Parlare con il cazzo in bocca (parte 2)
Non riuscivo a togliermi quella serata dalla testa. Era passata una settimana, forse meno, ma ogni volta che chiudevo gli occhi sentivo ancora la risata di Matteo, il tono basso della sua voce mentre diceva “quanto bravo sei davvero?”. Mi ero barricato nella mia stanza per giorni, evitando il salotto come se fosse un campo minato. Passavo le ore con le cuffie sulle orecchie, fingendo di studiare o di giocare online, ma in realtà ero solo terrorizzato all’idea di incrociare il suo sguardo. Ogni volta che lo sentivo muoversi per casa – il rumore dei suoi passi pesanti, il frigo che si apriva, la sua voce che cantava stonato sotto la doccia – il cuore mi saltava in gola. Non sapevo se avesse dimenticato tutto o se stesse solo aspettando il momento giusto per tirare fuori di nuovo l’argomento. E, peggio ancora, non sapevo cosa volevo io.
Una parte di me sperava che lasciasse perdere, che tutto tornasse come prima, come se quella confessione non fosse mai accaduta. Ma un’altra parte, una parte che mi faceva ribrezzo, continuava a rigirarsi quel pensiero nella testa, a immaginare cosa sarebbe successo se non stesse scherzando. Mi odiavo per questo. Mi guardavo allo specchio e vedevo solo un idiota, un ragazzo magro e pallido con gli occhi cerchiati e le guance sempre pronte ad arrossarsi per qualsiasi cosa. Eppure, quella tensione, quel misto di paura ed eccitazione, non mi abbandonava mai.
Era una sera di giovedì, credo, quando tutto è cambiato. Ero in cucina, intento a scaldarmi una pizza surgelata nel microonde, quando Matteo è entrato con una birra in mano. Indossava una maglietta grigia aderente e i soliti pantaloncini da ginnastica, con i capelli ancora umidi dopo la doccia. L’odore del suo bagnoschiuma, un misto di agrumi e qualcosa di più forte, ha riempito la stanza, sovrastando persino il profumo della pizza. Mi ha guardato con quel suo sorrisetto che ormai temevo, e ha detto: “Ehi, Luca, stasera guardiamo un film. Ho trovato una cazzata di azione su Netflix, ci stai?”
Ho annuito senza pensarci troppo, più per abitudine che per vera voglia. “S-sì, certo,” ho borbottato, tenendo lo sguardo fisso sul microonde come se fosse la cosa più interessante del mondo. Dentro di me, però, sentivo già il nervosismo montare. Non ero sicuro di voler passare una serata intera con lui, non dopo quello che era successo. Ma non avevo scuse plausibili per rifiutare, e l’idea di sembrare ancora più patetico di quanto già fossi mi frenava.
Così, poco dopo, ci siamo ritrovati sul divano del salotto, quello stesso divano che ormai associavo a quella confessione imbarazzante. L’odore del tessuto vecchio e delle birre versate nel corso delle settimane era sempre lì, un memento costante di quella sera. Matteo era stravaccato come al solito, con le gambe spalancate e un braccio appoggiato sullo schienale, mentre io ero seduto più in disparte, con le ginocchia raccolte e le mani che stringevano il bordo della mia maglietta. Il film era iniziato, ma non ci stavo davvero prestando attenzione. Le esplosioni e i dialoghi in inglese sottotitolati erano solo un rumore di fondo, mentre la mia testa era altrove, persa in un groviglio di pensieri che non riuscivo a sbrogliare.
Matteo, invece, sembrava rilassato, troppo rilassato. Ogni tanto commentava qualche scena con una risata o un “che cazzata”, ma sentivo che c’era qualcosa di diverso nel suo tono, una specie di tensione che non riuscivo a ignorare. Dopo una ventina di minuti, durante una pausa pubblicitaria, si è girato verso di me, posando la birra sul tavolino con un gesto lento. “Sai, Luca,” ha iniziato, e il solo suono della sua voce mi ha fatto irrigidire, “ultimamente sono un po’ stressato. Lavoro del cazzo, palestra, tutte ‘ste stronzate. Mi serve una pausa, capisci?”
Ho annuito, senza guardarlo, con il cuore che già batteva più forte. “S-sì, capisco,” ho mormorato, sperando che la conversazione finisse lì. Ma non è finita. Matteo ha fatto una pausa, un silenzio che sembrava studiato, e poi ha continuato: “E mi è venuta in mente una cosa… Sai, tipo un favore da amici. Tanto tu sei bravo, no?”
