Racconti Piccanti
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La segretaria notturna

La segretaria notturna

27 Marzo 2026·9 min di lettura

La vita di Marco era un groviglio di scadenze, riunioni e stress. A trentacinque anni, manager di una società di consulenza finanziaria, passava le sue giornate in un ufficio al diciottesimo piano di un grattacielo milanese, circondato da vetrate che mostravano una città che non aveva tempo di guardare. Le notti, invece, le passava spesso lì dentro, a smaltire pile di documenti e report che sembravano moltiplicarsi da soli. Era esausto, ma non poteva permettersi di rallentare. Fu per questo che, un mese prima, aveva deciso di assumere una segretaria notturna. Qualcuno che lo aiutasse a tenere il passo.

Elena era arrivata come un soffio d’aria fresca. Alta, con un corpo slanciato e curve che sembravano disegnate, aveva capelli neri lucidi che le cadevano sulle spalle e un viso dai lineamenti decisi, con labbra piene e occhi che sembravano leggere ogni tuo pensiero. Parlava poco, ma lavorava con una precisione chirurgica. Marco l’aveva assunta dopo un colloquio breve, colpito dalla sua professionalità e, doveva ammetterlo, dalla sua presenza magnetica. Ogni sera, verso le dieci, lei arrivava, sistemava i fascicoli, rispondeva alle email e organizzava l’agenda del giorno dopo. Marco, seduto alla sua scrivania, la osservava di tanto in tanto, notando come il tailleur grigio che indossava aderisse perfettamente al suo corpo, o come le sue mani affusolate digitassero sulla tastiera con un ritmo quasi ipnotico.

Con il passare delle settimane, però, qualcosa iniziò a cambiare. Marco si accorse che Elena lo guardava in modo diverso. Non era solo professionalità nei suoi occhi, ma un’ombra di sfida, un sorriso appena accennato che lo metteva a disagio e, allo stesso tempo, lo intrigava. Una sera, mentre lei gli porgeva un dossier, le loro mani si sfiorarono. La pelle di Elena era calda, morbida, e Marco sentì un brivido risalirgli lungo il braccio. Ritirò la mano di scatto, borbottando un “grazie” imbarazzato. Lei, invece, non batté ciglio, limitandosi a guardarlo con quel sorriso enigmatico.

“Non ti stanchi mai di tutto questo, Marco?” gli chiese una sera, mentre erano soli nell’ufficio illuminato solo dalla luce fredda dei neon. La sua voce era bassa, vellutata, con un accento che non riusciva a collocare.

“Di cosa parli?” rispose lui, alzando lo sguardo dal computer.

“Di startene qui, ogni notte, a fare il capo. Non ti manca… qualcosa?” Si avvicinò alla scrivania, posando una mano sul bordo. Il profumo di lei, un misto di vaniglia e qualcosa di più speziato, lo colpì come una carezza.

Marco si schiarì la voce, a disagio. “Non capisco cosa intendi. Ho un lavoro da fare, tutto qui.”

Elena rise piano, un suono che gli fece accelerare il battito. “Oh, lo capisci benissimo. Ma fai finta di no. Non ti preoccupare, ci arriveremo.”

Quelle parole lo lasciarono confuso per il resto della serata. Non riusciva a concentrarsi, continuava a guardarla mentre lei lavorava come se nulla fosse. Ma il suo corpo tradiva una tensione che non poteva ignorare: il calore che gli saliva al viso, il modo in cui il cuore gli batteva più forte ogni volta che lei si avvicinava. E poi, c’era qualcosa in lei che non riusciva a decifrare, un segreto che sembrava nascondere dietro quel sorriso.

La verità emerse una settimana dopo, in una notte di pioggia battente. Marco, esausto, aveva fatto cadere una penna sotto la scrivania. Si era chinato per raccoglierla, borbottando un’imprecazione, quando aveva sentito la voce di Elena, ferma e decisa: “Aspetta. Lascia che lo faccia io.”

Prima che potesse protestare, lei si era inginocchiata accanto a lui. Marco si era tirato indietro, sorpreso, ma mentre si rialzava, il suo sguardo era caduto su di lei. E aveva visto. Sotto la gonna del tailleur, un rigonfiamento che non avrebbe dovuto esserci. Il cuore gli era balzato in gola, ma non per disgusto o shock. Era qualcosa di più profondo, un misto di curiosità e desiderio che non aveva mai provato prima.

