Racconti Piccanti
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Parlare con il cazzo in bocca

Parlare con il cazzo in bocca

25 Marzo 2026·8 min di lettura

Non so nemmeno come ci siamo arrivati. È stata una di quelle serate che iniziano senza pretese, con un paio di birre fredde tirate fuori dal frigo e il vecchio divano del salotto che cigola sotto il nostro peso. Matteo era stravaccato con il controller in mano, le gambe spalancate come se il mondo fosse suo, e io ero seduto un po’ più in là, con le spalle curve, cercando di non farmi notare troppo mentre perdevo malamente all’ennesima partita di FIFA. L’odore acre della birra aperta da troppo tempo si mescolava a quello del tessuto logoro del divano, una specie di miscela stantia che ormai faceva parte dell’arredamento. Ogni tanto Matteo sbuffava una risata, commentando quanto fossi scarso. Io ridevo con lui, ma dentro mi sentivo sempre un po’ fuori posto, come se fossi un ospite in casa mia.

Viviamo insieme da poco più di un mese, io e Matteo. Lui è il tipo di persona che riempie una stanza senza nemmeno provarci: alto, spalle larghe, sempre con quella barba incolta che gli dà un’aria da “non me ne frega niente” ma che, in qualche modo, gli sta bene. Ha 27 anni, cinque più di me, e si vede. È sicuro di sé, diretto, di quelli che dicono quello che pensano senza filtri. Io, invece, sono l’opposto. Magro, pallido, con i capelli castani sempre un po’ spettinati e gli occhi che sfuggono ogni volta che qualcuno mi guarda troppo a lungo. Arrossisco per un nonnulla, balbetto se sono nervoso, e ho sempre la sensazione di essere fuori luogo. Eppure, in questo appartamento di provincia, con le pareti scrostate e il disordine perenne di lattine vuote e vestiti ammucchiati, siamo finiti per convivere. Lui perché cercava un posto economico, io perché non potevo permettermi di vivere da solo.

Quella sera avevamo già bevuto un paio di birre a testa, forse tre. Il caldo di fine estate si faceva ancora sentire, anche con le finestre spalancate, e io avevo la maglietta appiccicata alla schiena per il sudore. Matteo, invece, sembrava non farci nemmeno caso, con la sua canottiera nera e i pantaloncini da ginnastica che probabilmente non lavava da una settimana. Ogni tanto mi lanciava uno sguardo, una di quelle occhiate che non capisci mai se sono di scherno o di curiosità, e io abbassavo subito la testa, concentrandomi sullo schermo. Ma più bevevo, più sentivo la lingua sciogliersi, e non in senso positivo. È come se l’alcol mi togliesse i freni, ma invece di rendermi spavaldo, mi facesse solo più goffo, più vulnerabile.

“Luca, ma sei proprio una pippa, eh,” mi ha detto a un certo punto, dopo aver segnato l’ennesimo gol. La sua voce era un misto di divertimento e provocazione, e io ho sentito il viso scaldarsi all’istante. Ho borbottato qualcosa, un “sì, vabbè” che è uscito più stridulo di quanto volessi, e lui è scoppiato a ridere, buttandosi indietro contro lo schienale del divano. “Sai, dovresti fare un corso di qualcosa, non so, tipo ‘come non essere una frana a tutto’.” Ha preso un sorso di birra, guardandomi di sottecchi. “O magari sei bravo in qualcos’altro, no? Tipo… che ne so, a fare i pompini.”

Il mondo si è fermato per un secondo. Giuro, ho sentito il cuore saltarmi in gola, come se volesse uscirmi dal petto. Ho aperto la bocca per rispondere, ma non è uscito niente, solo un respiro corto, quasi un singhiozzo. Matteo mi guardava, con un mezzo sorriso sulla faccia, e io non capivo se stesse scherzando o se avesse detto quella frase per puro caso. Ma il peggio è che, invece di negare, invece di ridere o dire qualcosa di normale, ho sentito la mia voce tremare mentre rispondevo: “B-beh, non lo so… c-cioè, non è che… non è che non ci ho mai provato.”

Silenzio. Un silenzio così pesante che sembrava pesare tonnellate, schiacciandomi contro il divano. Matteo ha sollevato un sopracciglio, posando la birra sul tavolino con un gesto lento, quasi teatrale. “Che hai detto?” ha chiesto, e nella sua voce c’era una curiosità che mi ha fatto rabbrividire. Non era più solo scherzo, c’era qualcosa di diverso, qualcosa che mi ha fatto venir voglia di sparire. Ho cercato di rimediare, ma le parole mi uscivano a pezzi, sconnesse, mentre il viso mi bruciava. “N-no, cioè, non intendevo… era una cosa di… di tanto tempo fa, n-non è che… niente, lascia stare.”

Ma Matteo non lasciava stare. Si è girato verso di me, appoggiando un braccio sullo schienale del divano, e mi ha fissato con quegli occhi scuri che sembravano scavarmi dentro. “Aspetta un attimo, fammi capire. Tu hai fatto un pompino? A un tipo?” La sua voce era bassa, ma c’era una nota di divertimento, come se stesse per scoppiare a ridere ma volesse prima essere sicuro di aver capito bene. Io ho abbassato lo sguardo, fissando il controller che stringevo tra le mani come se fosse l’unica cosa che mi tenesse ancorato alla realtà. Non riuscivo a guardarlo. Non riuscivo a fare niente, se non annuire appena, un movimento così piccolo che speravo non lo notasse.

