Piscina e cazzo duro nel giardino
Eccomi qua, a raccontare come è andata quella serata di merda che poi è diventata una delle più assurde e eccitanti della mia vita. Sono Laura, ho 23 anni, e tutto è successo a una festa in piscina a casa di Monica, la mia migliore amica. Era una di quelle serate d’estate afose, con la musica che pompava e gente mezza ubriaca che rideva e si buttava in acqua. Monica aveva invitato un casino di persone, c’era pure sto tizio, Giorgio, 29 anni, un amico di un amico. L’ho notato subito: alto, fisico scolpito ma non troppo, tatuaggi sul braccio, un’aria da strafottente che ti faceva venir voglia di dargli uno schiaffo o di saltargli addosso. Non so, aveva qualcosa di ipnotico, uno sguardo che ti inchiodava.
All’inizio ci siamo solo incrociati. Io ero vicino al tavolo delle bevande, con un bikini blu e un pareo leggero, lui passava di lì con una birra in mano. Mi ha squadrata senza nemmeno provare a nasconderlo, un sorrisetto di quelli che dicono “so che ti piaccio”. Io ho fatto finta di niente, ma dentro sentivo già un calore strano, un misto di fastidio e curiosità. Abbiamo iniziato a chiacchierare per caso, lui buttava battute un po’ spinte, tipo “Con quel costumino mi stai mandando fuori di testa”, e io ridevo, ma lo mandavo anche a quel paese. Però c’era tensione, si sentiva. Ogni volta che si avvicinava per dirmi qualcosa, sentivo il suo profumo, un mix di sudore e colonia, e il cuore mi batteva più forte. A un certo punto mi ha sfiorato il braccio per spostarmi una ciocca di capelli, e quel contatto, anche se leggero, mi ha fatto venire la pelle d’oca. Non volevo dargliela vinta, ma cazzo, lo desideravo.
Dopo un po’, mentre la festa andava avanti e la gente era distratta, lui mi ha preso per mano e mi ha detto: “Vieni un attimo, ti faccio vedere una cosa”. Io, scema, l’ho seguito, anche se dentro di me pensavo “Laura, che cazzo stai facendo?”. Siamo finiti in un angolo del giardino della villa, lontano dalle luci, vicino a degli alberi fitti. Era buio, si sentivano solo i bassi della musica in lontananza e il fruscio delle foglie. Ci siamo fermati, lui mi ha guardata con quegli occhi che ti spogliano e mi ha tirata a sé. Il primo bacio è stato famelico, la sua lingua che spingeva nella mia bocca, le mani che mi stringevano il culo sopra il pareo. Sentivo il tessuto del suo costume da bagno sfregare contro di me, e già lì capivo che era duro. Ho provato a dire qualcosa, tipo “Aspetta, non qui”, ma lui mi ha zittita con un altro bacio, e le sue mani hanno iniziato a esplorare, scendendo sotto il pareo, toccandomi le cosce con una pressione che mi faceva tremare. Ogni tanto sentivo l’odore dell’erba tagliata mischiato al suo fiato caldo sul collo, e i rumori della saliva mentre ci baciavamo mi mandavano fuori di testa. Poi ha tirato via il pareo, e con un gesto secco mi ha strappato le mutandine del bikini. Ho fatto un salto, spaventata, il cuore a mille, ma lui non mi ha dato il tempo di pensare. Mi ha guardata con un ghigno e ha detto: “Tranquilla, ti faccio godere”.
Subito dopo, ha infilato una mano tra le mie gambe, e cazzo, ero già bagnata fradicia. Ha iniziato a sditalinarmi con forza, due dita dentro di me che si muovevano veloci, il pollice che mi strofinava il clitoride. Mi sono aggrappata alle sue spalle, le gambe che cedevano, mentre lui continuava a pompare senza sosta. Ogni movimento mi faceva gemere, non riuscivo a controllarmi, era un piacere che mi spaccava in due. Gli ho detto, quasi implorando: “Scopami, ti prego, non ce la faccio più”. Lui ha riso, una risata bassa e sporca, e mi ha spinta contro un albero, la corteccia ruvida che mi graffiava la schiena. Mi ha girata di spalle, il suo corpo premuto contro il mio, e ho sentito il suo cazzo duro sfregare tra le mie cosce mentre si abbassava i pantaloncini. Mi ha tappato la bocca con una mano, sussurrando: “Zitta, non voglio che ci sentano”, e con l’altra mi ha guidata per farlo entrare. Quando è scivolato dentro, lento ma deciso, ho sentito ogni centimetro, il calore, la pressione, e ho morso la sua mano per non urlare. Ha iniziato a spingere, prima piano, poi sempre più forte, sbattendomi contro l’albero. Il ritmo era forsennato, i nostri corpi che sbattevano insieme, la carne che faceva quel suono umido e osceno, i suoi grugniti soffocati vicino al mio orecchio. Sentivo l’odore del suo sudore, del sesso, della mia eccitazione che colava lungo le gambe. Ogni spinta mi faceva perdere la testa, il suo cazzo che mi riempiva completamente, il suo respiro spezzato mentre mi diceva cose tipo “Cazzo, quanto sei stretta, ti spacco”.
Dopo un po’, mi ha tirata via dall’albero e mi ha fatto inginocchiare sull’erba. Ero senza fiato, ma lui non aveva finito. Si è messo davanti a me, il cazzo ancora duro e lucido, e ha iniziato a menarselo guardandomi negli occhi. “Apri la bocca”, mi ha ordinato, e io l’ho fatto, quasi ipnotizzata. Pochi secondi dopo, è venuto, un getto caldo che mi ha colpita sulle labbra e dentro, il sapore salato che mi riempiva la bocca. Ho deglutito, stordita, mentre lui si passava una mano tra i capelli, ansimando.
Alla fine ci siamo rivestiti in silenzio, io con le mutandine distrutte nascoste in una tasca del pareo, lui che si sistemava i pantaloncini con quel sorrisetto da bastardo. Non c’è stato bisogno di dire niente. È stato intenso, cazzo, uno di quei momenti che ti restano impressi. Siamo tornati alla festa come se niente fosse, ma dentro di me sentivo ancora il calore, l’eccitazione, la voglia di rifarlo. E non me ne frega niente di cosa pensa la gente, è stato fottutamente bello.
