Sotto il loro controllo
Non so da quanto tempo sono qui, inginocchiato sul pavimento, con le mani legate dietro la schiena. Il nodo della corda è stretto, morde la pelle dei polsi, ma non ci faccio più caso. La benda sugli occhi mi avvolge in un buio totale, un nero che mi isola da tutto tranne dai suoni e dagli odori. Sento il rumore dei tasti della PlayStation, i clic rapidi e ritmici dei controller nelle mani di Paolo e Luca, le loro voci che si alternano tra imprecazioni per il gioco e risate gutturali. Ogni tanto buttano giù un sorso di birra, il suono delle lattine che si aprono o vengono posate sul tavolo mi arriva nitido. E poi c’è l’odore, quel mix di fumo di spinello, sudore maschile e birra stantia che mi riempie le narici.
Sono nudo, completamente esposto. La sensazione del plug dentro di me è costante, una pressione invadente che mi tiene dilatato, un peso che mi ricorda la mia posizione. È grosso, freddo all’inizio ma ormai tiepido, e ogni tanto lo muovo appena contraendo i muscoli, sentendo un’ondata di calore che mi attraversa. Ma non è questo il centro della mia attenzione. Da un’ora, o forse di più, sto leccando i loro piedi. Prima quelli di Paolo, poi quelli di Luca, alternandomi come una cagna obbediente. La pelle è ruvida sotto la mia lingua, il sapore salato del sudore mi invade la bocca. Ogni tanto mi fermo su un punto, succhiando leggermente le dita o passando la lingua tra gli spazi, e loro non dicono niente, o quasi.
“Guarda questo coglione come ci sta sotto,” dice Paolo con una risata bassa, senza nemmeno guardarmi. Sento il suo piede spingere contro la mia bocca, come a dirmi di continuare.
“Sì, è patetico,” risponde Luca, con un tono annoiato. “Ma almeno serve a qualcosa. Dai, lecca meglio, puttana.”
Obbedisco subito, la lingua che scivola sulla pianta del suo piede, mentre il cuore mi batte forte nel petto. Non so se è umiliazione o desiderio, ma non mi importa. Mi concentro sul ritmo, sul calore della loro pelle, sul modo in cui ogni tanto uno dei due mi spinge il piede più a fondo in faccia, come a ricordarmi chi comanda.
“Merda, ho perso di nuovo,” sbotta Paolo, e sento il controller sbattere sul divano. “Luca, sei un bastardo, sempre con ‘ste combo del cazzo.”
“Impara a giocare, stronzo,” ride Luca, e il suono della sua risata mi fa stringere i muscoli attorno al plug. “Ehi, tu, cagnetta, non rallentare. Non ti ho detto di smettere.”
Torno a concentrarmi, leccando con più foga, la saliva che mi cola sul mento. Non li vedo, ma li immagino sdraiati sul divano, in boxer e canottiera, le gambe distese davanti a loro, rilassati mentre io sono qui, in ginocchio, al loro servizio. Ogni tanto sento il rumore di una lattina che si apre, o il fruscio della carta mentre si passano lo spinello. Parlano di tutto, del gioco, di una partita di calcio che hanno visto ieri, di una tipa che Paolo vuole scoparsi. Io non esisto, non per davvero, sono solo un oggetto, un passatempo.
“Ok, basta con ‘sta merda,” dice improvvisamente Paolo, e sento il suo piede ritrarsi. “Ho voglia di divertirmi sul serio. Luca, che dici, gli togliamo la benda?”
“Sì, dai, voglio guardarlo in faccia mentre lo umiliamo,” risponde Luca con una risata crudele.
Sento mani ruvide afferrarmi il viso, poi la benda viene strappata via. La luce mi acceca per un istante, ma subito metto a fuoco i loro volti. Paolo, con i capelli corti e la barba di un paio di giorni, mi guarda con un ghigno. Luca, più magro, con gli occhi piccoli e penetranti, si passa una mano sul mento. Sono seduti sul divano, le gambe larghe, i boxer che lasciano intravedere i rigonfiamenti. Mi sento esposto, vulnerabile, ma il calore dentro di me cresce.
“Guarda che faccia da troia,” dice Paolo, e senza preavviso mi sputa dritto in viso. Lo sputo mi colpisce sulla guancia, caldo e umido, e scivola verso il mento. Non faccio in tempo a reagire che Luca fa lo stesso, un getto che mi centra la bocca. Sento il sapore amaro sulla lingua, ma non mi muovo, non protesto.
“Ora ti diverti per bene,” dice Paolo, alzandosi dal divano. Sento le sue mani sui miei fianchi, poi una pressione mentre mi tira su, mettendomi a quattro zampe. “Luca, passami il lubrificante.”
