Una nuova “speciale” Amicizia (Parte 3)
Dopo essermi fatto la doccia, mentre mi rivestivo ancora con i capelli bagnati, Giuseppe entrò in bagno e mi disse, con tono quasi casuale: «La mia fidanzata è arrivata in città senza preavviso. Devo andare a prenderla alla stazione tra poco.»
La frase mi colpì come uno schiaffo. Non tanto per gelosia – sapevo che la loro storia era già finita da un pezzo – quanto perché mi sembrò una scusa stupida e frettolosa per mandarmi via subito dopo avermi usato. Per lui era stato solo un gioco dall’inizio alla fine: si era tolto uno sfizio e adesso mi cacciava di casa come un giocattolo usato. Mi sentii umiliato e deluso. Finii di vestirmi in silenzio, salutai a malapena e me ne andai.
Nei giorni successivi, però, dovetti ricredermi. Giuseppe mi scrisse la sera stessa e mi raccontò tutto: che l’aveva lasciata davvero quella notte, che avevano litigato di brutto, che lei aveva fatto una scenata tremenda. Mi descrisse la serata nei minimi dettagli – il ristorante dove erano andati, le cose che si erano detti, persino il tono della voce di lei – e la ricostruzione sembrava fin troppo realistica per essere una bugia. Pian piano mi tranquillizzai.
Da allora continuammo a scriverci quasi tutti i giorni e a vederci regolarmente. C’erano serate in cui eravamo solo due buoni amici: parlavamo, ridevamo, guardavamo una serie, fumavamo. E poi c’erano le altre serate. Quelle in cui andavo da lui quando i coinquilini non c’erano, mi inginocchiavo e lo succhiavo. Adoravo sempre di più la dinamica che si era creata: lui che mi dominava con quel tono calmo e sicuro, io che obbedivo senza discutere. Mi sentivo una vera troietta sottomessa, una pompinara al servizio di un ragazzo etero che si svuotava i coglioni nella mia bocca quando ne aveva voglia. Era umiliante, degradante… e mi eccitava da morire. Non potevo negarlo nemmeno a me stesso.
Col passare delle settimane, però, gli incontri “da amici” diventarono sempre più rari. Quelli in cui passavo semplicemente a occuparmi del suo cazzo diventarono la norma. Mi parve sempre più evidente che quello che temevo all’inizio si stava realizzando: Giuseppe mi usava. E io glielo lasciavo fare.
Quella sera lo capii in modo chiarissimo.
Mi aveva invitato da lui perché i suoi amici lo avevano convinto a iscriversi a un gioco online. Quattro dei ragazzi che avevo conosciuto a Pasquetta erano già collegati. Mi aveva scritto: «Vieni, beviamo qualche birretta, fumiamo uno spinello e mi fai compagnia mentre gioco». Era chiaro cosa intendesse con “farmi compagnia”.
Quando arrivai, però, l’atmosfera era diversa. Mi aprì la porta con le cuffie già addosso e mi disse subito: «Sono già tutti in linea, entra.»
Mi portò nella sua camera, chiuse la porta a chiave (per paura che rientrassero i coinquilini prima del previsto) e senza nemmeno darmi il tempo di sedermi mi ordinò: «Spogliati. Tutto.»
Niente saluto, niente birra, niente canna per rompere il ghiaccio come al solito. Subito nudo e pronto. Mi indicò con un cenno della testa lo spazio sotto la sua scrivania.
«Mettiti lì sotto.»
Era umiliante. Mi sembrava troppo, persino per noi. Eppure, anziché ribellarmi, mandarlo affanculo e andarmene, lo feci. Mi spogliai in silenzio, mi inginocchiai e strisciai sotto la scrivania, nudo, con il cazzo già durissimo che mi sfiorava la pancia. Come a ricordarmi quanto mi piacesse essere usato da lui.
Giuseppe si sedette sulla sedia, accese il microfono del gioco e salutò gli amici con voce normale, come se niente fosse. Le sue gambe aperte mi incorniciavano il viso. Sentivo già il calore del suo corpo e l’odore familiare del suo cazzo ancora dentro i pantaloni della tuta.
