Voglio il tuo culo, ora!
Era una sera di quelle in cui non hai niente da fare, il frigo è vuoto e la voglia di uscire pure. Mi sono messo a scorrere su un’app di incontri, una di quelle dove vai dritto al punto senza troppe chiacchiere. Dopo un po’ di swipe a vuoto, mi salta fuori il profilo di Giacomo. Stessa età, stesso quartiere, un tipo attivo che sembrava sapere il fatto suo. Foto decenti, niente pose da palestrato strafottente, solo un sorriso sornione e un messaggio chiaro nel bio: “Cerco qualcuno che non fa storie”. Perfetto, penso, io sono proprio quel qualcuno.
Gli scrivo un “Ehi, ci stai per stasera?”. Risposta immediata: “Sì, vieni da me. Ti aspetto.” Mi manda l’indirizzo, un appartamento non troppo lontano dal mio buco di casa. Mi faccio una doccia veloce, mi metto un paio di jeans aderenti e una maglietta che mi sta bene, e sono fuori. Cammino con il cuore che batte un po’ più forte del normale. Non è la prima volta che faccio una cosa del genere, ma c’è sempre quell’adrenalina, quella voglia mista a paura di non sapere cosa troverò dall’altra parte.
Arrivo al palazzo, un condominio di quelli anni ’70, con l’intonaco scrostato e l’ascensore che puzza di chiuso. Suono al citofono, mi apre senza nemmeno chiedere chi sono. Salgo al terzo piano, la porta è socchiusa. Entro e vedo Giacomo, proprio come nelle foto: capelli corti, occhi scuri, un tipo normale ma con un’aria di chi sa quello che vuole. Mi sorride, ma subito noto che non siamo soli. In salotto ci sono due tizi, sui vent’anni pure loro, seduti sul divano con una birra in mano e la tv accesa su una partita di calcio.
“Ehi, ciao,” dico, un po’ spiazzato. “Non sapevo che avevi compagnia.”
Giacomo si stringe nelle spalle. “Tranquillo, sono i miei coinquilini. Non rompono, stanno ai fatti loro. Vieni, andiamo in camera.”
Mi guardo intorno, un po’ a disagio. I due tizi mi lanciano un’occhiata e uno di loro sogghigna, ma non dice nulla. Non mi piace l’idea che ci siano altre persone in casa mentre io e Giacomo facciamo quello per cui sono qui, ma ormai sono dentro, e tornare indietro mi farebbe sentire un idiota. E poi, cazzo, ho voglia. Ho voglia di lui, di sentire le sue mani su di me. Così lo seguo lungo il corridoio, fino a una stanza piccola ma ordinata, con un letto a una piazza e mezza e una scrivania ingombra di libri.
Chiude la porta dietro di noi, ma non gira la chiave. “Non ti preoccupare,” dice, notando il mio sguardo. “Non entrano. E comunque, chi se ne frega.”
Non sono convinto, ma decido di lasciar perdere. Mi siedo sul letto, lui si mette accanto a me. Sento il suo profumo, un misto di deodorante e pelle, e già mi sale un calore dentro. “Allora,” dico, con un ghigno, “non perdiamo tempo. Sei pronto a farmi vedere cosa sai fare?”
Ride, una risata bassa, quasi un ringhio. “Oh, vedrai. Ma prima rilassati un po’.”
Mi mette una mano sulla gamba, stringe appena sopra il ginocchio. È un gesto semplice, ma mi fa accelerare il battito. Mi guardo la sua mano, poi i suoi occhi. C’è una tensione che cresce, un’elettricità che mi fa venir voglia di buttarmi su di lui, ma allo stesso tempo ho un pensiero che mi frena: e se quei due là fuori ci sentono? E se fanno casino o ci sfottono? Scaccio l’idea. Non sono qui per preoccuparmi di quello che pensano gli altri. Sono qui per me, per il mio piacere.
Giacomo si avvicina, il suo viso a pochi centimetri dal mio. “Hai un bel culo, lo sai?” sussurra, e mi sfiora il collo con le labbra. Un brivido mi corre lungo la schiena. “Vediamo se è vero,” rispondo, con un tono che vuole essere provocatorio ma che in realtà tradisce quanto sono già eccitato.
Mi bacia, e non è un bacio tenero, è uno di quelli che ti fanno capire subito chi comanda. La sua lingua spinge nella mia bocca, le sue mani mi stringono i fianchi, e io mi lascio andare, gli metto le mani intorno al collo e lo tiro più vicino. Ma mentre ci baciamo, sento una risata soffocata provenire dal salotto. Mi irrigidisco, mi stacco da lui. “Cazzo, ci stanno ascoltando,” dico, con un filo di voce.
“E allora? Che se ne vadano a fare in culo,” risponde lui, senza scomporsi. “O vuoi smettere?”
No, non voglio smettere. Ho troppa voglia, e il pensiero che quei due ci sentano, in un certo senso, mi eccita ancora di più. È strano, lo so, ma c’è una parte di me che gode di questa esposizione, di questo rischio. “No, continua,” dico, e mi rimetto a baciarlo, più forte di prima.
