Voglio sentirmi scopata di nuovo
Sono Barbara, ho 47 anni, un matrimonio che è più un contratto che altro e un lavoro in tribunale che mi succhia l’anima. Ogni giorno è una litania di carte, scadenze e facce annoiate. Mi guardo allo specchio e vedo ancora un corpo che regge, con le curve al posto giusto, ma dentro mi sento una schifezza. Ho bisogno di qualcosa, qualsiasi cosa, che mi ricordi che sono viva, che valgo ancora. È per questo che ho prenotato lezioni di nuoto individuali alla piscina comunale, anche se so nuotare benissimo. Non è per l’acqua, è per Samir, il mio istruttore. Ventiquattro anni, un fisico che sembra scolpito, la pelle olivastra e uno sguardo che ti legge dentro. È calmo, sicuro di sé, e ha capito subito che tipo sono: una donna sposata che si annoia a morte e cerca un brivido.
Le prime lezioni sono state un gioco di sguardi. Io facevo la professionale, quella che “vuole solo migliorare la tecnica”, ma lui mi provocava con quel sorrisetto del cazzo, con frasi tipo “Devi rilassarti, Barbara, sembri troppo tesa”. E io, idiota, arrossivo come una ragazzina. Ogni volta che mi toccava per correggermi la posizione in acqua, sentivo una scossa, un calore che non provavo da anni. Ma mi trattenevo, perché sono sposata, perché ho una reputazione, perché ho paura di me stessa. Però, dentro, lo volevo. Lo volevo così tanto che mi faceva male.
Oggi è lunedì, sono le 13:25, e il turno del mattino è appena finito. La piscina è quasi deserta, gli spogliatoi sono un cimitero. Finisco la lezione, mi cambio, ma mentre sto per uscire mi invento una scusa del cazzo. “Ho dimenticato l’orologio nello spogliatoio,” dico a Samir, che è lì vicino con un asciugamano intorno al collo. Lui mi guarda, e giuro che i suoi occhi dicono “Non hai dimenticato un cazzo”. Però sorride e fa: “Vai a cercarlo, ti aspetto”. Torno indietro, col cuore che mi martella nel petto. So che non c’è nessun orologio, e so che lui lo sa. Entro nello spogliatoio femminile, e dopo un minuto lo sento arrivare. Non dice niente, ma la porta si chiude dietro di lui con un click.
“Non c’è, vero?” mi chiede, con quella voce bassa, calma, che mi fa tremare le gambe. Io provo a fare la dura, ma balbetto un “No, forse l’ho lasciato a casa”. Lui si avvicina, troppo vicino, e io non mi sposto. Sento il suo odore, un misto di cloro e sudore, e mi manda fuori di testa. Mi appoggio al muro, come per reggermi, e lui mette una mano accanto alla mia testa, intrappolandomi senza toccarmi. “Sai, Barbara, non c’è niente di male a volere qualcosa,” dice, e il suo fiato caldo mi sfiora il collo. Vorrei dirgli di smetterla, ma non ci riesco. Invece, gli metto una mano sul petto, sento i suoi muscoli duri sotto la maglietta, e lui capisce che ci sto.
Inizia tutto piano, quasi come se volesse torturarmi. Mi bacia il collo, lento, con la lingua che mi fa venire i brividi. Io gli stringo la maglietta, respiro forte, e lui mi sussurra: “Rilassati, ci penso io”. Mi tira su la felpa, le sue mani fredde sulla mia pelle mi fanno sobbalzare, ma poi scendono sui fianchi e stringono forte. Mi bacia sulla bocca, un bacio profondo, affamato, e io lo lascio fare. Mi spinge contro il muro, il suo corpo premuto sul mio, e sento quanto è duro attraverso i pantaloni. Mi vergogno di quanto sono bagnata, ma non riesco a fermarmi. Gli slaccio i pantaloni con mani tremanti, lui mi aiuta e tira giù i miei leggings fino alle ginocchia. Siamo ancora mezzi vestiti, ma non c’è tempo per i dettagli. Mi tocca tra le gambe, sopra le mutande, e io gemo senza volere. “Cazzo, sei fradicia,” dice, con un ghigno, e io mi sento morire ma annuisco. Mi sposta le mutande di lato, le sue dita entrano dentro di me, lente ma decise, e io mi mordo un labbro per non urlare. Continua a muoversi, prima piano, poi più veloce, mentre con l’altra mano mi stringe un seno sotto il reggiseno. Mi sta facendo impazzire, e lo sa.
“Dai, girati,” mi ordina, e io obbedisco senza pensare. Mi volto, appoggio le mani al muro, il culo spinto verso di lui. Sento i suoi pantaloni scendere, il rumore della zip, e poi la sua mano che mi abbassa le mutande fino alle cosce. Mi accarezza il sedere, mi dà una leggera sculacciata che mi fa sobbalzare, e poi si avvicina. Sento la punta del suo cazzo sfiorarmi, dura, calda, e mi tremano le gambe. “Lo vuoi?” mi chiede, con quella voce che mi fa perdere la testa. “Sì, cazzo, sì,” rispondo, quasi supplicando. Si spinge dentro di me, lento all’inizio, e io stringo i denti per il mix di dolore e piacere. È grosso, e non sono abituata, ma lo voglio tutto. Spinge più forte, fino in fondo, e io gemo, un suono gutturale che non riconosco nemmeno come mio. Comincia a muoversi, un ritmo costante, ogni colpo mi fa sbattere contro il muro. Sento il rumore dei nostri corpi che si scontrano, il suo respiro pesante, i miei gemiti che non riesco a controllare. L’odore di sudore e sesso riempie l’aria, e mi fa sentire viva come non lo ero da anni.
“Ti piace, eh?” mi dice, con una mano che mi stringe i capelli e mi tira indietro la testa. “Sì, cazzo, continua,” gli rispondo, con la voce spezzata. Aumenta il ritmo, mi sbatte con una forza che mi fa quasi male, ma è un male che voglio. L’altra sua mano scende davanti, mi tocca il clitoride mentre mi scopa, e io perdo la testa. Stringo i muscoli intorno a lui, sento che sto per venire, e glielo dico: “Sto venendo, non fermarti”. Lui grugnisce, spinge ancora più forte, e io esplodo, un orgasmo che mi fa tremare tutta, che mi fa quasi cedere le gambe. Lui non si ferma, continua a scoparmi mentre io ansimo, finché non lo sento irrigidirsi. “Cazzo, ci sono,” dice, e si tira fuori all’ultimo secondo, venendo sulla mia schiena, un calore appiccicoso che mi cola lungo la pelle.
Restiamo così per un momento, ansimando, appoggiati al muro. Poi lui si tira su i pantaloni, mi dà una pacca sul culo e dice: “Sei stata brava”. Io mi sistemo i vestiti con mani che ancora tremano, senza guardarlo negli occhi. Non so cosa dire, ma non mi sento in colpa. Mi sento bene, per la prima volta dopo tanto. Usciamo dallo spogliatoio separati, come se niente fosse successo. So che tornerò per un’altra lezione, e so che lui lo sa. E va bene così.
