Racconti Piccanti
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La studentessa modello

La studentessa modello

24 Marzo 2026·10 min di lettura

Mi chiamo Giulia, ho 26 anni e sono sempre stata la studentessa perfetta. Non solo per i voti, ma per tutto: puntualità, precisione, aspetto. Capelli lisci e castani sempre in ordine, camicette stirate, gonne al ginocchio, niente di troppo appariscente. Studio giurisprudenza, e il mio obiettivo è laurearmi con 110 e lode. Non mi accontento di meno. Ma c’è qualcosa che nessuno sa, un pensiero che mi tormenta da mesi, un desiderio che non riesco più a tenere chiuso dentro. E riguarda lui, il professor Marco Rinaldi, 48 anni, docente di diritto civile. Alto, spalle larghe, capelli brizzolati, una voce profonda che ti inchioda quando spiega. Lo guardo in aula e sento un calore che non ha niente a che fare con le sue lezioni.

È novembre, fuori piove a dirotto, e sono nel suo ufficio per discutere della mia tesina. La porta è chiusa, siamo soli. Lui è seduto dietro la scrivania, con la penna in mano, e mi guarda con quel suo modo serio, quasi distaccato. Io sono in piedi, le mani giunte davanti, un po’ rigida. Il cuore mi batte forte, ma non è solo per la tesina.

“Giulia, il lavoro è ottimo, come sempre,” dice, sfogliando le pagine. “Hai un approccio analitico che apprezzo molto.”

“Grazie, professore,” rispondo, con la voce un po’ troppo tesa. “Ci tengo a fare bene.”

Lui alza lo sguardo, mi fissa per un secondo di troppo. “Si vede. Sei sempre… controllata. Perfetta. Non c’è mai un errore, mai una sbavatura.”

Sento un fremito lungo la schiena. È il momento. Devo dirlo. “Professore, c’è una cosa di cui vorrei parlarle. Non riguarda l’università. Non direttamente.”

Marco appoggia la penna, incrocia le braccia. “Sono tutto orecchie.”

Deglutisco, le guance mi bruciano. “Io… io vorrei che lei fosse qualcosa di più di un professore per me. In privato. Vorrei che fosse il mio… Padrone.”

Il silenzio che segue è pesantissimo. Lui non batte ciglio, ma i suoi occhi si socchiudono appena, come se stesse valutando ogni parola. Poi, con voce calma, quasi fredda, dice: “Spiegati meglio, Giulia.”

Mi tremano le gambe, ma vado avanti. “Voglio che mi domini. Che mi dia ordini. Che prenda il controllo. Sono sempre così perfetta, così inquadrata, e… ho bisogno di lasciarmi andare. Con lei. Solo con lei.”

Marco si appoggia allo schienale della sedia, un sorrisetto appena accennato sulle labbra. “È una richiesta interessante. E molto chiara. Ma sai che questo non è un gioco. Se accetto, ci sono regole. Condizioni.”

Annuisco, con il fiato corto. “Lo so. Sono pronta.”

Lui si alza, gira intorno alla scrivania e si ferma a pochi passi da me. È più alto di quanto sembri in aula, e il suo profumo, un misto di legno e tabacco, mi arriva dritto al naso. “La mia condizione è questa: ogni compito, tesina o relazione che mi consegni dovrà essere accompagnata da una foto. Una foto di te in una posizione di sottomissione. Niente di banale, niente di scontato. Voglio vedere che ci metti impegno, come fai con lo studio. Se accetti, possiamo iniziare.”

Il cuore mi esplode nel petto. Non pensavo che sarebbe stato così diretto, così preciso. Ma non esito. “Accetto.”

Da quel giorno, tutto cambia. Ogni consegna diventa un rituale. Studio giorno e notte per il prossimo compito, ma non è solo per il voto. È per lui. È per quello che succederà dopo. La prima foto che gli mando è scattata in camera mia, con il telefono appoggiato su una pila di libri. Sono in ginocchio, le mani dietro la schiena, la camicetta sbottonata appena sopra il reggiseno nero. Quando gliela invio insieme alla relazione, aspetto la sua risposta con il fiato sospeso. Dopo un’ora, arriva un messaggio: “Bene, Giulia. Vieni nel mio ufficio domani dopo lezione. Porta la relazione stampata.”

Il giorno dopo, sono lì, davanti alla sua porta. Busso, entro. Lui è già seduto, con la mia relazione davanti. Mi guarda e indica la sedia di fronte a lui. “Chiudi la porta. E siediti.”

