Diventare un bravo paparino
Non so come ci siamo arrivati. O forse lo so fin troppo bene. È iniziato tutto con un’occhiata di troppo, un sorriso che non avrebbe dovuto esserci, un tocco sulla spalla che bruciava più di quanto dovrebbe. Monica, la figlia di mia moglie, ha sempre avuto quel modo di guardarmi, come se sapesse qualcosa che io non volevo ammettere. Ventitré anni, un corpo che sembra scolpito per provocare, e un atteggiamento che ti fa sentire un idiota se provi a ignorarla. Io, Roberto, quarantatré anni, un uomo che dovrebbe avere il controllo, mi sono ritrovato a sudare sotto i suoi occhi questa mattina, quando mia moglie è uscita per lavoro lasciandoci soli per tutto il giorno.
“Papà Roby, ti va di fare qualcosa di divertente oggi?” mi ha chiesto subito dopo colazione, con quel tono che sembrava innocente ma non lo era affatto. Si è appoggiata al tavolo della cucina, la canottiera aderente che lasciava intravedere la curva dei seni, i pantaloncini corti che mostravano più gamba di quanto fossi pronto a vedere. Ho borbottato un “vediamo” mentre cercavo di concentrarmi sul caffè, ma il cuore mi batteva già più forte.
Abbiamo passato la mattinata a chiacchierare di stupidaggini, lei che mi stuzzicava, io che cercavo di mantenere le distanze. Poi, verso mezzogiorno, ha tirato fuori una bottiglia di vino dalla credenza. “Dai, beviamo un po’, tanto non c’è nessuno che ci controlla,” ha detto con un ghigno. Non so perché ho accettato, forse per allentare la tensione che mi stringeva il petto. Un bicchiere, poi un altro, e le sue risate si sono fatte più acute, i suoi movimenti più audaci. Si è seduta sulle mie gambe per un attimo, per gioco, diceva, e io ho sentito il calore del suo corpo attraverso i jeans. Ho provato a spostarla, a dire qualcosa, ma la mia voce è uscita debole, patetica.
“Monica, smettila, non è divertente,” ho detto, ma lei ha riso, inclinando la testa di lato. “Oh, andiamo, papà Roby, non fare il noioso. Giochiamo un po’.” Prima che potessi rispondere, ha preso una sciarpa dal divano e me l’ha mostrata con un sorriso malizioso. “Ti va di essere legato? Prometto che non faccio niente di male.” Non so perché non mi sono opposto con più forza. Forse il vino, forse la stanchezza di resistere a qualcosa che, dentro di me, volevo. Mi ha fatto sedere su una sedia della cucina, mi ha legato i polsi dietro la schiena con quella sciarpa di seta, e io l’ho lasciata fare, il sangue che mi pulsava nelle tempie.
“Sei comodo?” ha chiesto, inginocchiandosi davanti a me. I suoi occhi erano puntati nei miei, ma le sue mani erano già sulla mia cintura. Ho provato a protestare, a dire che era sbagliato, ma lei mi ha zittito con un dito sulle labbra. “Shh, rilassati. Ti faccio stare bene.” Ha slacciato la cintura con un movimento rapido, ha tirato giù i pantaloni e i boxer in un colpo solo, liberando il mio cazzo che, dannazione, era già mezzo duro. Ho chiuso gli occhi per un attimo, vergognandomi di me stesso, ma poi ho sentito la sua mano che lo afferrava, fresca e decisa.
“Guarda un po’,” ha detto con una risata bassa, “sembra che qualcuno non sia così riluttante.” Non ho risposto, non potevo. La sua bocca si è avvicinata, il suo fiato caldo sulla pelle, e poi l’ha preso dentro. La sensazione è stata un’esplosione: la sua lingua che scivolava lungo l’asta, lenta e bagnata, le labbra che si stringevano attorno alla punta. Ho emesso un gemito involontario, la testa che cadeva all’indietro. “Monica… cazzo…” ho mormorato, ma lei non si è fermata. Succhiava con ritmo, la bocca calda e stretta, la lingua che giocava con ogni nervo. Sentivo il suono umido dei suoi movimenti, lo schiocco delle labbra quando si tirava indietro per riprendere fiato, il suo respiro che si faceva più pesante. L’odore della sua pelle, un mix di shampoo e sudore leggero, mi arrivava a ondate, mescolandosi al sapore salato che immaginavo sulla sua lingua.