Non faccio in tempo a prepararmi che sento le sue dita attorno al plug. Lo tira fuori lentamente, e un gemito mi sfugge dalla bocca mentre il mio corpo si svuota. La sensazione di vuoto è quasi dolorosa, ma dura poco. Sento il rumore di una bottiglietta che si apre, poi il freddo del lubrificante che mi bagna, colando lungo la pelle. Paolo non perde tempo. Si posiziona dietro di me, e sento la punta del suo cazzo spingere contro di me. È grosso, lo sento subito, più largo del plug, e quando entra il bruciore mi fa stringere i denti.
“Rilassati, cazzo,” mi ordina, la voce roca, mentre spinge più a fondo. Il dolore si mescola a un piacere profondo, un’onda che mi attraversa mentre il suo cazzo mi riempie completamente. Sento ogni centimetro, ogni movimento, il modo in cui mi dilata senza pietà. La sua presa sui miei fianchi è ferrea, le unghie che affondano nella pelle.
Davanti a me, Luca si è alzato. Si abbassa i boxer, e il suo cazzo mi si para davanti, duro e spesso, con una vena che pulsa lungo l’asta. Ha un odore forte, muschiato, che mi colpisce mentre si avvicina. “Apri la bocca,” mi ordina, e obbedisco subito. Lo prendo dentro, la lingua che scivola sulla sua pelle, il sapore salato che mi invade. È grosso, mi riempie la bocca, e devo fare attenzione a non soffocare mentre spinge dentro senza delicatezza.
“Così, brava troia,” dice Luca, afferrandomi i capelli con una mano. “Succhialo bene.”
Dietro di me, Paolo ha trovato il suo ritmo. Ogni spinta è profonda, violenta, il suono della sua pelle che sbatte contro la mia è quasi assordante. Sento il sudore colarmi lungo la schiena, il calore del suo corpo che mi avvolge. Ogni tanto rallenta, solo per spingere più forte subito dopo, facendomi gemere attorno al cazzo di Luca. Il piacere mi travolge, un mix di dolore e desiderio che mi fa tremare le gambe.
“Guarda come gode,” dice Paolo con una risata, dando una sculacciata secca sul mio culo. Il bruciore si sparge sulla pelle, ma non mi importa. Voglio di più, voglio tutto.
“Cambiamo,” dice Luca dopo un po’, tirandosi fuori dalla mia bocca. Un filo di saliva mi collega a lui mentre si sposta, e Paolo si ritrae da dietro. Sento il vuoto di nuovo, ma dura solo un istante. Luca si posiziona dietro di me, le sue mani più leggere ma altrettanto decise, e mi penetra senza preavviso. Il suo cazzo è diverso, più lungo, arriva più in fondo, e ogni spinta mi fa ansimare. Davanti, Paolo si piazza davanti alla mia faccia, il cazzo ancora lucido di lubrificante e dei miei succhi. “Pulisci,” mi ordina, e io obbedisco, leccando ogni centimetro mentre lui mi guarda con un sorriso soddisfatto.
“Brava, così,” dice, spingendo nella mia bocca. Sento il suo sapore, un mix di sudore e sesso che mi fa impazzire. Dietro, Luca accelera, le sue spinte sono più rapide, meno ritmiche di quelle di Paolo, ma altrettanto intense. Sento il suo respiro pesante, i suoi grugniti mentre mi sbatte con forza. Il suono dei nostri corpi che si scontrano riempie la stanza, mescolandosi agli ansiti e alle loro voci.
“Cazzo, sto per venire,” dice Paolo, la voce tesa. Si tira fuori dalla mia bocca, masturbandosi velocemente davanti al mio viso. “Apri la bocca, troia.”
Obbedisco, la lingua fuori, gli occhi socchiusi mentre lo guardo. Il suo sperma mi colpisce caldo, denso, prima sulla guancia, poi in bocca. Il sapore è forte, amaro, ma lo ingoio senza pensarci, mentre lui geme di piacere. Quasi nello stesso momento, Luca si ritrae da dietro, si sposta davanti a me e fa lo stesso. Il suo sperma mi schizza sul viso, sugli occhi, sul mento, un getto dopo l’altro, mentre ansima e ride.
“Perfetto,” dice Paolo, dandosi il cinque con Luca mentre si rimettono a sedere sul divano, rilassati come se niente fosse. Io sono ancora in ginocchio, il viso bagnato, il corpo tremante per l’intensità di quello che è appena successo. Sento il loro sperma colarmi lungo la pelle, il respiro che torna lentamente normale.
“Vai a lavarti, cazzo,” mi ordina Luca con un tono freddo, senza nemmeno guardarmi. “E non fare casino.”
Mentre mi allontano verso il bagno, li sento ridere e commentare il gioco, come se io non fossi mai stato lì. Ma il calore dentro di me, il ricordo di ogni spinta, di ogni sapore, di ogni loro parola, mi segue come un’ombra.