“Tu…” iniziò, ma non riuscì a finire la frase. Elena si rialzò con grazia, senza distogliere lo sguardo.

“Sì, Marco. Sono un travestito. Ma questo non cambia nulla di ciò che sono. O di ciò che provo per te.” La sua voce era calma, ma c’era una nota di comando che lo inchiodò sul posto. “E so che anche tu lo vuoi. Non fingere con me.”

Marco deglutì a fatica, il viso in fiamme. Avrebbe voluto negare, alzarsi e andarsene, ma il suo corpo non si mosse. Elena si avvicinò, posandogli una mano sul petto. Il tocco era leggero, ma bruciava attraverso la camicia. “Dimmi che non ci stai pensando da settimane. Dimmi che non mi guardi ogni sera.”

“Io… non lo so,” balbettò lui, ma le sue parole suonavano vuote persino alle sue orecchie.

Elena sorrise, un sorriso predatorio. “Lo sapevo. Ora ascoltami bene. Voglio che ti inginocchi sotto questa scrivania. Subito.”

Marco la fissò, incredulo. “Cosa? Sei pazza? Io sono il tuo capo, non puoi…”

“Oh, sì che posso,” lo interruppe lei, spingendolo con una mano sulla spalla. La forza non era brutale, ma decisa, e Marco si ritrovò a cedere, le ginocchia che toccavano il pavimento prima ancora di rendersene conto. Il legno freddo sotto di lui contrastava con il calore che gli saliva al viso. Elena si sedette sulla poltrona girevole, tirando su la gonna con un gesto lento, deliberato. Marco vide tutto: le cosce lisce, il rigonfiamento sotto il tessuto nero degli slip, e il modo in cui lei lo guardava, come se fosse già suo.

“Non fare il timido adesso,” gli disse, la voce bassa e roca. “Lo vuoi. Lo so. Tira giù questi slip con i denti, Marco. Fammi vedere quanto sei bravo a seguire gli ordini.”

Marco esitò, il respiro corto, ma il desiderio che gli pulsava nelle vene era più forte di qualsiasi imbarazzo. Con mani tremanti, si avvicinò, sfiorando il tessuto con le labbra. L’odore di lei lo colpì, un misto di pelle calda e profumo speziato che gli fece girare la testa. Afferrò il bordo degli slip con i denti, tirando piano, sentendo il tessuto scivolare contro la pelle di Elena. Quando li fece scendere del tutto, il suo membro gli apparve, duro e turgido, con una dimensione che lo fece deglutire a fatica. Era più grande di quanto avesse immaginato, la pelle liscia e tesa, con una vena che pulsava lungo l’asta.

“Bravo,” mormorò Elena, posandogli una mano sulla nuca. “Ora succhialo. Fammi vedere come lo vuoi.”

Marco chiuse gli occhi per un istante, poi si avvicinò, aprendo la bocca. Il primo contatto fu elettrico: il calore, la consistenza setosa contro la lingua, il sapore leggermente salato che gli invase i sensi. Sentì un gemito sfuggire dalla gola di Elena, un suono gutturale che lo spronò a continuare. Muoveva la testa lentamente, sentendo il membro di lei riempirgli la bocca, sfiorandogli il palato. Ogni tanto lei gli stringeva i capelli, guidandolo con una pressione che non ammetteva repliche.

“Così, sì,” ansimò Elena, inclinando la testa all’indietro. “Lo fai bene, sai? Non credevo fossi così… affamato. Più forte, Marco. Prendilo tutto.”

Lui obbedì, spingendosi oltre, ignorando il lieve disagio per concentrarsi sul ritmo. Il suono dei suoi stessi movimenti, il respiro affannoso di Elena, il modo in cui lei gli parlava con quella voce roca, lo stavano portando al limite. Sentiva il proprio membro premere dolorosamente contro i pantaloni, ma non osava toccarsi. Non ancora.

Dopo qualche minuto, Elena lo tirò via con una mano, il viso arrossato e gli occhi lucidi di desiderio. “Basta così. Ora alzati. Voglio di più.”