“Ti piace, vero?” ha detto, staccandosi per un attimo, la voce roca. Aveva la bocca lucida, gli occhi che brillavano di una soddisfazione che mi faceva rabbrividire. Non ho risposto, ma il mio cazzo che pulsava tra le sue mani parlava per me. Ha sorriso, poi è tornata a succhiare, più forte, più profonda, fino a farmi sentire la gola. Ogni tanto si fermava, lo tirava fuori e lo leccava dalla base alla punta, lentamente, guardandomi negli occhi mentre lo faceva. “Sei così duro, papà Roby,” ha sussurrato, e quelle parole mi hanno colpito come un pugno, ma invece di disgustarmi mi hanno fatto tremare di desiderio.
Non so quanto tempo sia passato, ma a un certo punto ha smesso. Si è alzata, si è tolta la canottiera con un gesto fluido, mostrando i seni pieni, i capezzoli già turgidi. Poi si è sfilata i pantaloncini e le mutandine, lasciandomi vedere tutto: la pelle liscia, il ventre piatto, il ciuffo di peli scuri appena sopra la sua figa. “Adesso ci divertiamo sul serio,” ha detto, avvicinandosi. Si è messa a cavalcioni su di me, le mani sulle mie spalle, e ha abbassato il bacino lentamente. Ho sentito la punta del mio cazzo sfiorare la sua carne calda, bagnata, e poi lei si è lasciata scendere, prendendomi dentro con un gemito che mi ha fatto quasi venire subito.
“Oddio, sei grosso,” ha ansimato, iniziando a muoversi. Il suo peso sulle mie gambe, i suoi seni che sobbalzavano a ogni spinta, il suono dei nostri corpi che sbattevano insieme: era tutto così reale, così crudo. La sentivo stretta attorno a me, ogni movimento che mi stringeva, mi succhiava dentro di lei. Il calore della sua figa era insostenibile, un misto di umido e viscido che mi faceva perdere la testa. “Ti piace fottermi, vero?” ha detto tra un gemito e l’altro, e io ho annuito senza pensarci, il respiro corto. “Sì… cazzo, sì,” ho risposto, la voce spezzata.
Ha accelerato il ritmo, cavalcandomi con una forza che non mi aspettavo. Le sue unghie si conficcavano nelle mie spalle, lasciandomi segni che avrei dovuto nascondere. Sentivo l’odore del suo sudore, pungente e dolce, e il suono dei suoi gemiti, sempre più alti, sempre più disperati. “Sto per venire, papà Roby,” ha detto a un certo punto, e quelle parole mi hanno spinto oltre il limite. Ho sentito il mio orgasmo montare come una marea, il cazzo che pulsava dentro di lei, e poi sono esploso, riversandomi con un grugnito profondo. Lei ha continuato a muoversi, stringendomi dentro mentre anche lei veniva, il corpo che tremava, la voce che si spezzava in un urlo soffocato.
Siamo rimasti così per un attimo, ansimando, il suo peso ancora su di me, il mio sperma che colava tra le sue cosce. Poi lei si è alzata, lentamente, e ho sentito il vuoto che lasciava. Si è chinata a raccogliere il telefono dal tavolo, il corpo ancora nudo e lucido di sudore. “Sorridi, papà Roby,” ha detto con un sorriso perfido, scattando una foto di me, legato alla sedia, i pantaloni abbassati, il cazzo ancora mezzo duro e bagnato. Ho provato a protestare, ma lei mi ha ignorato. “Questa la tengo come ricordo,” ha detto, avvicinandosi per liberarmi i polsi.
Quando la sciarpa è caduta, mi sono massaggiato i polsi, guardandola con un misto di rabbia e stordimento. Lei si è rivestita con calma, come se niente fosse successo, poi si è voltata verso di me. “D’ora in avanti farai il bravo paparino, vero?” ha detto, la voce dolce ma con un sottofondo di minaccia. “Non vorrai che questa foto arrivi a qualcuno, no?” Non ho risposto, ma il peso delle sue parole mi è caduto addosso come un macigno. Mi sono alzato, ho tirato su i pantaloni e sono rimasto in silenzio, mentre lei usciva dalla stanza con quel sorriso che non dimenticherò mai.