Il mondo si è fermato. Ho sentito il sangue salirmi alla testa, un calore che mi ha fatto bruciare le guance in un istante. Ho aperto la bocca per rispondere, ma non è uscito niente, solo un respiro corto, quasi un rantolo. Lo sapevo. Sapevo cosa stava per dire, cosa stava per chiedermi, e l’idea mi terrorizzava. Eppure, una parte di me, quella parte che continuavo a odiare, sentiva un brivido di eccitazione scorrermi lungo la schiena. “C-cosa intendi?” ho balbettato, con la voce così tremula che sembrava non fosse nemmeno la mia.
Matteo ha sorriso, un sorriso che non era né gentile né cattivo, ma che aveva qualcosa di pericoloso, di predatorio. “Lo sai cosa intendo,” ha detto, abbassando la voce. “Quello che hai detto l’altra volta. Che sei bravo. Beh, io sono stressato, tu sei qui… Perché non mi fai un favore? Solo per stavolta, dai. Tanto non è niente di che, no?”
Non potevo credere che lo avesse detto davvero. Le sue parole mi hanno colpito come un pugno nello stomaco, lasciandomi senza fiato. Ho abbassato lo sguardo, fissando il pavimento come se potesse aprirsi e inghiottirmi. Le mani mi tremavano, e sentivo il cuore battere così forte che pensavo lo sentisse anche lui. “N-no, cioè… non è che… non posso,” ho biascicato, ma la mia voce era patetica, priva di convinzione. Dentro di me, il conflitto era un uragano: la vergogna mi schiacciava, mi faceva venir voglia di scappare, ma c’era anche quella sensazione, quel calore che si insinuava nonostante tutto, che mi teneva inchiodato lì.
Matteo ha scrollato le spalle, come se la mia risposta non avesse alcuna importanza. “Dai, non fare il difficile. È solo un favore, mica ti sto chiedendo di sposarmi,” ha detto con una risata, ma nei suoi occhi c’era una luce che mi faceva paura. “E poi, non mi hai detto che eri bravo? Fammi vedere. Tanto siamo solo io e te, nessuno lo saprà mai.”
Ho sentito le guance bruciarmi ancora di più, se possibile. Ogni parola era una coltellata, una frecciata che mi faceva sentire piccolo, esposto, nudo. Eppure, non riuscivo a dire di no. Non so se fosse paura, vergogna o qualcos’altro, ma non riuscivo a oppormi. Ho annuito, un movimento quasi impercettibile, e ho sentito la gola chiudersi mentre lo facevo. Matteo ha sorriso di nuovo, un sorriso soddisfatto, e si è appoggiato meglio contro lo schienale del divano. “Bravo. Vieni qui, allora,” ha detto, indicando lo spazio davanti a lui con un gesto della mano.
Mi sono mosso come un automa, con le gambe che tremavano e il respiro corto. Mi sono inginocchiato davanti a lui, sul pavimento freddo, con il cuore che mi martellava nel petto. Non riuscivo a guardarlo in faccia, non ce la facevo. Fissavo le sue ginocchia, i pantaloncini che indossava, e sentivo la vergogna montare come un’onda, pronta a travolgermi. Matteo si è abbassato i pantaloncini quel tanto che bastava, senza dire nulla, e io ho sentito l’odore forte, muschiato, della sua pelle, un misto di sudore e calore che mi ha fatto girare la testa. Non volevo farlo. Non dovevo farlo. Ma lo stavo facendo.
Quando l’ho preso in bocca, tutto è diventato confuso. Il sapore era strano, salato, intenso, qualcosa che non riuscivo a descrivere ma che mi riempiva i sensi. Il calore, la consistenza, tutto era così reale, così invadente, che per un momento la mia mente si è svuotata. Sentivo il tessuto ruvido del divano sotto le mie mani mentre mi appoggiavo per non perdere l’equilibrio, e il suono del film in sottofondo sembrava lontanissimo, come se fossi sott’acqua. Ma soprattutto sentivo lui, il suo respiro che si faceva più pesante, le sue mani che si posavano leggere sui miei capelli, non per forzarmi, ma per guidarmi, per ricordarmi chi aveva il controllo.
