Il treno regionale in ritardo di 3 ore
Filippo aveva 33 anni e una vita che sembrava un loop infinito di treni pendolari, cravatte allentate e un laptop sempre aperto sulle ginocchia. Ogni mattina, stesso vagone, stesso odore di ferro e sudore stantio, stessa corsa contro il tempo per rispondere a email di lavoro che non gli importavano davvero. Era uno di quei tipi che sembrano sempre stanchi, con la barba di un giorno e gli occhi un po’ spenti dietro gli occhiali. Ma quel giorno, sul regionale delle 18:47, qualcosa spezzò la solita noia.
Accanto a lui, con un’aria da chi se ne frega del mondo, si sedette Giulio. Ventotto anni, capelli mossi e spettinati, una chitarra malconcia sulle spalle e un odore che era un misto di erba appena fumata e sudore buono, di quelli che non danno fastidio ma ti fanno girare la testa. Indossava una maglietta scolorita dei Nirvana e un paio di jeans strappati che sembravano vissuti più di lui. Filippo lo notò subito, ma fece finta di niente, tornando a fissare lo schermo del laptop. Però, cavolo, quel profumo gli arrivava dritto al naso.
Il treno partì con il solito scossone, ma dopo nemmeno mezz’ora si fermò di colpo in mezzo alla campagna. Buio pesto fuori dai finestrini, solo le luci fioche dell’interno che tremolavano come se anche loro fossero stufe di quella giornata. Un annuncio gracchiante confermò il guasto tecnico, “ci scusiamo per il disagio”, bla bla bla. Filippo sbuffò, chiuse il laptop con un gesto stizzito. Giulio, invece, ridacchiò. “Sempre così, eh? Questi treni sono una barzelletta.”
Filippo lo guardò per la prima volta negli occhi. Verdi, con un lampo di sfacciataggine. “Già. E io che pensavo di arrivare a casa prima di mezzanotte.”
“Tranquillo, amico. Tanto che fretta c’è? Non hai l’aria di uno che deve correre da una fidanzata.” Giulio gli fece l’occhiolino, tirando fuori la chitarra dalla custodia. “Ti faccio un pezzo, dai. Tanto qui non c’è un cazzo da fare.”
Filippo alzò un sopracciglio, ma non protestò. Giulio iniziò a pizzicare le corde, un motivo lento, un po’ malinconico, che sembrava perfetto per quel vagone mezzo vuoto e quella notte ferma. Filippo lo ascoltava, le mani ferme sulle cosce, sentendo una strana tensione crescerli dentro. Non era solo la musica. Era il modo in cui Giulio lo guardava, ogni tanto, con un sorrisetto che sembrava dire “so cosa stai pensando”.
A un certo punto, Giulio gli porse la chitarra. “Tocca qui, dai. Senti com’è.” Filippo esitò. Non sapeva suonare, non aveva mai toccato uno strumento in vita sua. Ma c’era qualcosa in quel tono, in quell’invito, che lo spinse ad accettare. Le loro mani si sfiorarono sulle corde. La pelle di Giulio era ruvida, calda, e Filippo sentì un brivido che non aveva niente a che fare con il freddo del vagone. Ritirò la mano di scatto, borbottando un “non ci capisco niente”, ma il cuore gli batteva più forte.
“Rilassati, non mordo mica,” disse Giulio, con quel ghigno che lo faceva sembrare un ragazzaccio. Ma non smise di guardarlo, e Filippo si accorse che anche lui lo stava fissando un po’ troppo. La verità era che si sentiva attratto, e la cosa lo spiazzava. Non era tipo da avventure, da sguardi rubati con uno sconosciuto. Eppure, in quel momento, con il treno fermo e il buio fuori, gli sembrava che tutto il resto del mondo fosse sparito.
Giulio posò la chitarra di lato e si avvicinò appena, il ginocchio che sfiorava quello di Filippo. “Sai, questi treni del cazzo hanno un vantaggio. Nessuno ci guarda.” La voce era bassa, quasi un sussurro, ma carica di intenzioni. Filippo deglutì, sentendo il calore di quel corpo vicino. Una parte di lui urlava di lasciar perdere, di tornare al suo laptop e fingere che non stesse succedendo niente. Ma l’altra parte, quella che non ascoltava mai, gli faceva venire voglia di vedere dove sarebbe andato a parare.
“Che vuoi dire?” chiese, con un tono che cercava di sembrare neutro ma tradiva un’aspettativa.
“Voglio dire che quel bagno laggiù è libero. E che mi sembri uno che ha bisogno di staccare la spina.” Giulio non girava intorno alle cose, e Filippo si ritrovò a ridere, una risata nervosa, mentre il sangue gli saliva alle guance.
