Racconti Piccanti
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Zia Roberta e la spiaggia proibita

Zia Roberta e la spiaggia proibita

11 Marzo 2026·7 min di lettura

Era una di quelle mattinate di fine agosto in cui il sole sembrava voler arrostire ogni cosa, e il mare davanti alla piccola baia di San Lorenzo era piatto come uno specchio. Davide, ventitré anni, capelli arruffati e un fisico da universitario che passava più tempo a bere birra che in palestra, era steso su un asciugamano sgangherato, con gli occhiali da sole storti sul naso. Accanto a lui, la zia Roberta, quarantanove anni portati con una spavalderia che faceva girare la testa anche ai ragazzini. Indossava un bikini nero che non lasciava molto all’immaginazione, con le curve abbondanti e la pelle abbronzata che luccicava di crema solare. Era la sorella di sua madre, ma non aveva mai avuto quel fare da “zia” classica: niente baci sulla guancia o dolcetti fatti in casa. Roberta era il tipo che ti offriva un sorso di birra alle spalle di tua madre e ti faceva l’occhiolino come se condivideste un segreto.

“Davide, muovi quel culo, non siamo mica qui per fare la muffa,” gli aveva detto poco prima, alzandosi di scatto dall’asciugamano. “Vieni con me, ti faccio vedere un posto che non conosce nessuno.” Lui aveva borbottato qualcosa, poco convinto, ma l’idea di starsene da solo sotto il sole a sciogliersi non era allettante. Così, con le infradito che sbattevano rumorosamente, l’aveva seguita lungo un sentierino tra gli scogli, lontano dalla spiaggia principale dove i bagnanti urlavano e i bambini schizzavano acqua ovunque.

Arrivarono a una piccola caletta nascosta, un angolo di sabbia e rocce dove il rumore delle onde sembrava più intimo, quasi complice. Non c’era anima viva. Roberta si fermò, si tolse gli occhiali da sole e si voltò verso di lui con un sorriso che aveva qualcosa di pericoloso. “Bello, no? Qui puoi fare quello che ti pare, tanto nessuno ci vede.” Davide alzò un sopracciglio, sentendo un formicolio strano nello stomaco. Non era un idiota, aveva notato come lo guardava da un po’ di tempo, con quegli occhi che sembravano spogliarlo a ogni occhiata. Ma era sua zia, Cristo santo. Non si poteva mica pensare certe cose.

“Sì, carino,” rispose lui, grattandosi la nuca, cercando di sembrare disinvolto. Lei si avvicinò di un passo, troppo per essere casuale, e gli posò una mano sul braccio. Il contatto fu leggero, ma bruciava come una scossa. “Sai, Davide, sei diventato un bel ragazzo. Non sei più il moccioso che correva dietro alle lucertole.” Lui rise, un po’ a disagio, ma non si spostò. “Grazie, zia. Anche tu stai… bene.” Che cazzo stava dicendo? Si sentiva un cretino, ma lei sembrò apprezzare, perché il suo sorriso si allargò.

Dentro di lui, i pensieri si accavallavano. Da una parte, quella situazione gli sembrava assurda, sbagliata su troppi livelli. Dall’altra, il calore del suo tocco, il modo in cui il suo bikini le stringeva i fianchi, gli stavano mandando il cervello in tilt. Non era mai stato un santo, ma questa era un’altra categoria di casino. Roberta, come se gli leggesse nel pensiero, si avvicinò ancora, fino a che il suo profumo – un misto di crema solare e qualcosa di più dolce – gli invase le narici. “Rilassati, non mordo. A meno che tu non lo voglia,” sussurrò, con un tono che era mezzo scherzo e mezzo sfida.

Davide deglutì a fatica, sentendo il cuore battergli nelle orecchie. Non sapeva come ci fosse arrivato, ma quando lei gli sfiorò il petto con le dita, scendendo piano verso l’elastico del costume, non la fermò. “Zia, che stai facendo?” mormorò, con la voce che gli tremava appena. Lei lo guardò dritto negli occhi, senza un briciolo di imbarazzo. “Quello che voglio da un po’. E tu lo vuoi quanto me, non fare il finto tonto.” Aveva ragione, maledizione. Il suo corpo stava già reagendo, e il costume non nascondeva un accidente.