Obbedisco. Mi siedo, le mani sulle ginocchia, il cuore che martella. Marco prende la foto stampata che gli ho mandato, la guarda per un momento, poi la mette da parte. “Hai fatto un buon lavoro, sia con la relazione che con… l’altro aspetto. Hai seguito le istruzioni. Mi piace.”

“Grazie, professore,” mormoro, con la voce che trema appena.

Lui si alza, si avvicina. “Ma sai che non basta una foto. Devi dimostrarmi che sei seria. Che vuoi davvero essere mia. Ti sei preparata per l’esame di domani?”

“Sì, ho studiato tutto il weekend,” rispondo, guardandolo negli occhi.

“Bene. Perché se prendi il massimo, ti faccio venire. Se no, niente. Hai capito?”

Sento un calore che mi sale dal basso ventre. Annuisco. “Ho capito.”

L’esame è un inferno di tensione. Non solo per le domande, ma per quello che c’è in gioco. Scrivo, rileggo, controllo ogni parola. Quando consegno il compito, Marco mi guarda con quel sorrisetto che ormai conosco. “Vedremo, Giulia. Torna qui domani pomeriggio.”

Il giorno dopo, sono di nuovo nel suo ufficio. Ha il mio compito davanti, e quando mi vede entrare, indica il voto scritto in rosso: 30. Il massimo. “Ottimo lavoro,” dice, con un tono che mi fa rabbrividire. “Hai guadagnato il tuo premio. Vieni qui.”

Mi avvicino alla scrivania, il cuore che mi scoppia. Lui si alza, mi guarda dall’alto in basso. “Togliti la gonna. Subito.”

Le mani mi tremano mentre slaccio la cerniera e lascio cadere la gonna a terra. Sono in collant neri e mutandine di pizzo, e sento i suoi occhi che mi squadrano, che mi studiano. “Girati,” ordina. Mi giro, dandogli le spalle, e sento le sue mani che mi sfiorano i fianchi, poi scendono lungo le cosce. Il tessuto dei collant fruscia sotto le sue dita, e il suo respiro caldo mi arriva sul collo. “Ti sei meritata questo, Giulia. Hai lavorato sodo. Ora vediamo quanto sei brava a prendere quello che ti do.”

Mi spinge in avanti, facendomi appoggiare le mani sulla scrivania. Sento il legno freddo sotto i palmi, e il suono della sua cintura che si slaccia è come un tuono nelle mie orecchie. “Non muoverti,” dice, con voce ferma. “Resta così.”

Non mi muovo. Sento i collant che si strappano mentre lui li tira giù con un gesto secco, insieme alle mutandine. L’aria fredda mi colpisce la pelle, ma non ho tempo di pensarci: le sue mani mi afferrano i fianchi, e un attimo dopo lo sento dietro di me, duro, che preme contro di me. “Dimmi che lo vuoi,” ordina, con un tono che non ammette esitazioni.

“Lo voglio,” ansimo, con la voce rotta. “Ti prego, professore. Lo voglio adesso.”

Lui non aspetta. Con un movimento deciso, entra dentro di me, e io trattengo un gemito. È grosso, più di quanto immaginassi, e la sensazione di essere riempita così, sulla sua scrivania, con i fogli e le penne ancora sparsi intorno, mi manda fuori di testa. Ogni spinta è profonda, lenta all’inizio, poi sempre più veloce. Il suono della sua pelle contro la mia riempie la stanza, insieme al mio respiro spezzato e ai suoi grugniti bassi. “Cazzo, Giulia, sei così stretta,” mormora, stringendomi i fianchi. “Ti piace essere scopata così, vero? Sul posto dove studi, dove prendi i tuoi bei voti.”

“Sì, sì, mi piace,” gemo, afferrando il bordo della scrivania per non perdere l’equilibrio. “Non smettere. Ti prego, non smettere.”

Lui ride, un suono basso e rauco, e aumenta il ritmo. Sento il calore che mi si accumula dentro, la pressione che cresce, ma lui rallenta di colpo, quasi fermandosi. “Non ancora,” dice, con voce dura. “Non vieni finché non te lo dico io. Hai preso 30, ma devi guadagnartelo fino in fondo.”

Mi mordo il labbro, frustrata, ma annuisco. “Va bene… come vuoi tu.”

