Caro diario… sono la puttana di giovanni (parte 3)
Caro diario,
Domani Giovanni se ne va. La cascina è finalmente pronta. Lui e Sara inizieranno la loro vita insieme, come una coppia normale. Io resterò qui, nella mia vecchia stanza, a dormire di nuovo da solo nel letto che ormai odora di lui.
Stanotte ho bisogno di mettere tutto nero su bianco. Non per ricordare… ma per non dimenticare mai quanto mi sono lasciato piegare.
Negli ultimi giorni Giovanni ha smesso di fingere che ci fosse un limite.
La mattina dopo quella notte in cui mi sono messo in ginocchio da solo, mi ha svegliato infilandomi due dita nel culo senza lubrificante mentre ancora dormivo. Mi ha detto solo: «Stai zitto» e mi ha scopato piano, tenendomi la faccia premuta nel cuscino della brandina, fino a venirmi dentro. Poi è andato a fare colazione con i miei genitori come se niente fosse, mentre io sentivo il suo sperma colarmi lungo le cosce sotto la tuta da lavoro.
Un pomeriggio, nel magazzino del mangime, mi ha fatto chinare su una balla di fieno, mi ha abbassato i pantaloni fino alle caviglie e mi ha inculato in piedi, con una mano sulla bocca e l’altra che mi stringeva forte un capezzolo. Mi ha scopato veloce e rabbioso, sussurrandomi all’orecchio: «Pensa a tua madre che mi chiama “figliolo” mentre io ti riempio il culo». Sono venuto senza toccarmi, solo per quelle parole. Mi sono sentito così sporco che ho pianto in silenzio mentre lui si puliva il cazzo sui miei capelli.
Un’altra notte mi ha fatto leccare il culo per quasi mezz’ora. Mi teneva aperto con le mani e mi spingeva la faccia tra le sue natiche, ordinandomi di spingere la lingua più dentro possibile. Diceva che ero nato per quello. Quando è stato soddisfatto mi ha girato a pancia in giù, mi ha scopato la gola fino a farmi vomitare un po’ di saliva, poi mi ha inculato di nuovo e mi ha lasciato il suo sperma dentro tutta la notte. Mi ha proibito di venire. Ho dormito con il culo gonfio e dolorante, sentendomi vuoto e pieno allo stesso tempo.
Ieri sera è stato il peggio… o il meglio.
Mi ha fatto spogliare completamente, mi ha legato i polsi dietro la schiena con la cintura dei suoi jeans e mi ha fatto camminare in ginocchio per tutta la stanza mentre lui stava seduto sul letto a guardarmi. Mi chiamava “cagnolino del padrone”. Poi mi ha fatto sdraiare a faccia in giù sul pavimento, mi ha messo un piede sulla nuca e mi ha inculato così, schiacciandomi contro le piastrelle fredde. Veniva dentro di me e mi chiedeva: «Dimmi quanto sei grato che un vero uomo ti usi il buco». Io lo ripetevo piangendo, con la voce rotta: «Grazie… grazie per avermi preso il culo…».
E ogni volta che lo dicevo, mi sentivo più piccolo, più inutile, più eccitato.
Adesso è quasi l’alba. Giovanni è sveglio. È sdraiato sul mio letto, nudo, il cazzo già mezzo duro. Mi guarda mentre scrivo queste ultime righe. Sa che sto scrivendo di lui. Non mi ha proibito di farlo. Anzi, credo che gli piaccia.
Si è appena alzato. Si avvicina.
Sta leggendo sopra la mia spalla.
«Hai finito?» mi chiede con quella voce bassa che mi fa contrarre lo stomaco.
Annuisco, le mani che tremano.
Chiude il quaderno, lo mette via e mi prende per i capelli, tirandomi in piedi.
«Ultima volta in questa stanza» mormora.
Mi fa chinare sul letto, il petto contro il materasso, il culo per aria. Non usa lubrificante. Mi sputa direttamente sul buco e mi penetra con una spinta lunga, profonda, dolorosa. Grido piano contro il lenzuolo. Lui mi mette una mano sulla bocca e inizia a scoparmi con colpi lenti, pesanti, possessivi.
Mentre mi incula, mi parla all’orecchio, la voce rauca e sicura:
«Non è la fine, Filippo. Questo è solo l’inizio di una cosa nuova. Domani vado a vivere con Sara, ma il tuo culo resta mio. Ogni volta che vorrò, ti chiamerò. Ogni volta che avrò voglia di scaricare la tensione, ti manderò un messaggio e tu verrai da me. Nel fienile, nella mia nuova cascina quando Sara non c’è, nel parcheggio del caseificio… ovunque. Tu verrai e mi darai il culo senza fare domande. Chiaro?»
Spinge più forte, fino in fondo, facendomi sentire ogni centimetro.
«Rispondi.»
«…sì» riesco a gemere contro la sua mano. «Sì, padrone.»
Giovanni ride piano, un suono basso e soddisfatto.
«Brava puttana. Continuerai a essere il mio segreto. Il mio sfogo. Il figlio fallito che nessuno vuole, ma che io uso quando mi pare.»
Accelera. I colpi diventano più secchi, più violenti. Mi sta inculando come se volesse marchiarmi per sempre.
Quando viene, spinge fino alla base e rimane lì, pulsando, riempiendomi con fiotti caldi e abbondanti. Sento ogni schizzo dentro di me. Rimane fermo a lungo, godendosi il mio buco che si contrae intorno a lui.
Poi si tira fuori lentamente. Mi dà una pacca sul culo gonfio e dice, quasi con tenerezza:
«Adesso vai a dormire sulla brandina, con il mio sperma dentro. Domani mattina fai finta di niente davanti ai tuoi genitori. E ricordati: questa non è la fine.»
Mi bacia sulla nuca, un gesto stranamente dolce, e torna a sdraiarsi nel letto grande.
Io resto piegato sul materasso ancora qualche secondo, il culo che pulsa, pieno del suo seme, le lacrime che mi scendono silenziose.
Mi sdraio sulla brandina, sulla schiena, con le gambe leggermente aperte perché non esca niente.
Mentre chiudo gli occhi, penso all’ultima frase che ho scritto prima che lui mi prendesse.
Sono la puttana di Giovanni.
Domani lui se ne andrà da questa casa.
Ma io resterò suo.
Per sempre.
E mentre il suo sperma mi cola lentamente tra le natiche, sento una tristezza profonda mescolata a un’eccitazione malata che non voglio più negare.
Questa è la mia confessione finale.
Non c’è redenzione.
Non c’è ritorno.
C’è solo lui.
E il mio buco che gli apparterrà ogni volta che lo vorrà.
Buonanotte, Giovanni.
Grazie per avermi spezzato.
