Obbedire a mio cugino
Eravamo soli nella villa da tre giorni. Gli zii erano partiti per un viaggio di lavoro in Germania e avevano lasciato me e Davide a gestire quella casa enorme sul mare. Io, Marco, ventun anni, non ero abituato a tutto quello spazio. Mi muovevo piano, parlavo poco, passavo le ore a leggere o a guardare il mare dalla terrazza. Davide invece sembrava nato per quel posto. Aveva diciannove anni, era alto, abbronzato, con i capelli un po’ lunghi e un sorriso che sembrava sempre dire “io so esattamente cosa voglio”.
Quel pomeriggio eravamo sdraiati sui divani bianchi del salotto grande. Le finestre erano aperte e si sentiva solo il rumore delle onde. Davide aveva già rollato una canna. L’odore dolce e denso dell’erba iniziava a riempire la stanza.
«Tieni, Marco. Fai due tiri. È buona, me l’ha data Carmelo ieri sera.»
Presi la canna tra le dita. Esitai. L’avevo provata solo una volta l’anno prima e mi aveva fatto sentire strano, chiuso, troppo dentro la mia testa. Ma Davide mi guardava con quel suo sorrisetto sicuro, così aspirai. Il fumo mi bruciò la gola. Tossii forte, gli occhi mi si riempirono di lacrime.
Davide rise piano, senza cattiveria.
«Piano, cugino. Non è una sigaretta. Tira piano e tienila dentro.»
Provai di nuovo. Questa volta il fumo scese più lento. Sentii subito un calore strano alla testa e alle gambe. Gli restituii la canna. Lui tirò due boccate lunghe, trattenendo il fumo, poi me la ripassò.
Restammo in silenzio per qualche minuto. Io mi sentivo già un po’ leggero, un po’ stupido. Davide si alzò di scatto dal divano.
«Vieni. Ti faccio vedere una cosa che ti piacerà.»
Lo seguii su per le scale. Il cuore mi batteva un po’ più forte del normale. Si fermò davanti alla porta della camera di Elena, la sua sorellastra di ventotto anni. Senza bussare, aprì ed entrò.
La stanza era in penombra, le tende mezze tirate. L’aria sapeva di lei: profumo dolce, un po’ vanigliato, mescolato a qualcosa di più intimo, di pelle e di donna. Il letto era ancora disfatto, le lenzuola stropicciate. Sul pavimento c’erano un paio di shorts di jeans strappati e una canotta nera molto corta.
Davide andò dritto al grande cassetto sotto l’armadio. Lo aprì senza esitare. Dentro c’era un casino di biancheria: reggiseni, mutandine, perizomi, calze.
Tirò fuori un reggiseno di pizzo nero, lo guardò un secondo e poi lo buttò sul letto.
«Guarda che roba. Elena esce sempre vestita da zoccola. Minigonne che le si vede il culo, top che le si vedono le tette. È una troia, te lo dico io.»
Arrossii fino alle orecchie. Non sapevo dove mettere le mani. Davide prese un paio di mutandine nere, molto piccole, di pizzo trasparente. Se le portò al naso e inspirò forte, chiudendo gli occhi per un secondo.
«Cazzo… ancora calde. Senti questo odore.»
Me le porse. Io rimasi immobile, con le mani lungo i fianchi.
«Dai, Marco. Annusa. Non ti mangia.»
Presi le mutandine con le dita che tremavano un po’. Le avvicinai al naso. L’odore mi colpì subito: un misto di figa, di sudore leggero, di crema per il corpo. Era forte, muschiato, femminile. Sentii una scarica calda allo stomaco e il cazzo che si muoveva dentro i boxer.
Davide mi guardava fisso.
«Allora? Ti piace?»
Deglutii.
«È… forte. Sa di lei.»
Lui rise piano.
«Esatto. Sa di figa. Elena ha sempre la passera che profuma così. Io entro qui quasi ogni giorno quando non c’è. Mi faccio le seghe annusando la sua roba.»
Prese un altro paio di mutandine, questa volta bianche, con il bordo di pizzo rosa. Le annusò anche lui, poi me le passò.
«Queste le ha messe ieri sera. Senti bene, in mezzo.»