Mi tira su, facendomi girare verso di lui. I suoi occhi sono scuri, pieni di desiderio, e il suo viso è leggermente arrossato. “Togliti la camicetta,” ordina. Lo faccio, con le mani che tremano, e resto in reggiseno davanti a lui. Me lo sfila con un gesto rapido, e i miei seni sono esposti, i capezzoli già duri. Lui li guarda, poi si china e ne prende uno in bocca, succhiando forte mentre con l’altra mano mi pizzica l’altro. Il dolore misto al piacere mi fa gemere ad alta voce, e sento la sua lingua che gira intorno, calda e bagnata. “Sai di buono,” dice, alzando lo sguardo. “Ti prepari sempre così bene per me, vero?”

“Sempre,” ansimo, con la testa che gira. “Voglio essere perfetta per te.”

Lui sorride, un sorriso che mi fa venire i brividi. “Brava ragazza. Ora sdraiati sulla scrivania. Voglio vederti bene.”

Mi sdraio, spostando i fogli che ancora ci sono, e mi stendo sulla schiena, le gambe leggermente divaricate. Lui si abbassa i pantaloni del tutto, lasciandoli cadere a terra insieme ai boxer, e io vedo per la prima volta quanto è grande, duro, con le vene che pulsano. Mi guarda, si passa una mano lungo l’asta, lentamente, come per farmi vedere cosa mi aspetta. “Apri di più le gambe,” ordina. Lo faccio, e sento il legno freddo della scrivania contro la pelle nuda. Lui si posiziona tra le mie cosce, mi solleva una gamba e la appoggia sulla sua spalla, poi entra di nuovo dentro di me, con una spinta che mi fa inarcare la schiena.

“Oh, cazzo,” gemo, stringendo i bordi della scrivania. “È troppo… troppo profondo.”

“Ce la fai,” dice lui, con voce roca, mentre spinge ancora. “Lo prendi tutto, Giulia. Sei mia, ricordi? E io ti scopo come voglio.”

Ogni spinta è un’esplosione di sensazioni: il bruciore leggero dell’attrito, il calore del suo corpo contro il mio, l’odore del suo sudore che si mescola al mio, il suono dei nostri respiri e dei nostri gemiti che riempiono la stanza. Mi tiene ferma con una mano sul mio fianco, mentre con l’altra mi stringe la coscia, tenendola sollevata. “Guardami,” ordina. Apro gli occhi, lo fisso, e vedo il suo volto teso, concentrato, mentre si muove dentro di me. “Dimmi quanto ti piace,” dice, rallentando appena.

“Mi piace da morire,” rispondo, con la voce che trema. “Non ho mai provato niente del genere. Ti prego, fammi venire. Ho bisogno di venire.”

Lui scuote la testa, con un sorrisetto. “Non ancora. Voglio sentire come ti stringi intorno a me. Voglio vederti implorare ancora un po’.”

E così continua, alternando spinte veloci e lente, portandomi al limite e poi fermandosi, lasciandomi tremante e disperata. Sento il sudore che mi scorre lungo la schiena, i muscoli che si contraggono, il piacere che cresce come una marea che non posso fermare. “Professore, ti prego,” lo supplico, con la voce rotta. “Non ce la faccio più. Fammi venire.”

Finalmente, dopo quella che sembra un’eternità, lui annuisce. “Va bene, Giulia. Hai fatto un buon lavoro. Ora vieni per me. Vieni forte.”

Aumenta il ritmo, le sue spinte diventano più dure, più profonde, e io non resisto più. Il piacere esplode dentro di me, un’onda che mi travolge, facendomi urlare mentre il mio corpo si contrae intorno a lui. Lo sento gemere, un suono gutturale, e un attimo dopo si tira fuori, venendo sul mio ventre con schizzi caldi che mi colpiscono la pelle. Rimaniamo così per un momento, ansimando, con il suo peso sopra di me, il suo respiro caldo sul mio collo.

Dopo qualche istante, si rialza, si pulisce con un fazzoletto che prende dalla tasca e mi guarda. “Hai preso il massimo, Giulia. E te lo sei meritato. Ma ricordati: la prossima volta, voglio una foto ancora più… creativa. E un altro 30, ovviamente.”

Sorrido, ancora stordita, mentre mi rialzo e inizio a rivestirmi. “Non si preoccupi, professore. Farò di tutto per non deluderla.”

Lui si rimette la cintura, mi guarda con quegli occhi che mi fanno ancora tremare. “Lo so. Sei brava a obbedire. Ora vai. Ci vediamo al prossimo compito.”

Esco dal suo ufficio con le gambe molli, il corpo ancora caldo, ma con una determinazione che non ho mai avuto prima. Studio, foto, sesso. È il nostro patto. E non vedo l’ora di consegnare il prossimo lavoro.

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