Invece lo ha notato. E ha riso, una risata profonda, di gola, che mi ha fatto sentire ancora più piccolo. “Cazzo, Luca, non me l’aspettavo da te. Ma guarda un po’. E com’è andata? Tipo, eri bravo o facevi schifo pure lì?” Ogni parola era un colpo, una frecciata che mi faceva arrossire di più, tremare di più. Ho provato a rispondere, ma la mia voce era un disastro, un balbettio patetico. “N-non lo so… cioè… non è che… era una cosa… una volta sola… non so nemmeno perché l’ho fatto…” Ho mentito, o almeno ci ho provato. Non era stata una volta sola, e lo sapevo. Ma non potevo dirlo. Non potevo dirgli niente di più, perché già mi sentivo nudo, esposto, come se mi avesse strappato via ogni difesa.

Matteo ha preso un altro sorso di birra, senza smettere di guardarmi. “Una volta sola, eh? E quindi? Ti è piaciuto o no?” La domanda mi ha colpito come uno schiaffo. Ho sentito il sangue pulsarmi nelle orecchie, il cuore battere così forte che sembrava voler spaccarmi il petto. Non potevo rispondere. Non volevo rispondere. Ma qualcosa in me, qualcosa di stupido e masochista, ha fatto sì che mormorassi, quasi senza rendermene conto: “N-non lo so… cioè… ero… ero abbastanza bravo, credo.”

Non so perché l’ho detto. Non so perché non ho chiuso la bocca e basta. Ma l’ho detto, e appena le parole sono uscite, ho voluto sprofondare. Matteo è rimasto zitto per un attimo, poi ha buttato la testa indietro e ha riso così forte che quasi mi ha spaventato. “Abbastanza bravo? Cazzo, Luca, questa è bellissima. Ma guarda te, il timidone che sa fare i pompini. E me lo dici così, come se niente fosse.” Si è passato una mano sulla faccia, ancora ridendo, e io ho sentito le guance bruciarmi così tanto che pensavo di prendere fuoco. “N-no, non è come… non è che… smettila di ridere,” ho biascicato, ma la mia voce era così debole che sembrava una supplica.

Lui ha smesso di ridere, ma il sorriso non è sparito. Mi guardava, e c’era qualcosa di nuovo nei suoi occhi, qualcosa che non riuscivo a decifrare ma che mi faceva sentire ancora più a disagio. “Tranquillo, non ti sto giudicando. È solo che… non me l’aspettavo, tutto qua. Sei pieno di sorprese, eh?” Ha fatto una pausa, e quel silenzio mi ha ucciso. Poi ha aggiunto, con un tono più basso, quasi confidenziale: “Sai, quasi quasi sono curioso. Tipo, quanto bravo sei davvero?”

Ho sentito un brivido freddo scendermi lungo la schiena, mescolato a un calore che non volevo ammettere. Non potevo credere che avesse detto una cosa del genere. Non potevo credere che stessi ancora seduto lì, con le mani che tremavano e il cuore che batteva all’impazzata. Ho aperto la bocca per rispondere, ma non è uscito niente, solo un respiro spezzato. Matteo mi guardava, e per la prima volta nella serata ho notato che si era avvicinato un po’ di più, quel tanto che bastava perché sentissi l’odore del suo sudore mischiato alla birra. Era un odore forte, reale, che mi faceva girare la testa.

“Non dire cazzate,” ho finalmente mormorato, con la voce che mi tremava così tanto che sembrava non fosse nemmeno la mia. “S-stai solo… stai solo scherzando.” Ma non ne ero sicuro. Non ero sicuro di niente, in quel momento. Matteo ha scrollato le spalle, con un sorrisetto che non prometteva niente di buono. “Boh, magari sì, magari no. Però sai che c’è? Mi diverte vederti così agitato. Arrossisci pure troppo, sembri un pomodoro.”

Non ho risposto. Non potevo. Mi sono alzato di scatto, borbottando qualcosa su “vado a dormire” o “sono stanco”, non ricordo nemmeno cosa ho detto. So solo che ho afferrato la mia birra quasi vuota e sono praticamente scappato nella mia stanza, chiudendo la porta dietro di me con un tonfo. Il cuore mi batteva ancora forte, così forte che lo sentivo nelle tempie, e quando mi sono buttato sul letto, con la faccia affondata nel cuscino, non riuscivo a pensare ad altro che alla sua risata, al modo in cui mi aveva guardato, a quella frase – “quanto bravo sei davvero?” – che continuava a risuonarmi nella testa come un’eco infinita.

E il peggio, la cosa che non volevo ammettere nemmeno a me stesso, era che non ero solo mortificato. Ero eccitato. Un’eccitazione che mi disgustava, che mi faceva sentire sporco, ma che non riuscivo a ignorare. Stringevo le lenzuola tra le mani, con il respiro corto, e mi odiavo per quello che provavo. Perché una parte di me, una parte che non volevo riconoscere, sperava che non stesse solo scherzando. E quel pensiero mi terrorizzava più di qualsiasi altra cosa.

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