Poi Giuseppe si abbassò i pantaloni della tuta e i boxer fino alle caviglie con un gesto rapido. Il suo cazzo semiduro saltò fuori, già pesante e caldo. «Toglimeli» disse piano, senza nemmeno guardarmi sotto la scrivania.
Obbedii. Gli sfilai pantaloni e boxer dai piedi uno dopo l’altro, lasciandoli ammucchiati da una parte. Poi lui allungò entrambe le gambe verso di me, i piedi nudi sospesi davanti al mio viso. «Anche le calze.»
Le calze di spugna erano umide di sudore e puzzavano da morire: un odore forte, acido, di piede non lavato dopo una giornata intera. Era evidente che non si fosse fatto la doccia quel giorno. Là sotto, incastrato tra le sue gambe, l’aria era quasi soffocante, un mix di sudore, cazzo e maschio non lavato. Eppure quell’odore mi piacque subito. Mi ricordava quanto fosse sporco, sbagliato e degradante tutto questo… e quanto mi eccitasse subirlo.
Gli tolsi le calze lentamente. Lui mi diede un colpetto leggero sulla guancia con la pianta del piede, quasi giocoso, e disse con voce bassa: «Succhia.»
Non persi tempo. Mi sporsi in avanti e presi il suo cazzo in bocca, ancora caldo e un po’ umido di sudore. Come al solito non mi toccai, tenendo le mani docilmente sulle ginocchia, anche se il mio cazzo era già duro e pulsava dalla voglia di essere segato. Mi dedicai a lui con cura, come sempre: lingua lenta sulla cappella, labbra strette che scendevano piano, succhiando con devozione. Nel tempo avevo imparato esattamente come farlo godere, ogni punto sensibile, ogni ritmo che lo faceva sospirare.
Ogni tanto Giuseppe spegneva il microfono e commentava a bassa voce: «Cazzo… sei proprio bravo stasera.» Poi lo riaccendeva e tornava a parlare con gli amici, facendo il coglione sul gioco, ridendo, insultando scherzosamente qualcuno della squadra.
Altre volte, quando sbagliava una mossa o moriva nel gioco, imprecava tra i denti, si allontanava leggermente indietro con la sedia e mi prendeva a pisellate in faccia con il cazzo mezzo duro, sfogando la frustrazione. Il rumore umido della carne contro la mia guancia era surreale. Umiliante. Eccitante da morire.
Io rimanevo lì sotto, nudo, in ginocchio, a succhiarglielo con impegno mentre lui giocava con i suoi amici come se niente fosse, ogni tanto usando la mia faccia per sfogarsi. Il suo odore forte mi riempiva le narici, il suo cazzo mi riempiva la bocca, e io non potevo fare altro che obbedire.
A un certo punto, mentre ero lì sotto la scrivania con il suo cazzo mezzo dentro la bocca, Giuseppe sospirò profondamente e mormorò, convinto di avere il microfono spento:
«Cazzo… questa troietta me lo sta succhiando da dio…»
Le parole gli uscirono basse, roche, cariche di piacere. Ma il microfono non era spento.
Dall’auricolare arrivarono subito le reazioni degli amici: risate, urla di sorpresa, voci che si sovrapponevano.
«Eh? Che cazzo hai detto?» «Giuseppe, hai una tipa lì con te?» «Ma stai giocando mentre ti fai fare un pompino? Sei un mito!» «Balle, non ci credo, stai scherzando.»
Lui si irrigidì per un secondo, poi invece di negare o minimizzare, ci prese gusto. Un sorrisetto gli si allargò sulla faccia. Spense il microfono per un attimo solo per dirmi, quasi ridendo: «Ops…», poi lo riaccese e parlò direttamente agli amici con tono divertito e spavaldo.