Le sue mani scivolano sotto la mia maglietta, mi accarezzano la schiena, poi scendono fino alla cintura dei jeans. Me la slaccia con un gesto deciso, e io faccio lo stesso con i suoi. Ci spogliamo lentamente, senza fretta, assaporando ogni istante. Quando resto in mutande, mi guarda con un’espressione che è un misto di fame e sfida. “Girati,” ordina, e io obbedisco senza pensarci due volte. Mi metto a pancia in giù sul letto, il cuore che mi martella nel petto.
Sento le sue mani che mi sfiorano le cosce, poi risalgono fino al bordo delle mutande. Me le abbassa piano, lasciandomi nudo sotto i suoi occhi. “Cazzo, che bel culo,” dice, e mi dà una leggera pacca su una natica. Rido, un po’ imbarazzato, ma anche eccitato da morire. “Allora fai qualcosa, no?” lo provoco, voltandomi appena per guardarlo.
Non se lo fa dire due volte. Si china su di me, e sento il suo respiro caldo sulla pelle mentre mi bacia lungo la schiena, scendendo sempre più in basso. Mi mordo il labbro per non gemere troppo forte, ma è difficile. Quando la sua lingua mi sfiora tra le natiche, non riesco a trattenermi. “Oh, cazzo, sì,” dico, a voce alta, forse troppo alta. E subito dopo sento un’altra risata dal salotto, più chiara di prima. Mi blocco per un istante, ma Giacomo non si ferma. “Ignorali,” mi dice, con la voce roca. “Pensa solo a me.”
E lo faccio. Mi concentro sulle sue mani che mi allargano, sulla sua lingua che mi esplora senza pudore. È una sensazione pazzesca, un misto di piacere e vulnerabilità che mi manda fuori di testa. Gli dico di continuare, gli dico che lo voglio, e lo faccio senza abbassare la voce. “Dai, leccami, cazzo, non fermarti,” quasi urlo, e lui ride, un suono basso e compiaciuto.
Dopo un po’, si tira su e si spoglia del tutto. Lo guardo da sopra la spalla: è duro, pronto, e io non vedo l’ora di sentirlo dentro di me. Prende un preservativo dal comodino, se lo mette con gesti rapidi, poi si avvicina di nuovo. “Mettiti a quattro zampe,” mi ordina, e io eseguo, con le ginocchia e le mani appoggiate sul materasso, il culo in aria per lui. Sento il freddo del lubrificante mentre me lo spalma, poi la pressione del suo cazzo che spinge contro di me, piano ma deciso.
“Rilassati,” mi dice, e io ci provo, ma la verità è che sono teso, non per il dolore ma per l’intensità del momento. Quando entra, è lento, attento, ma una volta dentro non si trattiene. Inizia a muoversi, prima con spinte delicate, poi sempre più forti, e io non posso fare a meno di gemere, di urlare. “Cazzo, sì, scopami, più forte,” gli dico, e lui risponde aumentando il ritmo, afferrandomi i fianchi con una forza che quasi mi fa male.
Il letto cigola, i nostri corpi sbattono l’uno contro l’altro, e ogni tanto sento le risate dei suoi coinquilini, ma ormai non me ne frega più niente. Anzi, il pensiero che ci sentano mi fa andare ancora di più fuori di testa. Giacomo inizia a insultarmi, a voce alta, senza freni. “Sei una troia, lo sai? Ti piace prenderlo così, eh?” mi dice, e io annuisco, con la faccia schiacciata contro il cuscino, sentendomi sottomesso, umiliato in un modo che mi eccita da morire.
“Sì, sono la tua troia, dai, non fermarti,” rispondo, quasi urlando, e lui ride, spingendo ancora più forte, fino a farmi quasi perdere il respiro. L’odore del sudore, il suono dei nostri corpi, il calore che mi brucia dentro: è tutto così reale, così crudo. Ogni spinta è un’esplosione di piacere e dolore, e io lo voglio, lo voglio tutto, senza limiti.
Quando stiamo per finire, lui rallenta, si china su di me, mi morde una spalla. “Vengo, cazzo,” ringhia, e io gli dico di farlo, di venire dentro di me. Pochi secondi dopo, si irrigidisce, un gemito profondo gli esce dalla gola, e poi si ferma, ansimando. Io sono ancora eccitato, ma non importa, mi giro e mi sdraio sul letto, con il fiato corto, il corpo che trema.
Ma non c’è tempo per riprendere fiato. Giacomo si alza, si toglie il preservativo e lo getta nel cestino. Poi, senza dire una parola, mi guarda e fa un cenno verso la porta. “Fuori,” dice, con un tono che non ammette repliche. Sono ancora nudo, sudato, ma non protesto. Mi alzo, raccolgo i miei vestiti, e mentre esco dalla stanza sento le risate dei suoi coinquilini, che mi guardano dal salotto con un ghigno stampato in faccia. Mi rivesto in fretta, sotto i loro occhi, con le guance che bruciano di imbarazzo, ma dentro di me c’è anche una strana soddisfazione. Non mi pento di niente. Ho avuto quello che volevo.
