende un pennarello dalla scrivania e scrive qualcosa sul mio petto. Non riesco a vedere, ma sento il freddo della punta sulla pelle. “Proprietà vigilanza – da usare gratis,” legge ad alta voce, e ridono entrambi. Mi lasciano lì, legato, esposto, mentre escono dal gabbiotto chiudendo la porta dietro di sé. Sento i loro passi che si allontanano, il gracchiare del walkie-talkie che svanisce nel silenzio. Non so quanto tempo passerà prima che qualcuno mi trovi, ma in questo momento, con il corpo ancora caldo e il respiro corto, non so nemmeno se mi importa.

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