«Sì, ragazzi… mi sto facendo succhiare il cazzo da una troietta. È qui sotto la scrivania, nuda, in ginocchio, e me lo sta prendendo tutto in bocca come una professionista.»
Le reazioni esplosero di nuovo. Qualcuno esultava, rideva forte, un altro fischiava. Qualcuno invece non ci credeva e lo prendeva per il culo.
«Ma vaffanculo, stai inventando!» «Descrivila allora, com’è?» «Se è vero mandaci una prova, coglione!»
Giuseppe si appoggiò meglio allo schienale, il cazzo che mi pulsava più duro tra le labbra. Continuava a parlare con loro mentre io, umiliato e eccitatissimo, continuavo a succhiarlo con cura, leccando lungo l’asta, stringendo le labbra sulla cappella gonfia.
«Ve lo giuro, è vera. È in ginocchio tra le mie gambe, sotto la scrivania. Ha le mani sulle ginocchia e non si tocca, come le ho ordinato. Me lo succhia lento e profondo, con la lingua che gira intorno alla cappella… cazzo, è bravissima. Ogni tanto fa quei rumori bagnati che mi fanno impazzire. La bocca è calda, stretta… mi sta ripulendo per bene.»
Descriveva tutto nei minimi dettagli, come se stesse raccontando un film porno. Non disse mai che ero un ragazzo. Non disse il mio nome. Non disse che ero io. Mi chiamava solo “la troietta”, “questa qua sotto”, lasciando che gli amici immaginassero una ragazza qualsiasi. Io ascoltavo ogni parola, con il viso in fiamme e il cazzo che mi faceva male dalla voglia. Era surreale sentirlo parlare di me in quel modo mentre ero lì, nudo, a servirlo in silenzio.
Uno degli amici, quello più insistente, continuava a non crederci.
«Stronzate. Se è vero, mandaci una foto. Solo una prova, dai!» «Esatto, foto o non ci beviamo niente!» «Forza, fai vedere come te lo sta succhiando!»
Giuseppe abbassò lo sguardo verso di me. Il suo sorriso era diventato più largo, più cattivo. Spense il microfono per un secondo e mi chiese, con voce bassa ma chiara:
«Posso farti una foto? Solo le labbra intorno al cazzo, niente viso. Nessuno capirebbe nemmeno se sei un uomo o una donna. Giuro, solo quella.»
Io mi staccai un attimo dal suo cazzo, con le labbra gonfie e lucide di saliva, e scossi la testa.
«No… Giuseppe, per favore, no.»
Ma mentre lo dicevo, il mio corpo mi tradì di nuovo. Impulsivamente la mia mano destra scese sul mio cazzo duro e iniziai a segarmi, solo due o tre colpi veloci, disperati, prima che lui se ne accorgesse.
«Fermo» mi ordinò subito, secco. «Non segarti.»
Poi, con il microfono ancora spento, aggiunse con un tono quasi divertito:
«Secondo me però ti eccita l’idea… ti vedo come ti sei toccato appena te l’ho chiesto.»
Io rimasi lì, in ginocchio, con il respiro affannato, il viso rosso di vergogna. Sapevo che aveva ragione. L’eccitazione era più forte della paura. Il pensiero che i suoi amici potessero vedere quella foto, anche senza sapere chi fossi, mi faceva pulsare il cazzo ancora di più.
Giuseppe mi guardò per qualche secondo, poi riaccese il microfono e disse agli amici, con voce trionfante:
«Ok ragazzi, aspettate… sto per mandarvi una prova.»
Mi fece un cenno con la testa, come a dire “dai, riprendilo in bocca”. Io obbedii, abbassai di nuovo la testa e avvolsi le labbra intorno al suo cazzo. Sentii il click della fotocamera del telefono mentre lui scattava la foto dall’alto: solo la mia bocca aperta, le labbra tese intorno alla sua asta spessa, un filo di bava che colava, senza viso, senza capelli visibili, niente che potesse far capire che ero un uomo.
Lui guardò lo schermo, soddisfatto, e mormorò tra sé: «Perfetta…»