Marco si rialzò, le gambe tremanti, mentre lei si alzava dalla poltrona e lo spingeva contro la scrivania. La superficie era fredda contro la sua schiena, ma il corpo di Elena, premuto contro il suo, era un incendio. Lei gli slacciò la camicia con gesti rapidi, esponendo il suo petto, poi fece scivolare una mano verso la cintura dei pantaloni.

“Guardati,” gli sussurrò all’orecchio, il fiato caldo contro la sua pelle. “Sei così duro che sembra che stai per scoppiare. Vuoi che ti aiuti, vero?”

“Sì,” mormorò lui, la voce spezzata. “Ti prego.”

Elena rise piano, tirandogli giù i pantaloni e i boxer in un unico gesto. Il membro di Marco si liberò, eretto e pulsante, con una goccia di liquido che brillava sulla punta. Lei lo afferrò con una mano, stringendolo appena, facendolo gemere. Il contatto era quasi insopportabile, ogni movimento della sua mano un misto di piacere e tortura.

“Non così in fretta,” gli disse, chinandosi per sfiorargli il collo con le labbra. “Prima voglio sentire come stai dentro di me. Girati.”

Marco obbedì senza pensare, appoggiandosi con le mani sulla scrivania. Sentì Elena posizionarsi dietro di lui, il suono di un flacone che si apriva, il freddo del lubrificante che le sue dita spalmavano con cura. Il tocco era deciso, invasivo, ma incredibilmente eccitante. Ogni movimento lo preparava, lo faceva fremere di anticipazione. Poi, sentì la pressione del membro di Elena contro di lui, lento ma inesorabile. La sensazione di pienezza, il lieve bruciore che si trasformava in piacere, lo fece ansimare forte.

“Rilassati,” gli ordinò lei, spingendo piano. “Lo stai prendendo bene. Senti quanto mi stai stretto? È fottutamente perfetto.”

Marco strinse i denti, il corpo teso, ma il piacere lo sopraffece presto. Ogni spinta di Elena era calcolata, profonda, e lo faceva gemere senza controllo. Il suono dei loro corpi che si incontravano, il respiro pesante di lei, l’odore di sudore e desiderio che riempiva l’aria, tutto contribuiva a portarlo al limite. Lei gli afferrò i fianchi, accelerando il ritmo, e Marco sentì il proprio membro sfregare contro il bordo della scrivania, aggiungendo un altro strato di stimolazione.

“Non resisto più,” ansimò lui, la voce rotta. “Sto per…”

“Non ancora,” ringhiò Elena, rallentando di colpo. “Voglio sentirti implorare. Dimmi quanto lo vuoi. Dimmi che sei mio.”

“Sono tuo,” gemette Marco, disperato. “Ti prego, fammi venire. Non ce la faccio.”

Quelle parole sembrarono accendere qualcosa in lei. Elena riprese a spingere, più forte, più veloce, mentre con una mano gli afferrava il membro, muovendola in sincronia con le sue spinte. Il doppio stimolo era troppo. Marco sentì l’orgasmo montare come un’onda, impossibile da fermare. Con un gemito strozzato, si abbandonò, il corpo che si contraeva mentre il piacere lo travolgeva. Sentì Elena irrigidirsi dietro di lui, un grugnito profondo che le sfuggiva mentre raggiungeva il suo picco, il calore del suo rilascio che lo riempiva.

Rimasero fermi per qualche istante, ansimando, i corpi ancora premuti l’uno contro l’altro. Il silenzio dell’ufficio era rotto solo dal loro respiro, dal ticchettio distante di un orologio. Poi, Elena si tirò indietro con delicatezza, aiutandolo a raddrizzarsi. Marco si voltò, il viso arrossato, gli occhi ancora offuscati dal piacere. Lei gli sorrise, un sorriso che non aveva più nulla di enigmatico, ma che era puro appagamento.

“Beh, capo,” disse, sistemandosi i capelli con un gesto disinvolto. “Direi che abbiamo sbrigato un bel po’ di lavoro arretrato, non credi?”

Marco non poté fare a meno di ridere, una risata breve e stanca. Per la prima volta dopo settimane, si sentiva leggero. E, mentre guardava Elena raccogliere i suoi vestiti con quella calma che lo aveva sempre colpito, seppe che nulla in quell’ufficio sarebbe mai stato più lo stesso.

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