“Ecco, così,” ha mormorato Matteo, e la sua voce era bassa, quasi un ringhio. “Non male, sai? Per essere un timidone, ci sai fare.” Le sue parole mi hanno trafitto, facendomi arrossire ancora di più, anche se pensavo fosse impossibile. Sentivo la vergogna bruciarmi dentro, un fuoco che mi consumava, ma c’era anche qualcos’altro, un’eccitazione che non potevo ignorare, che mi faceva tremare non solo di paura ma di desiderio. Ogni movimento era goffo, incerto, e il suono dei miei stessi respiri, spezzati e umidi, mi faceva sentire ancora più patetico. Sbiascicavo, cercavo di non soffocare, e ogni tanto sentivo la sua risata, un suono che mi umiliava ma che, in qualche modo, mi spingeva a continuare.
Dopo un po’, Matteo ha stretto leggermente la presa sui miei capelli, non con forza, ma con decisione. “Aspetta, fermo,” ha detto, e io ho alzato lo sguardo per la prima volta, incontrando i suoi occhi. Erano scuri, intensi, e c’era un’espressione che non avevo mai visto prima, un misto di divertimento e qualcosa di più profondo, più pericoloso. “Voglio sentire la tua voce. Dì qualcosa. Tipo… dì ‘ti piace’.”
Ho sentito il sangue gelarsi nelle vene. Non potevo credere che me lo stesse chiedendo. La mia voce, già tremula e rotta, sembrava non volerne sapere di uscire. Ma lui insisteva, con quel sorriso che non lasciava spazio a discussioni. “Dai, dillo. Fammi sentire come sbiascichi. È divertente.”
Ho provato a parlare, con lui ancora in bocca, e il risultato è stato un disastro. “T-ti… piace,” ho biascicato, con la voce soffocata, quasi incomprensibile, e ogni sillaba era un’umiliazione. Matteo è scoppiato a ridere, una risata profonda, di gola, che mi ha fatto sentire minuscolo. “Cazzo, è troppo forte. Sembri un idiota, lo sai? Dillo di nuovo. Più chiaro.”
Ho obbedito, o almeno ci ho provato, ripetendo quella frase patetica mentre sentivo il viso bruciarmi di vergogna. Ogni parola era un peso, un’altra tacca nella mia umiliazione, ma sentivo anche il suo respiro accelerare, il modo in cui si godeva ogni balbettio, ogni suono goffo che usciva dalla mia bocca. “Ecco, così,” ha detto a un certo punto, con la voce più roca. “Mi piace sentirti parlare così. È… non lo so, mi fa effetto. Non pensavo, ma cazzo, è una figata.”
Quelle parole mi hanno colpito più di qualsiasi altra cosa. Non era solo il fatto che stesse godendo del mio imbarazzo, ma il modo in cui lo diceva, così aperto, così schietto, come se stesse scoprendo qualcosa di nuovo su di sé. E io, nonostante tutto, nonostante la vergogna che mi soffocava, sentivo il mio corpo reagire in un modo che non potevo controllare. Mi odiavo per questo, ma non potevo farci niente.
Quando è finita, mi sono allontanato con il respiro corto, le guance rosse e gli occhi che bruciavano. Non riuscivo a guardarlo. Mi sono passato una mano sulla bocca, sentendo ancora il sapore, l’odore, tutto. Matteo si è sistemato i pantaloncini con un gesto nonchalante, come se non fosse successo niente di che, e ha preso un sorso di birra. “Beh, non male,” ha detto, con quel tono che era un misto di scherno e soddisfazione. “Grazie del favore, amico. Sei stato utile.”
Non ho risposto. Non potevo. Mi sono alzato, con le gambe che ancora tremavano, e ho borbottato qualcosa su “vado in bagno” prima di sparire lungo il corridoio. Ma mentre chiudevo la porta dietro di me, con il cuore che batteva all’impazzata e la vergogna che mi pesava come un macigno, non riuscivo a smettere di pensare a quello che aveva detto. “Mi piace sentirti parlare così.” Quelle parole continuavano a girarmi nella testa, un’eco che non mi dava pace, e mi chiedevo, con un misto di terrore ed eccitazione, cosa sarebbe successo la prossima volta. Perché, anche se non volevo ammetterlo, sapevo che ci sarebbe stata una prossima volta.