Roberta si inginocchiò sulla sabbia, lenta, senza mai staccare gli occhi dai suoi. Con un gesto deciso, gli abbassò il costume quel tanto che bastava, liberandolo. Davide sentì l’aria calda sulla pelle e un’ondata di imbarazzo mista a eccitazione. “Cazzo, zia…” iniziò, ma lei lo interruppe con una risata bassa. “Shh, rilassati. Fammi fare.” Le sue mani gli accarezzarono le cosce, risalendo con una lentezza che era quasi una tortura. Poi si chinò in avanti, e la sensazione della sua bocca calda e bagnata che lo avvolgeva fu come un pugno nello stomaco. Davide si lasciò sfuggire un gemito, stringendo i pugni lungo i fianchi. Lei lavorava con calma, con una sicurezza che lo faceva impazzire, alternando movimenti lenti a succhiate più decise. Ogni tanto alzava lo sguardo, come per controllare la sua reazione, e quel contatto visivo gli mandava il cervello in corto circuito.

“Porca miseria, sei… sei incredibile,” riuscì a dire, con la voce spezzata. Lei si fermò un attimo, giusto per rispondergli con un ghigno. “Lo so. E tu stai zitto e goditela.” Riprese, e lui si sentì perdere il controllo, le gambe che tremavano appena mentre cercava di non cedere troppo in fretta. Ma Roberta non aveva fretta, si prendeva tutto il tempo del mondo, giocando con lui come se sapesse esattamente quanto poteva resistere.

Dopo un po’ – che a lui sembrò un’eternità – lei si tirò indietro, si pulì la bocca con il dorso della mano e si alzò. “Adesso tocca a te farmi divertire,” disse, con un tono che non ammetteva repliche. Si sfilò la parte sotto del bikini, lasciandola cadere sulla sabbia, e gli fece cenno di stendersi. Davide, ancora con il fiato corto, obbedì senza pensarci due volte. Si sdraiò, con il costume ancora abbassato, e lei gli si mise sopra, a cavalcioni, posizionandosi con una precisione che dimostrava esperienza. Quando lo prese dentro, piano ma deciso, entrambi lasciarono uscire un suono gutturale, quasi animalesco.

“Cazzo, zia, sei… stretta,” borbottò lui, afferrandole i fianchi per istinto. Lei rise, un suono roco e pieno di soddisfazione. “E tu sei duro come un palo, nipote. Muoviti, non stare fermo.” Cominciò a muoversi su di lui, un ritmo lento ma profondo, con i fianchi che ondeggiavano in un modo che lo mandava fuori di testa. Ogni spinta era accompagnata da un gemito suo, basso e sporco, e dal suono della loro pelle che si incontrava. L’odore salmastro del mare si mescolava a quello del loro sudore, e il calore del sole sulla schiena di Davide sembrava amplificare tutto. Lei si chinava ogni tanto, premendo il petto contro il suo, e i suoi capelli gli sfioravano il viso, un misto di shampoo e salsedine.

“Più forte, dai,” gli ordinò a un certo punto, con la voce spezzata dal piacere. Davide non se lo fece dire due volte: strinse la presa sui suoi fianchi e iniziò a spingere verso l’alto, incontrando i suoi movimenti con una forza che gli faceva girare la testa. “Cazzo, sì, così,” mugolò lei, buttando la testa indietro e afferrandosi i capelli con una mano, tirandoli come se volesse sfogare tutto il piacere che le stava montando dentro. Sembrava una dannata dea, e lui non riusciva a staccarle gli occhi di dosso, anche se sentiva che non sarebbe durato ancora molto.

“Zia, sto per venire,” ansimò, cercando di rallentare, ma lei non glielo permise. “Non ancora, resisti,” gli disse, con un tono che era quasi un ringhio. Continuò a cavalcarlo per qualche altro minuto, ogni movimento più disperato e intenso, finché non si fermò di colpo, con un gemito lungo e profondo che sembrò risuonare tra gli scogli. Era venuta, e il modo in cui il suo corpo si contraeva attorno a lui era troppo. “Cazzo, non ce la faccio più,” disse Davide, con la voce tesa.

Roberta, con un movimento rapido, si sollevò da lui e si inginocchiò di nuovo sulla sabbia, tra le sue gambe. “Vieni qui, dammi tutto,” gli disse, con quel tono autoritario che non lasciava spazio a obiezioni. Lo prese di nuovo in bocca, lavorando veloce con le mani e la lingua, e in pochi secondi Davide si lasciò andare, con un gemito che sembrava un ringhio. Lei non si tirò indietro, prendendo tutto, e quando ebbe finito si sedette sui talloni, guardandolo con un sorrisetto soddisfatto. “Buono,” commentò, come se avesse appena assaggiato un dolce.

Davide rimase sdraiato per un momento, con il fiato corto e il cervello ancora annebbiato. “Porca troia, zia, che cazzo abbiamo fatto?” disse, più a se stesso che a lei.

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