“Sei matto. E se ci beccano?”
“Non ci becca nessuno. Dai, non fare il rigido. Tanto, che hai da perdere?” Giulio si alzò, dandogli una leggera pacca sulla spalla, e si avviò verso il fondo del vagone. Filippo rimase fermo un attimo, il cuore che gli martellava. Poi, come spinto da un impulso che non controllava, si alzò e lo seguì.
Il bagno del treno era minuscolo, puzzava di disinfettante e aveva uno specchio sporco sopra un lavandino ammaccato. Si chiusero dentro, stretti come sardine, e per un attimo si guardarono senza dire nulla. Poi Giulio ruppe il silenzio con un sorrisetto. “Non è il Ritz, ma ci accontentiamo.”
Filippo non rispose. Era troppo preso dal calore del corpo di Giulio, da come il suo respiro gli sfiorava il collo. Giulio gli posò una mano sul petto, sopra la camicia, e iniziò a slacciare i primi bottoni con una lentezza che sembrava voluta. “Cazzo, hai l’aria di uno che non si lascia mai andare. Ti faccio un favore, fidati.”
Filippo lo lasciò fare, il fiato corto, mentre le dita di Giulio gli sfioravano la pelle. Poi Giulio si abbassò, inginocchiandosi sul pavimento sporco senza pensarci due volte. Gli slacciò la cintura con gesti decisi, abbassandogli i pantaloni quel tanto che bastava. Filippo sentì le mani calde di Giulio sulle cosce, poi la sua bocca che lo accoglieva, umida e decisa. Un gemito gli scappò senza che potesse controllarlo, mentre Giulio lavorava con una sicurezza che lo faceva impazzire. Il suono era osceno, rumoroso, un mix di labbra e saliva che riecheggiava in quel cubicolo. “Cazzo, sì, così…” mormorò Filippo, la voce roca, una mano appoggiata al muro per reggersi.
Giulio alzò lo sguardo, con un’espressione da bastardo soddisfatto, ma non smise. Continuò, lento e poi più veloce, fino a che Filippo non sentì le gambe tremare. Ma non voleva che finisse così. Lo afferrò per le spalle, tirandolo su con un gesto brusco. “Tocca a me, ora,” disse, quasi ringhiando.
Giulio si lasciò sollevare, ridendo piano. “Fai sul serio, eh?” Si voltò, appoggiandosi al lavandino, mentre Filippo gli abbassava i jeans con mani che tremavano dall’eccitazione. Lo spazio era così stretto che i loro corpi si schiacciavano l’uno contro l’altro, il respiro di entrambi pesante. Filippo si posizionò dietro di lui, guardandosi nello specchio sporco mentre si preparava. Giulio era piegato in avanti, le mani aggrappate al bordo del lavandino, il culo sodo e invitante sotto la luce fioca. Filippo lo penetrò con una spinta lenta ma decisa, sentendo il calore e la resistenza, un gemito che sfuggiva a entrambi. “Porca troia, sei stretto,” sibilò, mentre Giulio rispondeva con un “Muoviti, dai, non fare il gentile.”
Le spinte iniziarono lente, il poco spazio li costringeva a movimenti corti ma intensi. Ogni affondo era un misto di fatica e piacere, con il rumore dei loro corpi che si scontravano e il respiro affannoso che riempiva l’aria. L’odore di sudore e sesso era forte, quasi soffocante, ma a Filippo non importava. Guardava nello specchio il viso di Giulio, contratto dal piacere, e il proprio, rosso e sudato, con un’espressione che non si riconosceva. Accelerò, le mani sui fianchi di Giulio, stringendo forte. “Cazzo, sto per venire,” grugnì, e Giulio rispose con un “Anch’io, dai, spingi.”
Proprio mentre entrambi raggiungevano il limite, il treno diede uno scossone e ripartì, il rumore delle rotaie che copriva i loro gemiti finali. Si lasciarono andare insieme, ansimando, con il corpo di Filippo ancora premuto contro quello di Giulio. Per un attimo rimasero così, immobili, poi si separarono con una risata nervosa. Si tirarono su i pantaloni alla meglio, scambiandosi un’occhiata nello specchio. “Beh, non male per un guasto tecnico,” disse Giulio, con quel sorrisetto di prima.
Tornarono ai loro posti in silenzio, le guance rosse e un sorriso da cospiratori stampato in faccia. Il treno continuava la sua corsa, e loro sapevano che non avrebbero dimenticato quella notte.