Le presi. Il centro era un po’ ingiallito. Inspirai più a lungo. L’odore era più intenso, più acido. Il cazzo mi si indurì del tutto. Ero sicuro che si vedesse il gonfiore nei pantaloncini.
Davide se ne accorse subito.
«Vedi? Ti si è alzato. Non ti vergognare, cazzo. Capita anche a me ogni volta. Guarda.»
Si toccò il davanti dei pantaloni. Si vedeva chiaramente il rigonfiamento.
Restammo lì quasi un’ora. Seduti sul letto di Elena, a passare mutandine, reggiseni, perizomi. Davide parlava senza filtro.
«Immagina se la vedessi nuda. Ha le tette grosse, sode. Il culo alto. Io la scoperei da dietro, mentre lei si trucca davanti allo specchio. Le tirerei su quella minigonna e glielo metterei dentro tutto d’un colpo.»
Io ascoltavo, rosso in faccia, annuendo.
«Sì… sarebbe forte.»
«Tu te la faresti, Marco?»
Esitai.
«Non lo so… è tua sorella.»
«Sorellastra. E comunque sì, me la farei. La farei urlare. “Dai Davide, spaccami la figa”.»
Rideva mentre lo diceva. Io mi sentivo sempre più eccitato e sempre più in imbarazzo. Ogni volta che annusavo un altro slip, il cazzo mi pulsava.
Alla fine Davide rimise tutto dentro il cassetto, ma lasciò fuori un perizoma rosso.
«Per oggi basta. Ma torneremo. La prossima volta ti faccio annusare anche le calze che usa per andare in palestra. Sono sudate da morire.»
Uscimmo dalla stanza. Chiuse la porta. Nel corridoio mi diede una pacca sulla spalla.
«Sei un tipo a posto, Marco. Mi piace che non fai storie. La maggior parte dei ragazzi si scandalizzerebbe. Tu invece… ti si è pure alzato.»
Arrossii di nuovo. Non risposi.
Quella sera, mentre ero a letto, continuavo a sentire quell’odore nelle narici. Il cazzo mi rimase duro per un sacco di tempo. Pensavo a Davide che mi guardava mentre annusavo la biancheria di Elena. Pensavo al suo sorriso quando aveva visto che mi ero eccitato.
E capii che, qualunque cosa mi avesse chiesto da lì in avanti, io avrei detto sì.
Il mattino dopo mi svegliai con un leggero mal di testa. L’erba del giorno prima mi aveva lasciato un po’ stordito. Quando scesi in piscina Davide era già lì, sdraiato sul lettino, auricolari nelle orecchie. Mi salutò con un cenno della mano.
«Buongiorno, cugino. Dormito bene?»
«Sì… più o meno.»
Mi sedetti sul bordo della piscina, lontano da lui. Non avevo voglia di parlare. Mi sentivo ancora a disagio per quello che era successo nella camera di Elena. Continuavo a pensare alle mutandine che avevo annusato e al fatto che mi ero eccitato davanti a lui.
Passò quasi un’ora di silenzio. Poi Davide si tolse gli auricolari.
«Marco, portami una birra dal frigo grande, per favore. Quella chiara, bella fredda.»
Rimasi fermo. Guardai l’acqua. Una parte di me voleva dire no, voleva restare lì seduto senza muovermi. Ma lui mi stava guardando. Alla fine mi alzai, andai in cucina, presi la birra e gliela portai. Gliela porsi senza dire una parola.
«Grazie.»
Tornai al mio posto. Sentivo le guance calde. Non mi piaceva essere trattato come un cameriere, eppure l’avevo fatto lo stesso.
Dopo dieci minuti:
«Marco, mi passi il telefono? È sul tavolino là.»
Esitai di nuovo. Questa volta restai seduto qualche secondo in più. Poi mi alzai, presi il telefono e glielo diedi. Lui lo afferrò senza nemmeno ringraziarmi subito.
Il disagio cresceva. Mi sentivo stupido. Perché obbedivo? Non ero mica il suo servo.
Verso l’una Davide si stiracchiò.
«Ho fame. Mi prepari un panino? Prosciutto e mozzarella, con un po’ di pomodoro.»
Questa volta rimasi seduto più a lungo. Lo guardai. Lui mi restituì lo sguardo con quel suo sorriso tranquillo, come se fosse la cosa più normale del mondo.
«Dai, Marco… ho davvero fame.»
Sospirai, mi alzai e andai in cucina. Preparai il panino lentamente, quasi con rabbia. Quando glielo portai, lui lo prese e diede un morso grande.
«Buono. Grazie, cugino.»
Mangiai il mio in silenzio, seduto lontano. Dentro di me pensavo: “Basta, la prossima volta dico di no”.
Ma quando arrivò il pomeriggio e l’erba entrò in gioco, tutto cambiò piano.
Davide rollò una canna sul tavolino.
«Tira prima tu.»
Scossi la testa.
«Non mi va tanto oggi.»
«Solo due tiri. È debole, tranquillo.»
Alla fine cedetti. Aspirai due volte. Il fumo mi scese nei polmoni. Dopo pochi minuti mi sentii la testa leggera, le gambe pesanti, la volontà un po’ più morbida.
Davide tirò forte, poi mi ripassò la canna.
«Ancora una.»
Obbedii. La testa mi girava piacevolmente. Tutto sembrava più lontano, meno importante.
«Marco, portami il caricabatterie. È nella mia stanza, secondo cassetto.»
Questa volta esitai meno. Mi alzai e andai. Quando tornai e glielo diedi, lui disse solo:
«Bravo.»
Una parola piccola, ma mi fece uno strano effetto caldo dentro.
Poco dopo:
«Abbassa le tapparelle, per favore. Mi dà fastidio la luce.»
Andai alle finestre e le abbassai senza discutere.
Poi:
«Versami un po’ di coca con ghiaccio.»
Versai.
Ogni volta che eseguivo, la riluttanza iniziale si scioglieva un po’. Il disagio rimaneva, ma si mescolava a qualcosa di diverso: un senso di utilità, di essere notato, di fare qualcosa per lui.
Verso le cinque e mezza Davide si allungò sul divano.
«Marco… mi massaggi un po’ i piedi? Sono a pezzi oggi.»
Questa volta la richiesta mi colpì più forte. Rimasi seduto, le mani sulle ginocchia. Il cuore accelerò.
«Non so… non mi va.»
Davide non si arrabbiò. Mi guardò con calma.
«Dai, solo cinque minuti. Ti giuro che dopo smetto di chiederti cose.»
Esitai a lungo. Sentivo il respiro pesante. Alla fine mi alzai, mi misi in ginocchio davanti al divano e presi il suo piede destro tra le mani. Era caldo, un po’ sudato. L’odore di pelle e cloro mi arrivò subito al naso. Iniziai a massaggiare piano, quasi con imbarazzo.
Davide chiuse gli occhi e sospirò di piacere.
«Cazzo… che bello. Più forte sui talloni.»
Massaggiai. Le mie dita premevano sui muscoli. Passai all’altro piede. Lui muoveva piano le dita contro il mio palmo. Il mio cazzo, traditore, cominciò a gonfiarsi dentro i boxer. Non volevo, ma succedeva lo stesso.
Continuai per quasi venti minuti. Più andavo avanti, meno mi sentivo ridicolo. Anzi, mi sentivo… bene. Utile. Volevo che lui stesse comodo.
Quando finii, avevo le mani calde e il respiro un po’ accelerato. Davide aprì gli occhi e mi guardò dall’alto.
«Sei proprio bravo, Marco. Mi hai fatto stare benissimo.»
Arrossii violentemente. Abbassai lo sguardo.
«Non… non è niente.»
Lui sorrise lento.
«Invece sì. È tanto. Sei sempre pronto ad aiutarmi. Mi piace.»
Quelle parole mi colpirono dritte nello stomaco. Il disagio di prima si era trasformato in qualcosa di caldo, di eccitante. Mi alzai in fretta e andai a sedermi sul divano, con il cazzo mezzo duro e la testa confusa.
Quella sera preparai la cena senza che me lo chiedesse esplicitamente. Misi in tavola gli spaghetti, gli versai da bere, sparecchiai dopo. Ogni gesto era silenzioso, ma dentro di me sentivo che stavo cedendo un pezzo alla volta.
E la cosa più strana era che non volevo più fermarmi.
